martedì, Agosto 4

La Libia tra infowar e contractor La falsa notizia che un gruppo di contractors italiani arruolati dal figlio del generale Haftar fosse presente a Bengasi

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Negli scorsi giorni si è riaperta, in Italia, quella che ha tutta l’aria di essere un’operazione mediatica volta ad influenzare l’operato del Governo di Roma in Libia. Nei giorni scorsi, sulla pagina Facebook del capitano Ahmad al-Aquri, identificato successivamente come un disertore dell’esercito libico comandato dal generale Khalifa Haftar nella zona della Cirenaica, è stata pubblicata una foto di quelli che lo stesso capitano definisce ‘un gruppo di contractors italiani’ arruolati dal figlio del generale, per combattere a Bengasi.

La cittadina libica si trova sotto il fuoco incrociato delle formazioni jihadiste appartenenti al cosiddetto Consiglio della Shura di Bengasi e quello dell’esercito facente capito al generale Khalifa Haftar. I combattimenti, che vanno avanti da diversi mesi, rientrano nell’operazione ‘Dignità’ lanciata in modo paritetico a quella per liberare la città strategica di Sirte dalle forze facenti capo al Governo di Al Serraj ormai due anni fa.

Il manipolo di sedicenti contractors ritratto nella foto postata sui social, diventata virale anche in Italia, non è altro che un gruppo di giovani italiani, che dopo pochi giorni vengono identificati come appartenenti ad un’Associazione di Soft Air di Catania il cui nome è ‘Special Ops Squad Catania’.

Secondo quanto diffuso in rete il gruppo sarebbe stato localizzato da al-Aquri all’interno dell’Università di Gariouniys, distrutta dagli scontri tra Haftar e le milizie jihadiste, nelle foto i colori delle mimetiche richiamano quelle desertiche in uso dello scenario libico, il ché ha portato molti a sostenere la veridicità delle immagini e delle informazioni riportate. Quella che doveva essere lo scenario di Bengasi, si è poi rivelata essere la zona ai pendici dell’Etna, dove il gruppo di soft-air è solito simulare esercitazioni militari al solo scopo ricreativo e non sicuramente per addestrate possibili contractors alla guerra in Libia.

Come se le immagini sottratte da un sito pubblico e spacciate per reali non fosse abbastanza, il capitano libico allega alle foto, un documento diffuso sui social network, in cui vengono enunciati i nominativi dei presunti combattenti con tanto di rispettive funzioni tattiche e corrispettivo in denaro per l’ingaggio. In calce al documento è poi stata indicata la data di dispiegamento del presunto contingente, il 22 settembre 2017, che coincide quasi perfettamente con la visita del Generale Haftar a Roma, visita che avrebbe aperto un dialogo più costruttivo tra il Governo di Roma ed il Governo non riconosciuto della Cirenaica.

L’indignazione generale scaturita da questa notizia nasce non solo dal fatto che giovani italiani possano lucrare sullo stato di guerra di un Paese straniero, ma anche dall’art 288 del codice penale che proibisce l’impiego di mercenari al servizio di stati stranieri. Il giovane gruppo che avrebbe dovuto combattere a Bengasi accanto alle forze di Khalifa Haftar avrebbe dunque violato una legge italiana e sarebbe dunque stato presente in Libia senza autorizzazione.

Quanto detto finora appare semplicemente come la creazione di una così detta ‘fake news’ ovvero notizie palesemente false la cui diffusione ha intenti differenti in base al canale utilizzati ed al tipo di notizia diffusa. Tuttavia, le fake news non sono un fenomeno limitato ai soli siti che guadagnano denaro in base ai click o alle condivisioni sui social network del loro materiale, ma diventano strumento di influenza politica se costruite, anche in modo elementare, con scopi ben precisi.

In questo caso si smette di parlare di fake news e si entra nella sfera dell’Information warfare, ovvero ‘guerra dell’informazione’, attraverso la diffusione di notizie false o manipolate si intende influenzare l’opinione pubblica o la classe politica. Questo tipo di attività viene svolta a livello governativo e non servono teorie del complotto per giustificarle, ma una banalissima strategia nazionale ben definita e con obiettivi chiari. La Libia per il suo alto interesse strategico è oggetto di costruzioni mediatiche false diffuse in Italia tramite mezzo stampa, con ausilio dei social network, in modo quasi sempre inconsapevole.

In passato ci sono stati almeno altri due casi in cui il Governo di Roma è stato oggetto di una infowar da parte di Paesi stranieri che aveva intenzione di screditare il lavoro che l’Italia stava portando avanti con Tripoli. Il primo caso è analizzato e riportato dal Dottor Gaetano Potenza sulle pagine dell’Alpha Institute of Geopolitics and Inteligence ed il secondo analizzato sulle pagine di L’Indro con un’analisi dal titolo ‘Uomini ombra, morti fantasma ed è subito Libia’.

Nel primo caso, mentre era in atto un forte avvicinamento dell’Italia al Governo Serraj poteva influire positivamente sulla tenuta del nuovo esecutivo voluto dall’ONU, era la notizia diffusa del tricolore bruciato nelle piazze libiche, che venne presto smontata ma non prima di averne dato risalto e diffusione a mezzo stampa e social network. Il sito originario apparteneva ad un gruppo vicino agli interessi inglesi i quali erano vicini alla politica del Generale Haftar.

Il secondo caso, quello pubblicato da L’Indro, si presenta nel periodo in cui l’Italia aveva già avviato un dialogo per l’apertura di una missione militare in Libia con il sostegno del Governo di Tripoli. Al fine di non concretizzare tale missione, gli oppositori dell’esecutivo Serraj avevano diffuso tramite il sito israeliano ‘Debka’ la notizia della morte di alcuni membri dei reparti speciali italiani. La presenza delle forze speciali avrebbe significato la presenza non autorizzata, almeno pubblicamente, di militari stranieri in territorio libico che avrebbe portato ad una clamorosa perdita di credibilità per il Premier Al-Serraj.

In questo caso specifico possiamo analizzare quanto segue. La data del presunto arrivo del contingente privato in Libia è indicato come il 22 settembre 2017, appena tre giorni prima dell’arrivo, reale, del generale Haftar a Roma, dal cui incontro si è avviato un lento processo di distensione tra l’Italia e la Cirenaica. L’apertura di quest’ultima ad un maggior coinvolgimento italiano nella regione di Haftar è stato difficile da accettare per molti dei fedelissimi del generale che vedevano la presenza straniera come un’ingerenza inaccettabile negli affari libici.

La information warfare si colloca in un momento delicato per il Generale, al Consiglio di Sicurezza Onu del 16 novembre scorso, presieduto dal Ministro degli Esteri, Angelino Alfano, l’inviato speciale Onu per la Libia, il libanese Ghassam Salame’, ha espresso fiducia per il raggiungimento del consenso che porterà ad un nuovo accordo che superi quello siglato in Marocco a Skhirat il 17 dicembre 2015, il cui nodo del contendere centrale ancora aperto è sempre l’ingresso di Haftar nel nuovo governo di unità nazionale.

Una volta raggiunta l’intesa una conferenza nazionale si terrà presumibilmente a febbraio del prossimo anno per adottare una nuova costituzione e si potrà iniziare a parlare di elezioni in modo più ragionato, forse con una nuova legge elettorale che metta d’accordo le parte.

Il Parlamento di Tobruk sostiene il piano d’azione messo a punto dal rappresentante speciale dell’Onu per la Libia, fatto che rappresenta una notevole apertura a quella che Haftar chiama da sempre ingerenza di Stati esterni al Paese. L’apertura di cui si parla da diversi mesi potrebbe ridimensionare le mire politiche del generale e di conseguenza far perdere influenza ai suoi sostenitori, dietro questo tentativo di screditare il lavoro sul campo fatto a Bengasi potrebbe esserci proprio un gruppo di fedelissimi interessato a sostituirsi al leader della Cirenaica.

Nel fragile e complesso contesto geopolitico in cui la notizia viene diffusa, a perdere consenso nel Paese è sicuramente l’Italia. Il Governo di Roma, dall’inizio della trattativa libica, si è imposto di non operare fuori da un protocollo approvato e condiviso dagli stessi libici, per questo non si aprì una missione italiana prima del beneplacito del Governo di Tripoli e non furono inviate truppe ‘clandestine’ sotto l’egida del tricolore che non fossero prima richieste dalla Libia stessa.

In cambio di questa strategia fluida dell’Italia, la Libia ha appoggiato il sempre crescente lavoro di Eni nel Paese, arginando, almeno in parte, le volontà francesi ed inglesi. Roma, tuttavia, rimane un attore straniero in una crisi che i libici hanno da sempre voluto trattare internamente senza ingerenze esterne non richieste, la presenza (anche fasulla) di un contingente occulto potrebbe influire negativamente sulla presenza italiana nel Paese.

In molti, soprattutto coloro che non operano nel settore sicurezza, nonostante le smentite, trovano veritiera la notizia diffusa sui social e ne sono influenzati negativamente.

Analizzando il caso specifico possiamo osservare come la notizia sia assolutamente mal costruita ed è stata, infatti, etichettata come ‘falso’ dopo sole poche ore, tuttavia siti anche molto autorevoli sia in Italia che in Libia, ne hanno dato risalto ed ampia diffusione.

Lavori di costruzione o decostruzione del consenso politico e popolare, sono facili in un tempo in cui i social media e l’informazione sono privi di un reale controllo e sono lasciati alla mercé di falsi profili e foto truccate.

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