martedì, Settembre 29

La Libia tra Washington e Mosca

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I gruppi jihadisti pervenuti in Libia dalla Turchia – beneficiando del rifiuto statunitense di imporre un blocco navale – per dare manforte agli islamisti del posto non sembrano in grado di resistere a lungo alla forza d’urto di Haftar, il quale beneficia anche dell’appoggio del generale Abdel Fattah al-Sisi, il quale conta di ottenere un alleato nell’annosa lotta contro il terrorismo e una ‘profondità strategica’ egiziana nella regione della Cirenaica, in cui si concentra il grosso dei giacimenti petroliferi libici.

Circostanze che avevano indotto la Francia a schierarsi a fianco di Haftar per difendere gli impianti estrattivi della Total, salvo ritirare il proprio appoggio al generale dietro forti pressioni di Washington. La Gran Bretagna, dal canto suo, mira a riattivare i vecchi contatti costruiti in epoca coloniale con la dinastia Senussita, a cui Londra aveva affidato la gestione del potere per conto della corona – re Idris fu selezionato tra i ranghi di questa potente confraternita. L’obiettivo è quello di ricavarsi propri interlocutori di favore sul campo che permettano al governo di Theresa May di avere quantomeno voce in capitolo sulla destinazione dei circa 60 miliardi di dollari di cui si compone la Libyan Investment Authority (Lia), il fondo sovrano creato da Gheddafi. Londra era stata peraltro tra le prime, assieme a Washington, a fornire il proprio appoggio alla formazione islamista ‘Alba della Libia’, un’emanazione della Fratellanza Musulmana che nell’estate del 2014 aveva rovesciato il governo laico costringendolo a riparare a Tobruk.

Il generale Haftar è stato però in  grado di accumulare un potere di gran lunga maggiore rispetto a tutti i suoi avversari, e soppesa ora, grazie anche all’appoggio fornitogli dai reduci della Jamahiriya e dalle tribù Warfalla e dei berberi di Zintan,  la possibilità di lanciare un’offensiva verso Tripoli che gli permetta di farsi garante dell’unità nazionale e avviare un processo di ricostruzione del Paese, che verrebbe con ogni probabilità affidato ai suoi alleati russo ed egiziano. La Libia diverrebbe così un ulteriore tassello del mosaico strategico meticolosamente costruito da Putin e Lavrov in Medio Oriente ed Africa settentrionale in funzione di allargamento della sfera di influenza di Mosca. L’insediamento di Donald Trump dovrebbe inoltre facilitare il lavoro del Cremlino, avendo il nuovo presidente degli Stati Uniti espresso l’intenzione di appoggiare la lotta al terrorismo ingaggiata dalla Russia, dall’Egitto, e dalle fazioni che riconoscono l’autorità del generale Haftar.

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