venerdì, Febbraio 28

La ‘minaccia ibrida’ e i timori di Washington: il caso delle elezioni in Italia L’attivismo di Mosca trova una sponda importante nel ridotto presidio politico e diplomatico statunitense

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Negli scorsi giorni è stata rilanciata con un certo rilevo la notizia secondo cui esponenti del Senato statunitense avrebbero messo in luce il rischio di interferenze da parte della Russia nelle elezioni politiche del prossimo 4 marzo. L’allarme è in un rapporto della minoranza democratica della Commissione affari esteri del Senato dedicato all’‘attacco asimmetrico’ portato da Vladimir Putin alla democrazia ‘in Russia e in Europa’ e alle sue implicazioni per la sicurezza nazionale statunitense (Putin’s Asymmetrical Assault on Democracy in Russia and Europe: Implications for US National Security).

Nel testo (il cui carattere non bipartisan ha sollevato riserve al momento della pubblicazione) si tratteggia l’elenco delle (presunte) interferenze russe nei processi elettorali nei territori ex sovietici e nei Balcani negli ultimi vent’anni e si invita l’amministrazione a prendere una serie di provvedimenti per affrontare tale minaccia, fra l’altro promuovendo un più stretto coordinamento fra Dipartimento di Stato e della Sicurezza interna, FBI, strutture di intelligence e altre agenzie. Il timore espresso per il caso italiano si inserisce, quindi, in un quadro più ampio, all’interno del quale trovano spazio anche la vicenda ‘Brexit’ e il recente referendum sull’indipendenza della Catalogna.

Il vero bersaglio del rapporto sembra essere, tuttavia, ancora una volta Donald Trump. Sebbene il documento sottolinei come l’azione di disturbo di Mosca sia iniziata assai prima del suo arrivo alla Casa Bianca, pure la sua inerzia in materia è indicata come la maggiore responsabile degli attuali successi e della crescente aggressività del Cremlino nel perseguire i propri obiettivi. Implicitamente, ciò che è chiamato in causa è quindi, ancora una volta, l’evasività del Presidente riguardo al presunto ruolo svolto da Mosca per condizionare il voto presidenziale del 2016. Non è, quindi, casuale che il rapporto inquadri l’allarme per la situazione europea nella prospettiva del voto statunitense del 2018 e, soprattutto, del 2020. Anche in questa prospettiva, il documento raccomanda di equiparare agli Stati accusati di sostenere il terrorismo quella accusati di costituire una minaccia ibrida (‘state hybrid threat actors’), adottando anche nei loro riguardi sanzioni simili a quelle adottate contro quanti fanno parte della prima categoria; una misura che – a detta di diversi osservatori – potrebbe incontrare il sostegno di parte dei congressmen repubblicani, che non hanno invece partecipato alla redazione del rapporto (voluta dal Senatore Ben Carding) né lo hanno formalmente accreditato.

Si tratta, dunque, di una vicenda i cui contorni possono essere essere ricondotti in larga misura alle tensioni interne alla politica statunitense e alla strategia di delegittimazione della Casa Bianca che ha sinora caratterizzato i mesi della presidenza Trump. Peraltro, il rapporto di questi giorni è solo l’ultimo dei campanelli d’allarme suonati durante l’anno passato. Agli inizi del 2017, sempre esponenti del Senato di Washington, questa volta in modo bipartisan, avevano segnalato il rischio di ingerenze da parte di Mosca sia nelle elezioni presidenziali francesi sia in quelle generali tedesche, anche in questa occasione invitando il Presidente Trump ad adottare sanzioni contro il Cremlino. Per i promotori dell’iniziativa (il repubblicano Lindsey Graham e il democratico Chris Murphy), queste sanzioni godevano, all’epoca, di una maggioranza favorevole al Senato nell’ordine del settantacinque percento. La rottura dell’asse fra i due partiti appare, invece, l’aspetto più rilevante legato al rapporto diffuso in questi giorni. Al contrario, il repubblicano Bob Corker, Presidente del Comitato affari esteri del Senato, ha rilevato proprio in occasione della sua diffusione come il Comitato stesso non abbia per ora, al suo ordine del giorno, l’adozione di nuovi provvedimenti contro Mosca.

Ovviamente, ciò non significa che, da parte di Mosca, non vi siano stati in passato (né che non vi continueranno a essere) sforzi tesi a dirigere in un senso ritenuto favorevole gli esiti elettorali all’interno di determinati Paesi. L’attenzione all’uso dell’informazione come strumento di influenza e condizionamento politico costituiva tradizionalmente un pilastro dell’azione internazionale sovietica; una tradizione che la nuova Russia post-sovietica, soprattutto con l’arrivo al potere di Vladimir Putin, sembra avere recuperato. Più difficile è definire in concreto quali siano i limiti oltre cui una politica di influenza – per quanto aggressiva – travalichi nell’ingerenza. Il tentativo di indirizzare un voto in direzioni ritenute più favorevole è prassi diffusa e non necessariamente incompatibile con i processi democratici. E’ però degno di nota che l’attenzione statunitense verso la ‘minaccia ibrida’ russa coincida oggi con una fase di ripiegamento della diplomazia e dell’azione internazionale di Washington. Come è stato rilevato, in Italia come in altre parti d’Europa, l’attivismo di Mosca trova una sponda importante nel ridotto presidio politico e diplomatico statunitense; un aspetto, quest’ultimo, che nemmeno il rapporto diffuso in questi giorni pare affrontare concretamente.

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