giovedì, Luglio 2

La marea inarrestabile che ci spinge verso l’autoritarismo Cresce nell’opinione pubblica la convinzione che le democrazie abbiano fallito nel loro scopo di garantire benessere e coesione sociale, e che un certo grado di autoritarismo sia inevitabile

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I sondaggi vanno da anni nella stessa direzione, e con loro, ultimamente, anche i risultati elettorali: gliuomini forti (o le donne forti, in misura minore, ma possiamo certamente annoverare tra loro perlomeno Theresa May) piacciono sempre di più. Ma non si tratta del colore politico. Siamo abituati ad associarli alle destre, e quindi pensiamo subito a Donald Trump, Viktor Orban o Vladimir Putin, ma la tendenza è la stessa che ha portato in Francia alla vittoria di Emmanuel Macron (non rispetto a Marine Le Pen, ma ai deboli leader dei Repubblicani e del Partito socialista, ridotti ai minimi termini) e in Italia ha permesso a Matteo Renzi di conquistare, nel 2014, il controllo del Partito Democratico e del governo italiano rispetto al troppo debole Enrico Letta. Uomini decisionisti, che esprimono insofferenza nei confronti dei vecchi apparati e accentrano il potere nelle proprie mani, utilizzando la forza del carisma per conquistare il consenso popolare.

Ma autorità vuol dire anche autoritarismo? Non in automatico, ma l’accentramento di autorità è la spia di un nuovo corso: il futuro che ci attende sarà sicuramente meno democratico di oggi.

C’è una marea montante in Occidente che ci spinge verso l’autoritarismo. Agli occhi di una parte crescente dell’opinione pubblica, le democrazie non si sono rivelate allaltezza delle loro promesse, dimostrando tutti i loro limiti nel momento in cui i problemi hanno iniziato a farsi pressanti. Hanno funzionato finché è durato il benessere e la coesione sociale, ma hanno cominciato a mostrare segni di cedimento da quando il mito della crescita costante si è rivelato un’illusione che ha ceduto il passo alla più grave recessione economica dal dopoguerra. Da decenni interi, pezzi degli StatiNazione sono ceduti a soggetti privati e grandi corporation sono oggi in grado di dettare l’agenda internazionale più dei capi di governo, al punto che i CEO delle compagnie più influenti sono ricevuti alla stregua di Capi di Stato. Mentre la democrazia si rivela facile preda di ciò che alcuni chiamano ‘turbocapitalismo‘, al tempo stesso le forze politiche tradizionali si rivelano inadeguate anche a rispondere alle crisi che richiedono pianificazione di lungo periodo, ossia ciò che più ci si aspetta dalla politica.

Londata migratoria, in aumento di decennio in decennio, è l’aspetto più peculiare: le politiche di integrazione, quelle di accoglienza e quelle di aiuto allo sviluppo nei paesi di provenienza si sono rivelate fortemente deficitarie, trasformando un problema gestibile in una emergenza‘. A ciò si aggiungono le difficoltà dei governi attuali ad affrontare sfide come le trasformazioni del mercato del lavoro, la delocalizzazione dalla produzione occidentale nei paesi in via di sviluppo, l’invecchiamento della popolazione, il calo delle nascite, la crescita della spesa pubblica e del debito pubblico, l’adattamento ai cambiamenti climatici, la trasformazione energetica, l’adeguamento infrastrutturale e molto altro ancora. Le democrazie, in sostanza, si sono rivelate troppo lente rispetto alla velocità dei cambiamenti: così lente da far temere che non siano in grado di vincere le sfide del futuro.

Allo stesso tempo appaiono sempre più seducenti modelli come quello di Singapore, con il suo capitalismo autoritario in grado (apparentemente) di garantire sviluppo economico, benessere e decisionismo, o degli Emirati Arabi, con la città di Dubai che attira forza-lavoro qualificata dai paesi industriali più avanzati. Regimi in grado di pianificare sul lungo termine – gli emiri sono già pronti da anni allo scenario post-petrolifero, per dirne una – e di passare da uno stadio di sviluppo a uno di postmodernità in poco tempo. L’influente politologo Parag Khanna non ha dubbi: è in queste città-Stato che si trova la mappa per il futuro. «Dubai rappresenta una sfida alle convenzioni di superiorità democratica dell’Occidente», scrive nel suo ultimo libro ‘Connectrography‘. «Malgrado gli appelli all’instaurazione di forme di governo responsabili e inclusive non facciano che crescere, le monarchie arabe stanno comunque compiendo passi da gigante nell’evolvere da realtà rette da clan feudali a tecnocrazie ibride rette dalla stabilità monarchica».

Ma in Europa sembra avere più successo il modello autoritario della Russia di Putin, con il suo pugno di ferro nei confronti degli oligarchi che, negli anni Novanta, si giocarono a carte il Paese uscito a pezzi dall’esperienza sovietica. Il modello russo appare una risposta alla crisi della democrazia più culturalmente affine a quella europea, rispetto ai modelli asiatici. Un modello fondato sul nazionalismo, il contrasto al fondamentalismo religioso e la difesa delle tradizioni. Un ritorno al passato, dunque, più che un salto verso il futuro, tipico del Vecchio Continente, oggi più che mai preda di sirene passatiste, vittima di quello che Zygmunt Bauman ha definito ‘retrotopia‘, ossia la rinuncia a visioni migliori del futuro a favore di una fuga nel passato.

Già nel 2012 il futurologo Jorgen Randers, uno degli estensori negli anni Settanta del celebre Rapporto al Club di Roma sui limiti allo sviluppo, preannunciava un futuro autoritario: «Penso che siamo prossimi a una svolta nella lenta oscillazione delle società tra il liberismo e uno stato più forte. Nei prossimi vent’anni assisteremo a molti più casi in cui lo stato interverrà e prenderà le decisioni necessarie, invece di aspettare che sia il mercato a fare da guida». Allo stesso tempo, prevedeva Randers, «stati fortemente centralisti come Singapore appariranno sempre più attraenti, a patto che riescano a gestire la tendenza verso una crescente iniquità».

È difficile, spesso impossibile, opporsi alle ondate di marea. A meno di non riuscire a individuare nuove, inedite e funzionali soluzioni attraverso cui le nostre democrazie possano affrontare le sfide del futuro, l’Occidente sembra essere destinato a sperimentare una nuova stagione di autoritarismi, certamente meno duri di quelli della prima metà del XX secolo, ma forse ugualmente forieri di esiti infausti. E non dobbiamo mai dimenticare che siamo noi, solo noi, a volerlo.

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