venerdì, Dicembre 13

La maggioranza degli italiani non sa che pesci pigliare E intanto continua il mercato delle nomine ‘pesanti’ e le polemiche di ‘distrazione di massa’

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Dove … Tra gli arazzi e damaschi quirinalizi un profondo, cupo, Presidente ripete il famoso passaggio ‘Catilinarie’ di Marco Tullio Cicerone al Senato è scagliato ferocemente contro Catilina : «Quousque tandem abutere, Catilina , patientia nostra? Quamdiu etiam furor iste tuus nos eludet? Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia?» («Fino ad allora, Catilina, abuso nostra pazienza? Quanto a lungo ancora codesta tua follia si prenderà gioco di noi? Fino a che punto si spingerà [la tua]sfrenata audacia?». La differenza sta nel fatto che mentre Cicerone pronunciava la sua requisitoria era opportunamente protetto dai legionari. La ‘solitudine del Quirinale è, al contrario, palpabile. Il Presidente Sergio Mattarella sembra scolpito in quei ritratti fatti da Leonardo Sciascia: «Siciliani che parlano poco, che non si agitano, che si rodono dentro e soffrono». Il ritratto poi prosegue: «Salutano con un gesto stanco, come da una lontananza di secoli…silenziosi e lontani, impastati di malinconia e di noia, ma a ogni momento pronti all’azione: uomini che pare non abbiano molte speranze, eppure sono il cuore stesso della speranza, la silenziosa fragile speranza dei siciliani migliori…».

Facciamone una sintesi: fino a quando, gli abusi?, con «silenziosi e lontani, a ogni momento pronti all’azione». Più brutalmente: tutte le corde, a forza di tirarle, cedono e si rompono. Matteo Salvini da una parte, Luigi Di Maio dall’altra, la corda, giorno dopo giorno, ora dopo ora, la stanno inesorabilmente logorando.

Nel giro di pochi giorni il Governo giallo-verde è riuscito in un capolavoro di disastri che non si pagheranno nell’immediato, e che forse -perfino- procureranno qualche consenso elettorale; ma costeranno salato nel prossimo futuro: isolamento in Europa con lo scriteriato appoggio di Di Maio ai gilet gialli francesi; e il Presidente Emmanuel Macron non attendeva altro, per dare sfogo alla appannatissima grandeur française. Fanno campagna elettorale Salvini e Di Maio, non si crederà che non la faccia anche il Presidente francese. Soprattutto perché in tutto questo bailamme brilla la sostanziale assenza del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e del Ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi: avrebbero loro titolo a parlare, più di un Ministro del Lavoro e dell’Interno. Siamo arrivati al punto che nel tentativo di metterci una pezza, Salviniconvocail suo omologo Cristophe Castaner, avendone la risposta di sufficienza: «Non mi faccio convocare da nessuno…le missioni diplomatiche vanno fatte in maniera ufficiale». Per non dire della sgangherata lettera di Di Maio a ‘Le Monde, dove si pasticcia di «millenaria democrazia francese». Molto più seria la famosa ‘lettera’ in ‘Totò, Peppino e la malafemmina’.

Non pago di essere isolato in Europa, ecco che grazie alla gravissima crisi del Venezuela, con il non prendere alcuna posizione, si sono anche incrinati i rapporti con l’umoralissimo Donald Trump. E proprio per cercare di rimediare alla pilatesca posizione assunta dall’Italia, è dovuto intervenire Mattarella.
Ogni giorno una pena. Troppe, per non pensare che le si voglia creare ad arte: una sorta di polemiche di distrazione di massa’.

Distrarre, per esempio, da quisquilie e pinzillacchere, come i dati negativi per l’industria italiana: la produzione a dicembre segna un calo dello 0,8 per cento rispetto a novembre. L’Istat spiega che si tratta della quarta contrazione consecutiva. Su base annua l’indice corretto per gli effetti di calendario risulta in ribasso del 5,5 per cento. Si tratta della diminuzione tendenziale più accentuata dal dicembre del 2012, ovvero da sei anni. In ribasso anche il dato grezzo (-2,5 per cento su base annua). «L’indicatore anticipatore ha registrato una marcata flessione», si legge nella nota congiunturale mensile, «prospettando serie difficoltà di tenuta dei livelli di attività economica».

Ancora: fra un paio di mesi avremo nero su bianco i risultati della manovra economica. Il Governo dovrà presentare entro il 10 aprile il Documento di Economia e Finanza. Il Ministro delle Finanze Giovanni Tria sarà inesorabilmente costretto a tirare le somme dell’andamento del PIL. Sì, certo si dirà che ci si trascina il ‘negativo’ del 2018; si parlerà del perdurare della congiuntura internazionale; si almanaccherà qualcosa per giustificare l’ulteriore calo della produzione industriale, della sfiducia delle famiglie, dei consumatori che non consumano, delle imprese che non investono o investono altrove.
La si metta come si vuole, le cifre saranno quelle che saranno, i mercati reagiranno come è fin da ora prevedibile; riprenderà il balletto dello spread, Bruxelles, e in particolare i Paesi verso i quali si cerca solidarietà e comprensione, ci chiederanno conto del ‘fatto’ e soprattutto del ‘non fatto’. Lo si sussurra con troppa insistenza perché sia una semplice fake news: c’è il serio rischio che all’Italia venga imposto un brusco, brutale risveglio sotto forma di patrimoniale; rischio più che concreto, perché ormai si è fatto ‘cassa’ su tutto quello che era possibile.
E’ il salato conto che si dovrà pagare in saldo alle promesse e alle assicurazioni che Di Maio e Salvini fanno a ogni pié sospinto.

Il fatto è che ogni giorno la strana coppia è costretta ad alzare l’asticella. L’altro giorno, a Vicenza, ai ‘risparmiatori truffati’ dalle banche venete, dopo aver garantito rimborsi totali e assoluti (con che tipo di controlli, per verificare se davvero si tratta di risparmiatori, e di truffati? Mistero), si è dichiarata guerra a Bankitalia e Consob; da azzerare, nientemeno. Un economista serio come Angelo De Mattia osserva che «manca solo quest’ultima vicenda per sviluppare l’isolamento nel quale si rischia di portare il Paese. Si dimostra, andando così avanti, che si ha una concezione della democrazia priva di pesi e di contrappesi. A questo punto non resta che sperare che il premier e il Ministro dell’Economia abbiano uno scatto, valorizzando la loro autonomia intellettuale e istituzionale…Non si può immaginare che il caso esploda in tutta la sua gravità e con tutte le sue connessioni». E se no? «Come extrema ratio non resterà che rivolgersi al Colle». Appunto.

Per inciso: il partito di Di Maio blocca dal 16 gennaio scorso la conferma, per altri sei anni, del vice-direttore generale di Bankitalia Luigi Federico Signorini, decisa dal consiglio superiore della Banca; per essere effettiva, la conferma deve essere approvata con decreto dal Presidente della Repubblica, previo parere del Consiglio dei Ministri. Il potere decisionale, però, è del Colle, che in questo modo viene bloccato: la finalità è trasparente: un attacco all’autonomia e all’indipendenza dell’Istituto. Grave vulnus: il Governo deve e può solo fornire un parere, non può e non deve designare.

A questo si aggiunga che al vertice di Consob, la Commissione Nazionale per le Società e la Borsa, autorità amministrativa indipendente la cui attività è rivolta alla tutela degli investitori, all’efficienza, alla trasparenza e allo sviluppo del mercato mobiliare italiano, si pone il Ministro Paolo Savona; nomina che fa alzare più di un sopracciglio: la legge Frattini che regola il conflitto di interessi, stabilisce che chi ricopre un incarico di Governo non può svolgere incarichi in enti di diritto pubblico per un anno, dopo il termine del suo incarico. Il Governo Conte obietta che Savona, in quanto Ministro per gli Affari Europei, non ha mai avuto a che fare con questioni relative alla vigilanza sulla borsa; dunque il problema non si pone.
Esiste poi un precedente, che ovviamente non fa legge, ma dimostra come si possa essere ‘elastici’ quando convenienza lo consiglia: alla fine del 2010 l’allora Governo Berlusconi nomina l’allora vice-ministro Giuseppe Vegas Presidente di Consob, senza attendere l’anno di pausa. Scelta definita scandalosa da Di Maio; che evidentemente in questi nove anni ha mutato opinione, dal momento che approva la nomina di Savona.
C’è poi la legge Madia: prevede che i pensionati (come appunto Savona) possono ricoprire incarichi dirigenziali all’interno delle amministrazioni pubbliche (Consob è esplicitamente citata) solo per un anno, e a titolo gratuito. Il Governo, invece, assegna a Savona un mandato pieno di sette anni: eccepisce che la legge Madia non si applica perché è nomina governativa, e no un ‘semplice incarico dirigenziale’.
Come la si mette, poi con il fatto che Savona è tuttora socio di Euklid, fondo speculativo con sede a Londra, e ne era fino a pochi mesi fa Presidente? Nessun problema: Euklid è un fondo britannico, grazie a Brexit non è sottoposto alla vigilanza Consob, e dunque viene meno il conflitto d’interessi.

Sempre a proposito di nomine pesanti, si aggiunga che si sta liberando la poltrona di Presidente dell’INPS, loscomodoTito Boeri; e anche il Presidente dell’Autorità Nazionale anti-corruzione Raffaele Cantone ha le valigie pronte. Questa è la ‘carne’ dei problemi che vengono sistematicamente nascosti da continue cortine fumogene.

Enrico Letta, dal suo Istituto di studi politici a Parigi, con partecipato distacco, parla di «strategia complessiva riassumibile in questo concetto: comperarsi l’arbitro. Minare e distruggere l’equilibrio su cui si fonda l’autonomia delle autorità indipendenti. Ma senza un sistema di pesi e di contrappesi, il check and balance, viene meno un elemento essenziale della democrazia». Si potrà obiettare che questo processo viene da lontano, non è una novità del Governo Salvi-Di Maio; ma questo non attenua, anzi, rende più grave la situazione.

In concreto, in termini di voti e consenso, che accade? Un primo segnale, settimane fa, era venuto da Alessandra Ghisleri. Ora conferma Nando Pagnoncelli di Ipsos. Il trend che disegna per il ‘Corriere della Sera’ è questo: «La Lega si conferma al primo posto con il 34,4 per cento delle preferenze, ma risulta in flessione di 1,4 per cento; segue il M5S stabile al 25,4 per cento; quindi il PD con il 16,1 per cento (meno 0,8 per cento), e Forza Italia con l’8,1 per cento (in crescita di un punto)». Attenzione: ci si riferisce ai votanti. Se, invece, si prende in esame il più vasto territorio degli aventi diritto al voto, si ottiene un 42,5 per cento di astenuti e incerti. In poche parole: la maggioranza degli italiani non sa che pesci pigliare, e dice che gli uni o gli altri, pari sono. Questa la situazione, questi i fatti.

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