venerdì, Dicembre 13

La Libia oggi: tra milizie e terroristi

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Questo è un Paese ricco di petrolio, ma l’elettricità manca sempre. Non era così Jamahiriya. Le persone campeggiano fuori dalle banche, il nostro denaro legato al commercio di petrolio è stato rubato. Le parlo in generale delle sofferenze della gente comune. Non voglio fare un discorso politico, ma l’attuale situazione libica è un disastro”. Sono parole amare quelle di Muhannad al Werfali, attivista e coordinatore del Lybian Revolutionary Committes Movement (LRCM), movimento politico e culturale che richiede e promuove la costituzione della società Jamahiriya. Il movimento si ispira alla teoria universale espressa nel terzo libro del ‘Libro Verde’ di Muammar Gheddafi, dove si parla dell’autorità del popolo, e della creazione di una società fondata sulla democrazia diretta, che eliminerebbe ogni forma di rappresentanza o mandato.
Muhannad in arabo significa spada, si è messo in contatto con noi dopo la pubblicazione del nostro articolo sulla liberazione di Saif al Islam. “Prima della guerra ero uno studente di medicina, stavo quasi per realizzare il mio sogno, ho dovuto smettere. Le bombe hanno distrutto i nostri sogni, oltre alle nostre città. Molte persone non capiscono che non era un Presidente o un Primo Ministro. Gheddafi era il leader della rivoluzione, non ha avuto alcun ruolo esecutivo, aveva un ruolo onorario concesso dal Congresso Generale del Popolo come ‘Fratello Leader’ che rappresentava la Libia come un’icona, a livello internazionale, esordisce così Muhannad. “Per esempio, Gheddafi ha voluto abolire la pena di morte come punizione capitale”, prosegue “ma la sua decisione è stata rovesciata dal popolo.

La nostra conversazione va avanti per qualche giorno. Si tratta di un incontro-scontro, Muhannad ha idee forti riguardo Israele, riguardo le politiche occidentali in Africa e il sistema capitalistico. È domenica e a Milano si sta bene dopo i temporali di questa settimana. Sono le 9,00 del mattino, quando troviamo un messaggio di Muhannad. La Libia è stata investita da un’eccezionale ondata di caldo che ha fatto registrare i 50°C, caratterizzata da tempeste di sabbia in atmosfera che puntano verso il Mediterraneo. I guai non sembrano finiti: proprio in questi giorni il Paese è messo in ginocchio da un black out elettrico, forse causato da degli incendi, o voluto dalle autorità durante le operazioni contro i furti di petrolio. La situazione politica libica è una delle più complicate: “l’Est e il Sud della Libia, è controllata dal generale Khalifa Haftar, sotto la Camera dei Rappresentanti. La regione occidentale, invece, è controllata dal Governo federale delle Nazioni Unite di Fayez Al Saraj, ma in verità, sono le milizie che governano le strade. Ogni grande milizia è sostenuta da un Governo straniero, ognuno ha il suo ordine del giorno, Haftar è supportato dalla Russia, dall’EUAE e dall’Egitto; Seraj da Regno Unito, Francia, Turchia e Qatar. Al Qaeda e ISIS controllano alcune piccole parti sparse.

 Qual è il ruolo di Daesh ed al Qaeda nel suo Paese?

Non hanno un posto, essi attaccano casualmente una città di tanto in tanto, trovando poi nascondiglio nel deserto.

Sappiamo che l’autore dell’attentato di Manchester, Salman Abedi, si era recato poco tempo prima a Tripoli. Come mai?

È un ratto. Quest’uomo era anti-Gheddafi e anti-Jaamahya. È un affiliato di Al Qaeda, che ha lottato contro Gheddafi e la Jamahiriya. Suo padre è un terrorista malato, che ha combattuto negli anni ’90 per l’MI6, l’agenzia dei servizi segreti inglesi.

Quando parla di bombe americane, si riferisce ai raid contro Daesh?

Gli Stati Uniti stanno combattendo le persone che hanno sostenuto nel 2011. Questo è molto ipocrita. Prima si sono serviti di loro per combattere contro Gheddafi e ora li bombardano.

Che cos’è il Lybian Revolutionary Committes Movement?

Questo è un vecchio movimento pro Gheddafi, fondato negli anni ’70. Siamo attivisti e lavoriamo al ritorno del Jamahiriya.

Che cosa è il Jamahiriya?

Jamahiriya significa stato delle masse, dove c’è un’autorità popolare e una legge popolare, vogliamo mettere in atto la terza teoria internazionale, con i congressi e le commissioni popolari che prendono il posto del governo convenzionale. Il primo Jamahiriya sulla terra è stato stabilito in Libia, dichiarato a Sabha, nella Libia meridionale nel 1977 dal fratello Leader Muammar Gheddafi. Siamo andati oltre l’era delle repubbliche, ora è l’era delle masse.

E come pensate di restaurare la Jamahiriya?

Con la mobilitazione popolare e l’organizzazione di manifestazioni ed eventi che spazzano tutta la Libia, chiamata alla riorganizzazione del Jamahiriya.

Anche con violenza?

Sarà una lotta armata, se necessario, ma è un movimento ideologico popolare che vuole la Libia gestita dalla sua gente. La violenza è un’altra cosa. Questa ideologia è nota a tutti i libici, che aspettano la fine della Libia per il ritorno del Jamahiriya. In molti non possono esprimerlo in diverse città, perché le milizie li reprimono, mettendo a tacere la loro libertà di espressione con le armi.

Quante persone sono vicine a questo movimento?

Questo è un movimento che è sostenuto dalla maggioranza dei libici, usciremo per le strade ogni giorno, solleveremo le bandiere verdi della Jamahiriya invocando e richiedendo il suo ritorno. Siamo la stragrande maggioranza, la nostra voce è soppressa perché non abbiamo armi.

Il verde in occidente è il colore della speranza, che cosa significa per lei?

In realtà, al fratello Leader Muammar Gheddafi è stata fatta la stessa domanda da un giornalista americano, se non mi sbaglio. Lui ha dato una bellissima risposta, dicendo che il verde è il colore della speranza, della vita e della natura. Anche il paradiso è simboleggiato dal verde. Vogliamo rendere il deserto verde. Vogliamo diffondere questa rivoluzione verde al mondo.

Circa dieci giorni fa, alla notizia del rilascio di Saif al-Islam alcuni rifugiati libici in Egitto stavano celebrando la sua liberazione. Cosa rappresenta Saif al-Islam per voi?

Saif Al Islam, è il figlio del leader. Lui ridarà vita alla resistenza e riuscirà a portare indietro la Jamahiriya. È una figura importante per l’unità nazionale e la riconciliazione. Saif al-Islam e la resistenza verde rappresentano l’unica soluzione possibile per il nostro Paese. È una figura influente, può incitare le masse e ristabilire la Jamahiriya.

Cosa potrà fare l’Occidente? O quali sono le colpe dei nostri Governi?

L’Occidente ha mentito per sottrarci le nostre ricchezze. Hanno messo fine all’Unione Africana, il sogno di Gheddafi di un unico passaporto, di un’unica valuta, il suo oro africano ‘dinnar’. Le politiche coloniali di Gran Bretagna e Italia hanno rubato il nostro oro e le nostre grandi risorse minerarie. Hanno destabilizzato il nostro Paese, permettendo ai terroristi di Al Qaeda di penetrare nei nostri territori. Hanno reso il nostro Paese un casino, un focolaio di terroristi e milizie. Era uno dei Paesi più sicuri al mondo, eravamo abituati ad andare in negozio e lasciare le nostre auto aperte. Era il paese più prospero dell’Africa, può controllare tutti gli indici del 2010. La Libia sarebbe diventata un potere economico e un’attrazione turistica. Questo ha fatto arrabbiare gli UAE e i Paesi del Golfo arabo, che per questo hanno aderito alla guerra con la NATO. La Libia ha una posizione geografica molto migliore ed è piena di attrazioni turistiche e bellezze naturali, che il mondo non conosce perché oscurata dalla propaganda statunitense contro di noi. Tutte le profezie e le parole di Gheddafi si sono rivelate vere. L’Occidente ha mentito, creando pretesti per la guerra.

Ma anche Gheddafi ha le sue colpe, non crede abbia sbagliato qualcosa?

Non è stato Gheddafi a commettere degli errori. Perché Gheddafi non era un presidente o un primo ministro, non ha mai avuto alcun ruolo ufficiale. La gente non ne è consapevole, ma a Gheddafi è stato concesso un onore dal Congresso generale del popolo, che è simile a un Parlamento, per il suo grande ruolo nella rivoluzione del 1969. Il popolo libico ha commesso degli errori, i comitati e i congressi popolari. Gheddafi non aveva alcuna influenza su di loro, lui rappresentava un membro normale di questi comitati. Ha votato per l’abolizione della pena di morte, ma è stato rovesciato dalla stragrande maggioranza. Quindi è la gente che ha commesso degli errori, lui non aveva responsabilità dirette, ma solo un ruolo di onore.

Sappiamo che alcuni generali vicini a Gheddafi, sono stati i primi ad arruolarsi nelle file di al Qaeda, cosa risponde a chi vi accusa di terrorismo?

L’Occidente non vuole il ritorno di Jamahiriya, è vero che il generale di Gheddafi milita in al Qaeda, ma noi non siamo terroristi, lottiamo per il nostro Paese, per questo dilagano bugie come questa. Così l’opinione pubblica in Occidente, inizia ad odiare Gheddafi e a pensare male di lui, come un dittatore che finanziava e flirtava coi terroristi. Come nel 2011, quando hanno detto che Gheddafi stava per distruggere Bengasi, che si è rivelata una bugia. Hanno detto che Gheddafi aveva mercenari africani ed anche quella si è rivelata una bugia. Hanno detto che Gheddafi è fuggito in Venezuela, l’ennesima bugia. Ma le loro menzogne ​​hanno lavorato fin dall’inizio per trasformare l’opinione pubblica, portandola dalla loro parte.  Questo è il potere della loro macchina propagandistica: i sostenitori di Gheddafi sono emarginati, imprigionati, purificati eticamente, spostati e costretti alla diaspora. Ci sono 1,4 milioni di sfollati sostenitori del ‘fratello leader’ in Egitto, 500.000 in Tunisia, 250.000 in Algeria e altri 1,4 milioni di sfollati internamente. I sostenitori di Gheddafi marciano quotidianamente in manifestazioni, può vedere le nostre foto su internet, mentre sventoliamo bandiere verdi e immagini di Saif.

 

Secondo Muhannad al Werfali, il popolo libico non si arrenderà fino a quando tutta la Libia non sarà verde. Il loro obiettivo è ritornare a uno Stato sovrano e socialista. Sono ostinati a riprendersi ciò che gli è stato tolto, per quanto la lotta possa durare. Essi onorano i martiri e in cima, Muammar Gheddafi, il loro eroe delle masse, il loro eroe degli oppressi.

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