giovedì, Luglio 18

La Malaysia al voto: Mahatir Mohamad ha vinto E’ stata definita “la Madre di tutte le votazioni”: socialdemocratici ed islamisti hanno sperato nel cambiamento dopo la presa del potere dei conservatori dell’UMNO nel 1957

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Un testa a testa serrato durante lo spoglio dei voti delle elezioni Presidenziali Malaysia 2018. Al 70 per cento dei seggi scrutinati, infatti, tra i due principali contendenti eravamo proprio al confronto sull’ultimo miglio. Praticamente si lottava scheda su scheda. Ma alla fine ha vinto Mahatir Mohamad . Sconfitto, forse per i recenti scandali, il Primo Ministro in carica Najib Razak. L’opposizione ha vinto la maggioranza in Parlamento ponendo così fine a 60 anni di potere ininterrotto del partito Malay, una scena politica cristallizzata dalla proclamazione dell’Indipendenza, cioè praticamente dal 1957.

E’ paradossale che le speranze del cambiamento in Malaysia non abbiamo il volto di un personaggio nuovo e giovane della scena politica malese, visto che Mahatir Mohamad ha 92 anni ed ha già prestato il suo servizio per la Nazione prima di andare in pensione nel 2003. Questo, però, è quel che passa il convento. In ogni caso, oggi è lui a guidare la compagine d’opposizione. Di necessità virtù: chi lo aveva preceduto alla guida dell’opposizione malese, Anwar Ibrahim è finito in carcere per corruzione e sodomia. Mahatir e Anwar avevano appunto messo da parte le loro rivalità interne pur di scalzare Najib dal Potere così saldamente trattenuto nelle sue mani, attraverso la coalizione dell’UMNO United Malays National Organization, formazione multipolare che costituisce la coalizione variegata del Barisan Nasional.

Mai come questa volta, però, il Primo Ministro in carica Najib Razak ha sentito il fiato sul collo. Con il voto del 9 maggio 2018 agli elettori si offerta la possibilità congiunta di votare sia per i seggi del Parlamento nazionale sia per i territori statali decentrati.
Najib Razak, certo, non è stato con le mani in mano e si è “aggiustato” lo scenario pre-elettorale a suo favore con varie mosse. Innanzitutto, una settimana prima delle
elezioni, ha fatto promulgare una legge contro le “fake news”, in verità, si tratta di un provvedimento-bavaglio, attraverso il quale si è voluto impedire alla dissidenza politica nazionale di attuare alcun tipo di critica nei confronti del Governo in carica ed anche in qualsiasi modo -seppur velato- facendo riferimento alle elezioni in corso. Non si tratta di cosa di poco conto, ogni forma di manifestazione di libero pensiero che fosse mirata a porre critiche nei confronti della compagine politica al potere è stata fissata passibile di condanna a carcerazione diretta fino a sei anni. Una censura, quindi, nemmeno troppo velata.

In secondo luogo, nelle immediate vicinanze delle elezioni, il Governo centrale del Premier in carica Najib Razah ha disposto –con atto d’imperio- la dissoluzione (dichiarata “temporanea”) del partito di Mahatir a causa di documentazione incompleta, un pretesto per porre un dichiarato stop a qualsiasi azione dell’opposizione e del suo leader di spicco. Secondo gli osservatori esperti di cose riguardanti la scena politica malese, si tratta –in questo caso specifico- di una mossa del potere in carica di minare l’immagine del leader dell’opposizione presso l’elettorato meno colto e meno informato, attuando cioè una forma di neutralizzazione dell’appealing di Mahatir presso il quorum di voti a lui più vicino. Secondo gli studiosi della John Cabot University esperta in materia di Malaysia e del Merdeka Center specializzato in sondaggi di opinione, questa mossa governativa –in realtà- potrebbe essersi rivelata un potente boomerang che si rivolgerà contro il Potere costituito e tutta la compagine di Governo di Najib Razak, dando maggior forza all’unione d’intenti dell’opposizione malese intesa nella sua interezza. Additando una certa incompletezza della istituzionalizzazione del divieto del Governo in carica verso il suo partito Parti Bribumi Bersatu Malaysia PPBM, Mahatir ha inteso proseguire a muso duro affermando di avere tutto il diritto di continuare a fare campagna elettorale col suo logo ed il suo nome fino a quando la cancellazione presso il Registro Nazionale dei partiti e dei movimenti politici non fosse diventata ufficiale e gli fosse stata –in tal senso- comunicata.

A differenza che in passato, però –avvertivano gli esperti di flussi elettorali e di politica malese- l’opposizione oggi presenta un quadro variegato e diversamente compatto. Nonostante tutte le azioni più o meno limpide attuate da Najib Razak e dai suoi per mantenere il Potere, oggi i numeri rappresentano una realtà molto più fluida, visto il serpeggiare sempre più forte dei malumori delle varie anime dell’opposizione malese in sede nazionale, sia da parte dei socialisti moderati e dei progressisti sia da parte dei movimenti islamisti.

La disaffezione popolare nei confronti di Najib Razak ha avuto un improvviso slancio, se così si può dire, in occasione dello scandalo che ha riguardato la figura del Primo Ministro in carica. Si tratta di capitali stornati dal cosiddetto 1st Malaysian Development Berhard o –in sigla- 1MDB. Il fondo fu costituito nel 2009 e le accuse vertono su centinaia di milioni di dollari che sono stati sottratti a progetti destinati a potenziare infrastrutture ed il settore energia a favore di cose personali e nepotistiche del Premier in carica, cioè su fondi occultati e personali. Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha aperto un procedimento nei suoi confronti il 2016, ulteriormente aggiornato proprio nel corso dell’anno corrente, per recuperare circa 1.7 miliardi di Dollari USA in termini di controvalore che i procuratori di Giustizia degli USA affermano che furono stornati a favore di attività tutte ruotanti intorno alla figura di Najib Razak in persona. Per gli esperti legali del Dipartimento di Giustizia USA, negli anni dal 2009 al 2015, più di 3.5 miliardi di Dollari USA furono stornati da 1MDB verso alti esponenti ufficiali del board amministrativo e figure variamente associate. Si tratta, però, di controlli che non sono stati solo oggetto di indagini da parte degli Stati Uniti ma anche di svariate altre Nazioni che appunto hanno investigato sul fondo in oggetto.

Proprio lo scandalo del Fondo 1MDB ha galvanizzato le opposizioni malesi ed hanno condotto Mahatir ad abbandonare il suo buen retiro dopo la vita politica ed istituzionale attiva per tornare a guidare l’opposizione politica malese. A minare poi la popolarità di Najib Razak, poi, si sono aggiunte anche le peggiorate condizioni di vita del Paese profondamente multiculturale, multi-etnico e multi-religioso, non solo nei contesti agricoli ma anche nel tessuto urbano e metropolitano.
Vi è da aggiungere però che i successi in sede economica riconosciuti a livello internazionale da parte della compagine governativa del Premier in carica Najib Razak e i dissidi interni –spesso virulenti- tra le varie anime delle opposizioni malesi, hanno condotto queste ultime ad uno scenario paradossalmente più debole rispetto alle elezioni del 2013, quando il Barisan Nasional guidato da Najib è giunto sfinito sul fil di lana, perdendo molto della sua presa sul voto popolare e fallendo nel conquistare i due terzi del parlamento nazionale.

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