venerdì, Agosto 7

La Libia tra Washington e Mosca

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La Libia è oramai una mera espressione geografica, come avrebbe sentenziato il principe Von Metternich. Dall’intervento occidentale contro Muhammar Gheddafi il Paese è infatti sprofondato nel caos, con un nugolo di fazioni armate con i fucili, i lanciarazzi, le pistole, ecc. sottratti dagli arsenali della Jamahiriya che si finanziano attraverso quella che si configura in tutta evidenza come una moderna tratta degli schiavi. Ma a differenza di francesi e britannici che contavano di sostituirsi agli italiani come principali partner commerciali del ricco Paese nordafricano si sono ritrovati così nell’impossibilità di fare business in un contesto contrassegnato dalla più totale anarchia, gli statunitensi possono ritener conseguiti parte degli obiettivi che si erano prefissati alla vigilia dell’intervento armato del 2011.

I progetti (Fondo Monetario Africano, Banca Africana, dinaro d’oro, satellite africano per le telecomunicazioni) che Gheddafi aveva incominciato a sostenere in funzione di contrasto allo strapotere di Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale e delle potenti multinazionali euro-statunitensi grazie al ricco fondo sovrano (costituito con i proventi della vendita del pregiato petrolio libico) possono dirsi ormai irrealizzabili, ma ora Washington sta cominciando a scoprire che il disordine venutosi a creare potrebbe preludere a un netto slittamento del Paese verso la sfera d’influenza russa.

Il governo di Fayez al-Serraj, a cui Stati Uniti, Unione Europea e Gran Bretagna continuano a garantire appoggio politico e supporto finanziario in base agli accordi di Skhirat, non è in grado di imporre la propria autorità sui militari, che esercitano il controllo sull’intera Tripolitania collaborando indisturbati con le milizie islamiste e le bande criminali nella gestione del traffico dei migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana. In Cirenaica, invece, il generale Khalifa Haftar va costantemente rafforzandosi grazie all’appoggio russo ed egiziano. Pochi giorni fa, l’uomo forte di Tobruk è stato immortalato sulla portaerei russa Admiral Kuznetsov in rientro dal fronte siriano, dove era stato trasportato da un elicottero russo affinché prendesse parte ad una videoconferenza focalizzata sulla lotta agli islamisti libici con il ministro della Difesa russo Segeij Shojgu. Già nel novembre 2016, il generale era stato ricevuto a Mosca dal ministro degli Esteri Sergeij Lavrov per incassare il pieno sostegno militare del Cremlino.

Haftar sta, in altre parole, ripercorrendo il sentiero che Gheddafi si stava apprestando a tracciare prima che l’intervento occidentale lo togliesse definitivamente di mezzo. Nel 2008, Mosca e Tripoli avevano intavolato trattative per l’ingresso di Gazprom nell’industria petrolifera e gasifera libica e per l’entrata della Rossijskie Železnye Dorogi nel consorzio – dominato dall’italiana Ansaldo – incaricato di ammodernare ed allungare la rete ferroviaria libica. Si parlava inoltre dell’assistenza russa per il rilancio di un programma nucleare civile libico, della fornitura di armamenti russi all’esercito della Jamahiriya e, soprattutto, della concessione di una base militare a Mosca.

Tali argomenti, usciti dalla porta grazie alla discesa in campo della Nato, stanno rientrando dalla finestra con i successi di Haftar, il quale ha offerto ai russi una base presso Bengasi in cambio di armi e dell’assenso a un eventuale intervento militare russo analogo a quello lanciato in Siria. Cosa che rende il generale l’unico a tener viva la speranza di una Libia unita e pacificata. Per il momento, Haftar combatte sia le locali cellule dello ‘Stato Islamico’ che i jihadisti guidati dall’ex Gran Muftì libico Sadeq al-Ghariani, un teologo formatosi alla prestigiosa università al-Azhar del Cairo con la marcata predisposizione al doppio gioco. In svariate occasioni si è parlato di un suo appoggio segreto alle milizie di al-Serraj impegnate a gestire il traffico di migranti verso le coste europee e il Canale di Sicilia in particolare.

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