sabato, Giugno 6

La linea rossa del Cremlino La Russia è pronta a reagire alla forte pressione a cui è sottoposta da parte degli Usa

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«Tutti sanno anche che il nostro presidente non permetterà a nessuno di oltrepassare la linea rossa degli interessi nazionali della Russia. In questo si sente il sostegno assoluto dei russi, che si sono uniti nella figura del presidente», ha dichiarato il portavoce del Cremlino Dimitrij Peskov rammentando il recente verdetto delle urne che ha visto Vladimir Putin ottenere la riconferma elettorale con uno schiacciante 76% ​​dei voti.

L’ammonimento sottende con ogni probabilità la volontà di Mosca di ribadire con forza il messaggio lanciato da Putin alla vigilia delle elezioni dello scorso 18 marzo, quando in occasione del discorso sullo Stato della Federazione aveva annunciato la messa a punto di missili intercontinentali in grado di sfuggire a qualsiasi sistema intercettore attualmente in uso e chiarendo che Mosca non esiterà a farvi ricorso come forma di rappresaglia atomica «nell’eventualità di un attacco nucleare contro la Russia o i suoi alleati». Il riferimento era chiaramente alla Cina, alleato sempre più stretto della Russia contro cui si concentra attualmente la pressione commerciale e militare statunitense. Nello specifico, si tratta di «un missile da crociera lanciato dall’aria armato di testata nucleare, con raggio d’azione praticamente illimitato essendo alimentato a energia nucleare, una rotta imprevedibile e la capacità di penetrare attraverso qualsiasi difesa anti-missile. I missili Kinzhal e Avangard con velocità ipersonica (oltre 10 volte quella del suono). Il missile balistico intercontinentale Sarmat da 200 tonnellate su piattaforma mobile, con un raggio di 18.000 km, armato di oltre 10 testate nucleari che manovrano a velocità ipersonica per sfuggire ai missili intercettori. Un drone sottomarino più veloce di un siluro che, alimentato a energia nucleare, percorre distanze intercontinentali a grande profondità colpendo porti e fortificazioni costiere con una testata nucleare di grande potenza».

A poche settimane di distanza dall’avvertimento di Putin, Pechino ha inviato a Mosca il ministro della Difesa Wei Fenghe e il ministro degli Esteri Wang Yi per garantire la partecipazione cinese alla settima Conferenza sulla Sicurezza Internazionale; dalla capitale russa, Fenghe ha dichiarato che «la Cina mostra agli statunitensi il rapporto di stretta collaborazione venutosi a creare tra le forze armate russe e quelle cinesi […]. Insieme, elaboriamo risposte comuni alle sfide poste dagli Usa». La collaborazione tra Mosca e Pechino ha effettivamente registrato un salto di qualità a partire dal 2014, quando sull’onda della crisi ucraina la Russia ha reindirizzato il proprio export energetico verso la Cina con un mega-accordo da 400 miliardi di dollari, lavorato fianco a fianco con esperti cinesi per la realizzazione di una camera di compensazione alternativa a Swift (controllata dagli Usa), consolidato l’intesa in seno all’alleanza Brics e ricevuto dal Tesoro cinese il sostegno necessario a placare la speculazione contro il rublo – sostenuta politicamente da Washington – che aveva preso corpo nel 2015.

Ai più avveduti osservatori non è sfuggito il tempismo della presa di posizione della Cina in favore della Russia, che fa cronologicamente seguito all’espulsione di numerosi diplomatici russi da parte di Stati Uniti e Paesi membri dell’Unione Europea come rappresaglia per l’avvelenamento di un’ex disertore russo (Sergeij Skripal) del Gru residente in Gran Bretagna. La premier Theresa May e il suo ministro degli Esteri Boris Johnson hanno immediatamente puntato il dito contro il Cremlino, banché gli investigatori britannici non abbiano reperito alcuna prova a supporto dell’accusa.

Con un linguaggio insolitamente diretto e inequivocabile, il ‘Global Times‘, megafono semi-ufficiale del Partito Comunista Cinese, ha commentato l’atteggiamento del fronte atlantista nei confronti della Russia nei seguenti termini: «espellere diplomatici russi simultaneamente è una forma rozza e incivile di comportamento […]. Il fatto che le maggiori potenze occidentali si coalizzino per condannare uno Stato estero senza seguire le procedure fondamentali a cui tutti gli altri Paesi sono tenuti ad adeguarsi sulla base dei principi elementari del diritto internazionale è agghiacciante […]. Negli ultimi anni la realtà è stato falsificata e manipolata in modi mai visti prima […]. Si tratta di una tattica intimidatoria emblematica delle nazioni occidentali, non sostenuta dal diritto internazionale e quindi del tutto ingiustificata. Ciò che la Russia subisce oggi insegnerà alle altre nazioni non occidentali quale trattamento possono aspettarsi di ricevere in un futuro non molto distante […]. Il modo in cui Stati Uniti ed Europa hanno trattato la Russia supera lo scandaloso. Le loro azioni sono di una irresponsabilità ed avventatezza che è diventata la caratteristica fondamentale dell’egemonia occidentale che va a deteriorare le relazioni internazionali. È davvero giunto il momento che le nazioni non occidentali rafforzino la loro unità e incrementino gli sforzi di collaborazione reciproca al di fuori dal raggio dell’influenza occidentale».

Russia e Cina stanno dunque unendo le forze per fronteggiare al meglio l’aggressività statunitense, che nelle ultime settimane si è manifestata sotto forma di dazi sulle importazioni di una serie di merci cinesi, di invio di una portaerei nelle acque del Mar Cinese Meridionale, di espulsione di personale diplomatico russo a causa dell’oscuro caso Skripal e di minacce nei confronti della Repubblica Araba Siriana a causa del presunto attacco chimico su Douma attribuito istantaneamente – ancora una volta – alle forze regolari senza fornire alcuna prova a sostegno della tesi. Il segretario alla Difesa James ‘mad dog‘ Mattis ha dichiarato di ‘non escludere’ un raid aereo contro la Siria, ad appena due mesi di distanza dall’aver pubblicamente ammesso che il Pentagono non dispone tuttora degli elementi per acclarare che i precedenti due attacchi con il gas verificatisi in Siria rispettivamente nel 2013 e nel 2017 fossero stati realmente commessi dal governo di Bashar al-Assad, come Washington ha sostenuto entrambe le volte. Eppure, lo scorso aprile Trump non esitò a ordinare il bombardamento con missili Tomahawk della base militare di Khan Sikhoun, dalla quale si stimava fosse stato lanciato l’attacco.

Anche in questo caso, tuttavia, non sono mancate né parole di condanna contro l’«animale Assad, assieme ai suoi sponsor russo e iraniano», come ha dichiarato Donald Trump, né rappresaglie contro l’esercito siriano, visto che la base aerea T-4, nei pressi di Homs, è stata presa di mira lo scorso 9 aprile dall’aviazione israeliana, stando a quanto dichiarato dal ministro degli Esteri russo Sergeij Lavrov, il quale ha anche colto l’occasione per affermare che «i nostri specialisti militari si sono già recati sul posto […] e non hanno rinvenuto alcuna traccia di cloro o di qualsiasi sostanza chimica utilizzata contro i civili […]. Quando viene invocata una tempestiva e onesta indagine per far luce sull’accaduto, noi siamo del tutto a favore. Ma se questa indagine viene condotta con l’unico obiettivo di arrivare a una precisa conclusione, e questa conclusione è che l’attacco è stato condotto da Assad con il sostegno di Putin, bene, allora non possiamo discutere seriamente questo caso».

C’è quindi da aspettarsi che la Russia non attenderà passivamente che gli Stati Uniti lancino una nuova offensiva contro la Siria.

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