domenica, Marzo 24

La Liguria, la crisi, la ‘sbira’ field_506ffb1d3dbe2

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Genova
– Genova? Una città malata, in crisi di identità. Diagnosi raggelante, confermata dai fatti. Le industrie e le imprese boccheggiano, il sistema culturale langue, la disoccupazione dilaga. Termometro del declino: il portale dei fallimenti del Tribunale. Consultarlo è un’esperienza angosciante. Non passa giorno senza l’apertura di una procedura o di un pignoramento. Per i curatori (almeno per loro) sono tempi di superlavoro. Il contagio della crisi è arrivato dappertutto. Recessione economica, aziende che chiudono, l’industria assistita, avvolta nella tenda ad ossigeno degli ammortizzatori sociali.

Genova perde i pezzi e diventa terra di conquista, anche in quei settori, un tempo detenuti saldamente dall’alta borghesia ‘illuminata’ e dal fronte dell’imprenditoria portuale cittadina. Nel calcio, nell’editoria, nell’industria, si susseguono le cessioni ai ‘forestieri’. Da Genoa e Sampdoria, le squadre di serie A, gestite rispettivamente dall’industriale avellinese Enrico Preziosi e dall’imprenditore romano Massimo Ferrero, sino alla voce della Liguria, ‘Il Secolo XIX’, passato, dopo 128 anni, sotto la regia piemontese del concorrente di un tempo, ‘La Stampa’, la cui proprietà detiene oggi il 77% delle quote. Senza dimenticare i casi di Ansaldo Energia e Ansaldo Industria, eccellenze produttive finite nell’orbita di società cinesi e giapponesi.

In questo scenario depresso, c’è solo una parola di speranza che risale i vicoli del centro storico di Genova e percorre come un fremito tutta la regione: il turismo. E’ lì, tra gli assetti della prima industria dell’economia ligure, che proviamo a cercare l’eccezione o almeno l’indizio di una controtendenza. Ma quella che si delinea, è l’ennesima replica, di un comparto in tremenda sofferenza. L’estate 2014, funestata da condizioni climatiche assolutamente anomale, passa agli archivi come la peggiore di sempre.

Gli stabilimenti balneari denunciano una contrazione del fatturato pari al 50%. E’ come se l’estate, in Liguria, fosse durata appena un mese. Il maltempo ha dato il colpo di grazia. Sdraio costantemente libere. Vuoti i ristoranti dei litorali. Dappertutto raffiche di disdette e rinunce. Una situazione talmente grave che ha indotto la Regione Liguria ad intraprendere un’azione senza precedenti: “Considerando l’emergenza meteo che ha compromesso la stagione”, ci annuncia l’Assessore regionale al Turismo Angelo Berlangierifaremo pressioni sull’Agenzia delle Entrate, affinchè riveda i parametri relativi agli studi di settore del comparto balneare.

Ma quali sono i numeri del disastro? A settembre, ormai agli sgoccioli, è impossibile saperlo. Nell’era digitale, il sistema di rilevazione delle presenze alberghiere avviene ancora con la compilazione di moduli cartacei e con l’invio dei dati via fax. Arretratezze, che la Regione Liguria sta cercando di superare, prima in Italia, attraverso la messa a punto di un software, denominato Ri.Mo.Cli (acronimo di Rilevazione Movimento Clienti), che consentirà di aggiornare online, in tempo reale, la situazione del turismo e di programmare rapidamente politiche e strategie. Il sistema, tuttavia, entrerà a pieno regime, solo il prossimo anno.

Intanto, dopo una stagione grigia, tendente al nero, le polemiche fioccano. In Liguria, l’aria che tira è da resa dei conti. Secondo gli operatori, esasperati dai bilanci in rosso, le responsabilità del fallimento non sono da ricercare esclusivamente nel destino e nel meteo avverso. “Il turismo è in ginocchio per colpe storiche”, ripetono in coro.

Certo, dalle Colombiane del 1992, con la realizzazione dell’Acquario e dello spettacolare restyling del Porto Antico, al 2004, quando Genova Capitale Europea della Cultura, fu l’artefice di un piccolo rinascimento, di strada se n’è fatta, ma c’è ancora molto da costruire.
Illuminante la disamina di Linda Celenza, operatrice della comunicazione nel settore dell’accoglienza. “Non c’è dubbio che Genova si sia trovata nell’ultimo periodo a gestire una massa enorme di turisti attratti dalla varietà di attrazioni che la città offre, e sì, sicuramente, il ‘cammino di notorietà’ deriva anche dal 2004, e il capitale, da allora, non solo non si è perso, ma anzi si è incrementato. Il lavoro di esercenti e commercianti è continuo e assiduo: specie le nuove generazioni di operatori si rendono conto di dovere alacremente lavorare contro la mentalità e la fama ligure immortalata dai comici di Zelig con la famosa battuta: “La torta di riso è finita”. Dalla loro hanno una fisiologica affinità con i nuovi mezzi di comunicazione e possono instaurare un rapporto diretto con la loro clientela digitalizzata.

In quale settore occorre puntare? A Genova urge correre ai ripari nel potenziamento della rete wi-fi con procedure di login veloci e sicure, promozione a mezzo social, un gruppo di lavoro che sappia interagire con i turisti (come succede ad esempio in Spagna). Tante esigenze insomma”, osserva Linda Celenza. I turisti cercano informazioni veloci ed esaurienti in tempo reale. La città piace, tantissimo, ma rispetto ad altre piazze, è difficile da scoprire senza una guida, e i social network sono perfetti per creare una rete alternativa rispetto alla guida cartacea o alla cartina del punto informazioni. Il lavoro è enorme, da parte di Pubblica Amministrazione ed operatori, e purtroppo non ci sono ricette magiche. Bisognerà essere flessibili, dinamici, attenti alle istanze dell’utenza e, come si suol dire, stare sempre sul pezzo

Insomma c’è cambiare una mentalità, ancora legata, ai tempi ‘fordisti’ della fabbrica. 

Tuttavia, nella Genova dei contrasti, si svelano potenti e vitali, le strutture trainanti della macchina turistica. Acquario, Palazzo Ducale, ma non solo.

Con 12 accosti, 5 terminal dedicati al traffico passeggeri, 1milione e 21mila transiti nel 2013, e una previsione di 830mila per l’anno in corso, la Stazione Marittima di Genova, rappresenta la porta d’ingresso, ricca di storia, del turismo crocieristico. L’affascinante approdo dei Transatlantici del passato, è oggi l’avanzato snodo di passaggio della clientela internazionale, imbarcata sulle ‘città galleggianti’ di Msc, Carnival e Royal Caribbean.

 


Edoardo Monzani
, Amministratore delegato di Stazioni Marittime S.p.a., traccia un quadro in chiaroscuro: “Genova piace, è una città cresciuta notevolmente che ha scoperto la sua vocazione turistica da poco più di 10 anni. Il problema è rappresentato dalla carenza di risorse, e la comunicazione ne risente. In questo momento le casse degli Enti non consentono di impostare iniziative capillari legate alla diffusione di un marchio Genova. I turisti americani ed europei, ancora oggi, conoscono di più Portofino che il capoluogo.

Monzani, da Stazione Marittima passano mediamente, in entrata e in uscita, quasi un milione di crocieristi all’anno. Che rapporto hanno con la città?
Di questo enorme flusso, occorre considerare il mezzo milione di turisti imbarcati su quelle navi da crociera che scelgono Genova come tappa del loro itinerario. Il 50% viene assorbito dai tour, organizzati a terra dalle Compagnìe. La restante metà, rappresenta invece la quota “free” che scende dalla nave per esplorare la città in autonomia.

E’ un impatto positivo?
La Stazione Marittima si è dotata recentemente di un Information Point. Per il resto le criticità sono evidenti. I turisti, appena sbarcati, sono già inseriti nel tessuto del Centro Storico di Genova, il più grande d’Europa. Qui, seppur in un contesto di struggente bellezza, iniziano le difficoltà: mancano percorsi ben definiti e segnalati, esiste un problema sicurezza, pulizia e decoro sono carenti. Trovare un gabinetto pubblico è impossibile. E provoca, comunque, profondo dispiacere, prendere atto del cattivo stato di manutenzione di certe strade e del poco verde. Lacune gravi, che sono legate, insisto, alla carenza di risorse pubbliche.

Capitolo infrastrutture?
Critico. Genova è una città ingolfata e malservita. Si tratta di un deficit storico. La nota positiva per noi, arriva però dall’Aeroporto, che ogni 15 giorni gestisce l’arrivo in contemporanea di sette aerei con 2600 turisti diretti sulle navi da crociera P&O della Carnival. E’ il segno di un’integrazione operativa vincente.

 

Il territorio ligure offre, dunque, grandi eccellenze, ma il sistema regionesoffre la concorrenza del mercato globale. La vacanza del lombardo o del piemontese, che tradizionalmente scendevano verso i litorali di Alassio, Varazze o Rapallo, è erosa dalle offerte esotiche di mari lontani, mentre in Liguria, fattori decisivi, come accoglienza, trasporto pubblico, promozione e infrastrutture, sono ancorataratisu modelli sorpassati. Nonostante i contributi, messi a disposizione dalla Regione, per la riqualificazione delle strutture del comparto turistico (40 milioni di euro erogati nel quinquennio 2010 – 2015), gran parte della ‘macchina’ ricettiva ligure risulta bloccata agli Anni ’70. L’autostrada è insufficiente, l’Aurelia d’estate è sempre troppo trafficata, i treni sono pochi, le destinazioni un miraggio. Cinque ore per raggiungere Roma; due ore per coprire i 150 chilometri che separano Genova da Milano. Perfino visitare la Lanterna, può trasformarsi in una disavventura per i turisti, che arrivati a Genova, devono affrontare un percorso ad ostacoli, tra segnaletica invisibile, cantieri, percorsi interrotti, mancanza di collegamenti.

L’Assessore regionale Berlangieri concorda: “I problemi legati alle infrastrutture sono cronici. La realizzazione della Gronda, la bretella che dovrebbe convogliare una quota del traffico, che oggi intasa il nodo autostradale di Genova, è un’opera indispensabile per eliminare le strozzature. Ma indubbiamente non basta”.

Assessore, i treni che circolano in Liguria sono un disastro. Pochi, sovraffollati e lenti.
Si è vero, ma la responsabilità è di Trenitalia che ha relegato la Liguria al ruolo di succursale del traffico, di Cenerentola. E’ un atteggiamento inaccettabile. Gli investimenti, ormai, sono tutti concentrati sulle direttrici dell’Alta velocità. Aggiungo, che oltre a noi, è in grave sofferenza il versante Adriatico, un’altra area a vocazione turistica, servita malissimo da Trenitalia.

Da un tempo, ormai infinito, si attende il raddoppio ferroviario del Ponente Ligure. Più binari, più treni. A che punto siamo?
Il raddoppio ferroviario è strategico per la nostra Regione. Non si può pensare al mantenimento di una ferrovia a binario unico sulla direttrice verso la Francia e la Spagna, che tra l’altro rende impossibile la presenza di linee veloci come i treni freccia. Attualmente si sta lavorando al raddoppio da San Lorenzo al Mare ad Andora. Poi bisognerà finanziare la tratta di 31 Km da Andora a Finale Ligure. (fine lavori prevista, forse, nel 2020. Il Regno d’Italia, nel 1850, per realizzare l’intera tratta ci mise 12 anni n.d.r.)

Capitolo Aeroporto. Quello di Genova appare inadeguato, i collegamenti con la città sono complicati. La struttura è percepita alla stregua di un corpo estraneo.
La Regione Liguria non è tra i soci dell’aeroporto. Sono già troppi i soggetti pubblici coinvolti nella sua gestione. Personalmente auspico uno scatto deciso verso la privatizzazione dello scalo. Non lo ritengo un male. Meno veti incrociati, decisioni più rapide e una presenza più forte sul mercato. Il traffico turistico, in ogni caso, è dignitoso e i nuovi voli con Mosca, Istanbul e Londra certamente aiutano.

 

Problemi, quelli evidenziati, che rispecchiano l’andamento storico del turismo ligure: una fase di straordinario sviluppo dal dopoguerra ai primi Anni ’70; una posizione di rendita nel successivo ventennio e unpotenzialenon sfruttato negli ultimi anni.

Gli inizi sono folgoranti. Negli Anni ’50 e ’60, in pieno boom economico, la Liguria si attrezza, forse meglio di altre regioni, nella creazione e programmazione di eventi, mirati alla valorizzazione del territorio: nell’estremo Ponente, i ricchi e lungimiranti commercianti dell’imperiese, riescono a creare un sistema che sarà invidiato, per anni, da tutto il mondo. Intorno al vecchio Casinò inventano il Festival della Canzone e sanciscono il legame con Piemonte e Lombardia, bacini naturali della loro clientela. In ambito sportivo rilanciano la classica corsa ciclistica tra Milano e Sanremo e promuovono la ‘Giraglia’, la prestigiosa regata di vela che guarda verso la Francia e la vicina Montecarlo. Ma negli anni ci si adagia sugli allori, la macchina si inceppa.

Il sistema Liguria perde colpi e le istituzioni, quando programmano, lo fanno malissimo. Illuminante lo scivolone del 1999, quando la Calabria è la Regione testimonial del Festival di Sanremo, manifestazione che per politici e amministratori liguri sembra che si organizzi e si svolga su un altro pianeta. Non si sfrutta la spinta, non si vedono le opportunità.
Altro caso, altro danno. A Genova, a cavallo tra gli Anni ‘70 e ’80, Mario Porcile, un bravo impresario con la passione per la danza classica, deve fare i conti con l’assenza di un Teatro dell’Opera all’altezza. Il Carlo Felice, colpito dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, è ancora un cumulo di macerie; allora ha un’idea che travolge i canoni, con cui all’epoca, si immaginavano gli eventi: organizza una manifestazione che attirerà, in un decennio, i ballerini più famosi del mondo, il Festival del Balletto. Nella cornice dei Parchi di Nervi si esibiscono Rudolf  Nureyev e Maurice Bejart, Ekaterina Maximova, Carla Fracci insieme a tanti altri, che da quella scena, spiccheranno il volo verso prestigiose carriere. Poi, per inerzia e miopia, tutto si spegne. Le stagioni passano anonime. Genova si richiude, rimane orfana di Porcile e delle sue idee. Il Carlo Felice, nel frattempo ricostruito, è oggi un gigante immobile nel centro della città, appesantito da debiti per 6 milioni di euro. Già, il Carlo Felice, il simbolo culturale di una città in affanno.

Il Teatro sarebbe -diventerà, spero- un asset straordinario non solo per la città di Genova, ma per tutta la Liguria. L’auspicio è di Roberto Pani, avvocato ed esperto di diritto societario e finanziario. “Solo se un teatro vive ogni giorno si dà un senso ai rilevanti costi di cui l’intera collettività si fa carico. La gestione diretta dei teatri d’opera, da parte della Pubblica Amministrazione si è rivelata ovunque inappropriata: eccessiva burocratizzazione dell’apparato gestionale, carenze di competenze specializzate, forte ingerenza del potere politico, difficoltà (se non impossibilità) di ricorrere a strumenti manageriali tipici dell’economia privata, così come, difficoltà di adeguare l’organizzazione alle esigenze del mercato e alla necessità di reperire altre fonti di finanziamento, a fronte della diminuzione delle sovvenzioni pubbliche.

Pani, le esperienze gestionali condotte all’estero possono aiutarci?
Ad esempio, in Francia e Germania sono state permesse molteplici forme giuridiche per la gestione dei teatri; il legislatore italiano ha optato, invece, per un unico istituto, quello della fondazione lirico-sinfonica che, di fatto, non riconosce le differenze che intercorrono tra i vari enti in fatto di storia, dimensioni, gestioni, bacini di utenza.

Il problema sono le risorse. Come reperirle?
In Italia la ricerca dello sponsor privato è legata alla necessità di far quadrare i conti: è un approccio metodologico vecchio. Invece, sempre più, dobbiamo essere in grado di sposare una visione strategica insieme ai soggetti privati; programmare e vendere ai grandi tour operator, specializzati in turismo culturale, gli spettacoli che produciamo, in tempi adeguati e con strategie di comunicazione all’altezza delle proposte artistiche, così da garantire e sostenere un numero maggiore di repliche, generare un indotto turistico di qualità nella città e attivare quel circolo virtuoso che molti studi hanno certificato, quantificando la redditività di ogni euro investito in cultura. Evadere, insomma, da quella cornice di inerzia, che forse, è la vera causa della depressione diffusa.

Il Carlo Felice può uscire dalla sua crisi cronica?
La condizione del Teatro non è confortante. Le entrate derivanti dalle vendite di biglietti e abbonamenti sono in costante diminuzione, in quanto si è assistito ad una riduzione della produzione artistica. Questo ha generato disaffezione da parte del pubblico che in numero consistente non ha rinnovato gli abbonamenti. Invece, così come avviene in altre realtà, la gestione dovrebbe focalizzarsi sull’incremento delle entrate da botteghino, aumentando sensibilmente la produzione, studiando nuove forme di sponsorizzazione e individuando singoli eventi di prestigio. Inoltre, all’aumento della produzione, corrisponderebbe una copertura dei costi fissi e conseguentemente una minor dipendenza dai contributi pubblici.

Da dove si riparte?
Confido nel ‘nuovo corso’ che il Sindaco di Genova Marco Doria sembra avere tracciato, affidando il Teatro all’equilibrio del nuovo sovraintendente Maurizio Roi che ha tutte le caratteristiche per approntare quel piano di risanamento e di rilancio che speriamo di poter ‘sgranare’, recitandolo, quasi fosse un rosario, nel corso dei prossimi mesi. La stagione lascia ben sperare perchè tradisce una strategia di attenzione ai costi, ma con qualche ambizione: quella del teatro, di tornare ad essere protagonista della scena culturale cittadina, nazionale ed internazionale. Il teatro e la città, infine. Dobbiamo trasformare la congiunzione in verbo: il teatro è la città.

 

Il rilancio di Genova e della Liguria passa, dunque, attraverso la modernizzazione manageriale, le nuove tecnologie e internet, per riscoprire percorsi e valori antichi, ma dal fascino irresistibile e immutato.

Le cronache dell’800 raccontano che il maestro Giuseppe Verdi, nelle pause tra una prova e l’altra, delle sue opere in allestimento al Carlo Felice, non perdesse mai occasione di fare tappa nelle osterie di Genova per gustare la ‘sbira’ il brodo denso e saporito delle trippe, il piatto preferito dai ‘camalli’ del porto.
Un’immagine che in un colpo dice tutto della forza e dei numeri di questa terra intarsiata da storie incredibili e sapori unici al mondo. Ora, il passo più difficile consiste nel crederci sul serio.

 

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