martedì, Febbraio 18

La Luna è nera per il cotone cinese L'esperienza è stata molto importante dal punto di vista scientifico perché ha accertato la probabilità di nascita di una pianta terrestre in condizioni di gravità ridotta

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Il Gossypium è una pianta arbustiva, importata in Europa dai beduini delle steppe arabe circa 5.000 anni fa dalle regioni di India, Africa e forse dall’America centrale. Noi lo chiamiamo più volgarmente cotone e così delicato, ci viene da dire: leggero, morbido, assorbente. Un vegetale tanto comune –dall’abbigliamento, al tessile per la casa, alle forme sanitarie più immediate, ma per ogni uso quotidiano – che all’improvviso dilata il centro dell’attenzione della comunità scientifica mondiale nei cambiamenti sostanziali dell’utilizzo dello spazio per il prossimo futuro. E su questo, racconteremo di un esperimento progettato da 28 università cinesi che ha immaginato un ecosistema artificiale di vegetazione, preludio immancabile al sostentamento di colonie umane fuori dal nostro mondo. Così, quando Xinhua, l’agenzia di stampa di Pechino ci ha informato che nella spianata del cratere dedicato allo scienziato ungherese Theodore von Kármán, è spuntato un piccolo germoglio di cotone abbiamo sussultato.

Se la notizia fosse semplicemente questa, avrebbe del determinante in una nuova pianificazione della vita planetaria. Ma come nostra consuetudine, cerchiamo di raccontare i fatti e provare ad approfondirne le conseguenze.

La China National Space Administration ha reso noto nei giorni scorsi che sì, è nata una pianta di Arabidopsis thaliana – che non è proprio contone come si era detto inizialmente – sulla Luna ma l’evento è avvenuto in una capsula trasportata dalla sonda Chang’e-4, che ha inflitto un trattamento biologico al seme per rimanere dormiente nei 20 giorni di viaggio da Base 27 del centro spaziale di Xichang per Aitken, la distesa del bacino più meridionale del globo selenico situata in un punto dell’emisfero del nostro satellite naturale che viene definito il lato oscuro. Poi abbiamo letto che, una volta posato il veicolo sul suolo della nostra piccola compagna di viaggio, la incubatrice di 18 centimetri in alluminio costruita appositamente è stata sganciata e dal centro di controllo terrestre è partito il comando per irrigarne l’ambiente pressurizzato, avviando il suo ciclo di crescita che però è durato solo nove giorni. «Questa è la prima volta che gli esseri umani eseguono esperimenti di crescita biologica sulla superficie lunare», ha detto entusiasta il professor Xie Gengxin, che ha progettato il processo. Ed è vero. Ma poi l’impietosa videocamera installata nel dispositivo ha ammesso l’agghiacciante realtà. Il contenuto vegetale della serra si è completamente raggelato perché la notte lunare, che dura circa due settimane, ha ridotto la temperatura nel recipiente a 50 gradi centigradi sotto lo zero, insostenibile per il bocciolo appena spuntato.

Fin qui la cronaca, a cui facciamo seguire le nostre considerazioni: l’esperienza -che faceva parte dei test secondari della missione cinese- è stata molto importante dal punto di vista scientifico perché ha accertato la probabilità di nascita di una pianta terrestre in condizioni di gravità ridotta. Inoltre non c’è solo cotone o altra era in quella pentola segregata: la ricerca, ideata dagli studenti dell’Università di Chongqing, a seguito di un concorso indetto nel 2015, comprende un carico di patate, del lievito e anche uova di moscerini non schiuse. Rimandiamo all’arrivo del giorno lunare e alla benevolenza degli informatori della repubblica asiatica la conoscenza della sorte di questi campioni e la cognizione delle loro reazioni alle escursioni termiche estreme. Va però detto che il contenitore in alluminio, costato oltre un milione di dollari, dal peso di 3 kg. e caricato con la giusta riserva di ossigeno, alimentato dai pannelli solari di Chang’e 4, avrebbe dovuto garantire il mantenimento della temperatura interna, tra uno e 30 gradi, ma così non è stato. Non sappiamo cosa sia accaduto ma se questa diversa applicazione termica ha costituito una défaillance, l’evento è stato letale per il buon fine della prova. Va poi aggiunto che l’originalità della botanica spaziale ha già avuto dei precedenti.

Di piante in criticità gravitazionali ne sono nate in campioni consistenti. Non si deve arrivare alla fantasia di Andy Weir che con il romanzo The Martian ci ha fatto sognare la sopravvivenza su Marte. Nella Stazione Spaziale, grazie al progetto Veggie e al modulo gonfiabile dell’Advanced Plant Habitat, si sono raccolti elementi floreali, verdure, ortaggi e frumento. «I ricercatori della Nasa» –ha affermato Alberto Battistelli dell’Istituto di Biologia Agroambientale e Forestale del Cnr– «sono riusciti a raggiungere livelli di controllo dei fattori ambientali di crescita delle piante mai raggiunti prima».

Però, va riconosciuto che la ricerca in atto è una miniera di conoscenze che i cinesi dovranno condividere per comprendere tanti misteri del nostro sistema solare, anche se la coltivazione non è avvenuta direttamente sulla regolite lunare e l’acqua che ha bagnato la piantina è stata prelevata probabilmente dal fiume Chang Jiang o da un freddo laboratorio del distretto di Mianning, non da uno dei ghiacciai rilevati dal Moon Mineralogy Mapper della Nasa e che se la mancanza di un’atmosfera permette di individuare le tracce delle prime fasi della storia geologica orbitale, il vuoto non concede certo la crescita della vegetazione in libertà.

Un giorno forse scopriremo che il terreno lunare è fertile: che sia una lava basaltica simile a quella terrestre oppure uno strato di materiale sciolto che copre la roccia, non saranno numerose le differenze geologiche, se è vero che la Luna si è formata non molto tempo dopo la nascita della Terra per l’aggregazione dei detriti rimasti in orbita, dopo la collisione del nostro pianeta con Theia, un sasso grande come Marte!

L’esperimento quindi è interessante e non importa se la sua qualità possa offuscare la liturgia che gli Stati Uniti si preparano a proporre per il mezzo secolo della ‘loro’ conquista lunare. La realtà è che i cinesi hanno portato sulla Luna una propria sonda e mentre in Europa e in America ancora si barcolla per decidere tra le spedizioni lunari e marziane, le tecnologie del vecchio impero del Catai hanno fatto goal su un punto dell’emisfero invisibile e per inviare le foto di quello che già era stato un obiettivo di osservazione di Apollo 17, l’ultima missione lunare della Nasa, hanno utilizzato il satellite ponte Queqiao dal peso di 400 kg, posizionato nel punto di Lagrange (circa 60.000 km. dalla superficie lunare), dove le forze gravitazionali di Terra e Luna si bilanciano, permettendo a qualsiasi oggetto di mantenere una posizione fissa. È grazie a Queqiao, che deve il suo nome a una romantica leggenda di un incontro divino avvenuto nella Via Lattea, che si attuano le manovre del lander e del rover di cui è dotata.

La distesa polare di Aitken, per dare qualche dettaglio nozionistico, è profonda una dozzina di chilometri e potrebbe essersi formata dall’impatto di un massiccio asteroide intercettato dalla gravitazione del nostro satellite, formando una buca di molto oltre 150 km. di diametro. L’episodio ha avuto una replica meno intensa, ma documentata l’11 settembre del 2013 (una ricorrenza infausta!), intorno alle 21:07 italiane, quando un meteorite di 400 kg. dal diametro compreso tra 0,6 e 1,4 metri si è infranto nella zona del Mare Nubium ad una velocità di circa 61.000 km/h, aprendo una cavità larga 40 metri. È stato un effetto pari all’esplosione di 15 tonnellate di tritolo.

Dunque, un bilancio positivo quello ottenuto fino ad ora dalla tecnologia spaziale cinese, a cui aggiungiamo ancora due righi di considerazioni assolutamente personali.

Il cotone –perché di questo si è parlato- è in assoluto la prima pianta tessile del mondo, cresce nei paesi con una stagione caldo-secca e una stagione umida, con la Cina e gli Stati Uniti che producono quasi metà del fabbisogno mondiale. Ma è proprio un caso che sia stato scelto il cotone nella sfida tra le due potenze? Difficile dirlo.

Ma da affascinati dai libri di storia non possiamo nasconderci di associare questa coltivazione a Tara, la piantagione di cotone di Atlanta, il luogo inventato da Margaret Mitchell in ‘Via col vento’ per descrivere gli orrori della guerra civile e della schiavitù americana. Questo è proprio un momento della storia umana che vorremmo non si ripeta mai più.

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