martedì, Novembre 12

La Luna nuova La Nasa pensa a Marte, ma l'economia europea e italiana potrebbe subire delle conseguenze da tutta la manovra americana

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Luca Parmitano è per la seconda volta sulla Stazione Spaziale Internazionale, dopo un viaggio di circa sei ore iniziato dal cosmodromo di Baikonur, che dista 200 km. dal lago d’Aral. La stessa base da cui nel 1957 partì lo Sputnik 1, Yuri Gagarin nel 1961 e nel 1963, Valentina Tereškova. Cinquant’anni fa Neil Armstrong e Buzz Aldrin camminarono sulla Luna, impiegando quattro giorni per arrivarvi. Loro erano partiti dal John F. Kennedy Space Center, la storica base sull’isola Merritt, tra Miami e Jacksonville. Storia, attualità. Futuro per il mondo intero, raccontato come sempre dai vincitori. 

Sembra sia un secolo e invece ne è passato solo mezzo!

E che gli Stati Uniti abbiano tratto il massimo vigore rappresentativo dalle missioni lunari, raggiungendo e superando i nemici di sempre, è la storia mediaticamente più esaltante del XX secolo. Ma adesso, oltre oceano, sta accadendo qualcosa che dovrebbe lasciar riflettere: lo scorso 10 luglio, l’amministratore della Nasa Jim Bridenstine ha rimosso Bill Gerstenmaier, il suo direttore dell’esplorazione umana, dopo un’udienza al comitato scientifico del Congresso, sostituendolo con Ken Bowersox, un capitano della US Navy, con diversi lanci a bordo dello Shuttle e un lungo soggiorno sulla Stazione Spaziale. Quali siano state le motivazioni di un cambio di guardia così brusco, sono intuibili: qualcosa non ha funzionato per il progetto della stazione in orbita lunare, la cui realizzazione è prevista nel 2022: un’idea internazionale con gli stessi partner della SSI, dunque con la partecipazione europea. Una soluzione, definita dallo stesso Gerstenmaier, che avrebbe orientato le attività americane con gli alleati commerciali e internazionali per esplorare la Luna e le sue risorse. Certo è che alla Nasa si sta spingendo per inviare un equipaggio umano entro il 2024, primo step per il rilascio delle missioni su Marte e probabilmente le riassegnazioni sono il risultato di malumori espressi dalla Casa Bianca sui tempi previsti. Del resto, non è un mistero che nello scorso aprile, un rapporto dello Science and Technology Policy Institute (STPI) ha concluso che la Nasa non potrà in alcun modo andare su Marte entro il 2033 così come più volte dichiarato. Poco male. È difficile che in quell’anno il Tycoon possa ancora concorrere all’abitazione del 1600 Pennsylvania Avenue, Washington DC! Insomma, si sta forzando la mano perché la politica non perda la faccia con il nuovo appuntamento con la storia. Ma se siamo entrati in dettagli su questa pagina è solo per rimarcare che la nostra economia europea e italiana potrebbe subire delle conseguenze da tutta la manovra americana. Cosa comporterà questa rivoluzione è presto dirlo ma immaginiamo che non tarderanno le ripercussioni sugli accordi bilaterali che l’ente americano ha stretto proprio con l’Esa, sia in termini di esplorazione che di telecomunicazioni. A buona ragione entrerebbe in ballo l’Italia che vanta grandi capacità per i moduli abitabili. 

Supponiamo quindi che non solo i tecnici ma tutta la politica del settore si attivi per riposizionare il proprio bouquet di prodotti ai nuovi assetti voluti o desiderati per la Nasa. Le prospettive potrebbero essere addirittura vantaggiose.

In Europa però, l’eterno parente povero di un apparato circense dalle dimensioni stratosferiche, gli atteggiamenti sono controversi e onestamente le cose non stanno andando molto bene: la costellazione per la navigazione satellitare immaginata per rendersi indipendenti da chi da tempo aveva già in esercizio un apparato di geolocalizzazione della Nato, non sta funzionando come sperato, anche se dopo un preoccupato black-out ora apprendiamo vi siano nuovamente ritorni di segnale. Fa però assai male chi incolpa i partner industriali delle possibili defaillance, invece di cercare pacificamente le cause del cattivo funzionamento.

In casa nostra pure dobbiamo annotare una cattiva notizia. Dopo 14 successi, un fallimento è toccato anche al lanciatore Vega, ad appena 60 secondi di missione. Cosa sia successo è tutto da scoprire anche se alcuni sospetti lasciano intendere che il danno sia avvenuto per cause completamente lontane dalla qualità del prodotto.

Né è chiaro il pensiero profondo di Emmanuel Macron. Il presidente francese ha dichiarato di voler costituire l’Armée de l’Espace, per «proteggere meglio i nostri satelliti» o forse per emulare il presidente americano Donald Trump che da tempo parla della possibilità di creare una Space Force, che darà agli Stati Uniti un’efficace difesa spaziale, ma secondo autorevoli osservatori, il nuovo modello di difesa americano sarà il modo di appesantire l’esercito con nuove strutture burocratiche. È evidente che non vi sia particolare convergenza nei corridoi del Pentagono.

Da parte nostra, questi atteggiamenti unilaterali ci impensieriscono. Consideriamo infatti preoccupanti i passaggi delle singole nazioni, almeno per le componenti più deboli. Quelle insomma che non stanno esprimendo posizioni autorevoli negli scenari che si prospettano all’orizzonte sia industriale che governativo. Noi leggiamo frequentemente delle intenzioni dell’Eliseo di razionalizzare la presenza manifatturiera in Francia anche se l’Unione Europea è riluttante sulle fusioni che portano a duplicazioni di attività produttive. In ogni caso, se si troverà qualche formula, non sarà vantaggiosa per i piccoli attori.

In Italia è appena scoppiata una grana occulta: una relazione della Corte dei Conti sul CIRA, il centro aerospaziale di Capua, ha mostrato elementi che non alleviano la tensione. E deve aver ragione l’opinionista Cesare Albanesi quando scrive nel suo blog: «Una cosa è certa, che l’Italia spaziale continua ad essere sotto schiaffo da parte di altri partner europei» e poi si domanda: «L’Italia ha una strategia spaziale che le consenta di giocare bene le sue carte alla prossima conferenza dell’ESA, o al contrario si rassegna a spendere molti soldi in alleanze che giovino soltanto ai francesi?». È un quesito che dovranno porsi tutti. Tutti coloro che hanno una parte nella vicenda spaziale europea mentre si avvicina la data per la prossima ministeriale in cui si stanzieranno fondi importanti che decideranno le sorti industriali di un settore fortemente avanzato. 

Non entriamo nel merito perché è troppo presto ma invochiamo la massima accortezza nella gestione dei soldi pubblici e ci auguriamo che l’atteggiamento sciatto e sgarbato di chi amministra denunciato sia sulla via del tramonto ma non si possono negare alcune circostanze, tanto da aver portato i giudici contabili a un rapporto così duro. Sottrarre risorse o distribuirle in modo personalistico è nella fattispecie un indebolimento alla ricerca applicata più avanzata. E il denaro viene deviato da opportunità che renderebbero l’Italia più competitiva!

Abbiamo parlato di grandi programmi, di grandi paesi e di nani sulle spalle dei giganti, per dirla con una felice espressione del filosofo e grande maestro di retorica francese Bernardo di Chartres. Non vogliamo far paragoni che sarebbero fuorvianti ma teniamo a sostenere che molte operazioni, in un settore complicato e multiforme come lo spazio possono essere collegate e soprattutto, la loro interconnessione costituisce un trampolino di lancio o un punto di ristagno anche per interessi che possono apparire piccoli ma che costituiscono una riserva vitale per una nazione.

Noi ci rendiamo conto che senza una dovuta attenzione degli organi regolatori, ovvero di chi gestisce la politica alla sommità delle questioni, il sopravvento di singoli interessi può diventare l’arbitrio di pochi a danno di un’intera comunità. 

È inutile lanciare accuse che scadrebbero nella faziosità inevitabile delle contraddizioni politiche oggi rese esasperate da un astio di territorio, generazionale e multiculturale. Riteniamo però necessaria la solerzia nell’affrontare tutto quanto rientra nel patrimonio strategico di uno stato che se da anni non brilla per le sue idee e per una salvaguardia razionale delle sue proprietà, rappresenta pur sempre una potenza economica che non merita di essere depauperata o lasciata interamente nelle mani di forze straniere interessate solo al guadagno, piuttosto che alla sua crescita e alla sua sicurezza.

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