sabato, Dicembre 7

La libertà di stampa in India: luci e ombre A colloquio con la giornalista indiana Ekta Kumar

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E’ appassionata dell’India Ekta Kumar giornalista ed esperta in Business Administration con tanto di Master conseguito all’Indian Institute of Management di Calcutta ma anche appassionata del suo Paese che vorrebbe veder partecipare in maniera molto più concreta e attiva agli eventi mondiali e soprattutto molto più addentro alle questioni legate all’Europa che considera una delle punte di diamante dello sviluppo culturale ed economico del mondo. “L’India – dice  Kumar – “è la più grande democrazia del mondo con una stampa che conta oltre 400 canali televisivi e oltre centomila periodici che vengono distribuiti a milioni di persone ogni giorno e il suo rapporto con l’Europa è fondamentale“.

Incontro Ekta Kumar a Bruxelles dove è stata invitata dal servizio visite dell’Unione europea (European Union Visitors Service, EUVP) come giornalista esperta. “La libertà di stampa è una delle colonne portanti della nostra democrazia” osserva ma quando le faccio osservare che nell’ultimo rapporto di ‘Reporters Without Borders‘ si parla di deterioramento della libertà di stampa in India comincia a distinguere tra un prima e un dopo: dal dominio britannico quando la stampa era sotto stretto controllo del governo coloniale alla piena libertà voluta dai padri dell’India moderna, che nell’art. 19 della costituzione vollero inserirla tra i diritti fondamentali. Ma già pochi anni dopo, nel 1951, il premier Jawaharlal Nehru cominciò a introdurre restrizioni forse per garantire la coesione di una democrazia ancora troppo giovane. Si cominciò a mettere al bando libri, pellicole e canzoni e alcuni artisti furono costretti a lasciare il paese. Editori dei giornali vennero minacciati e giornalisti arrestati, mentre alcuni giornali uscivano con paginein biancoin segno di protesta. Nel 1988 il primo ministro Rajiv Gandhi promulgò una “legge antidiffamazione” draconiana ma fu costretto a ritirarla in seguito alle furiose proteste del pubblico.

Fu l’ultima volta?” le chiedo. “No – mi risponde – è successo ancora pochi mesi fa quando il ministero dell’informazione ha minacciato di prendere provvedimenti contro i giornalisti che diffondevano ‘notizie false’ ma è stato costretto a rimangiarsi tutto dopo l’ondata di critiche e l’intervento delle massime autorità“.

L’India è allora il paradiso in terra per i giornalisti?” le chiedo. E le sciorino alcuni casi di giornalisti uccisi, minacciati o costretti a limitare la loro produzione mentre siti web vengono chiusi e reti tv come NDTV oscurate. Gli informatori (whistle-blowers), secondo RWB, vengono sottoposti a gravi rappresaglie mentre vari partiti al governo hanno continuato a cercare di imbavagliare la tanto appezzata (dal pubblico) libertà di stampa.

Nell’ultimo rapporto di “Reporters Without Borders” la situazione in India viene definita «estremamente allarmante». Solo quest’anno quattro giornalisti sono stati ammazzati e altri due “vittimizzati” a causa del loro lavoro mentre la polizia in vari stati non ha risparmiato aggressioni brutali e violenza contro i giornalisti tanto da indurre RWB a emettere un avvertimento ufficiale alle autorità indiane.

Ecco i loro nomi: Shujaat Bukhari, ucciso a colpi di arma da fuoco il 14 giugno a Srinagar in Kashmir mentre si allontanava dal suo posto di lavoro. Nello stesso mese ma in un altro stato, Tripura, il giornalista Suman Debnath è stato accoltellato mentre indagava su un traffico di petrolio. Chi ha cercato di tagliargli la gola non è però riuscito ad ucciderlo limitandosi a ferirlo gravemente. Tre mesi prima, in aprile, Patricia Mukhim, giornalista del giornale ‘Shillong Times‘ nello stato di Assam (India nord est) è stata oggetto di un attacco con molotov lanciate nella sua abitazione. Un mese prima, a marzo di quest’anno, Sandeep Sharma, noto giornalista d’inchiesta che stava indagando sulla ‘mafia della sabbia‘, è stato schiacciato da un veicolo pesante nello stato di Madhya Pradesh (India centrale). Sempre a marzo di quest’anno, nello stato di Bihar, due giornalisti, Navin Nischal e Vijay Singh, che lavoravano per il ‘Dainik Bhaskar‘, sono stati volutamente investiti da un mezzo pesante. Sono deceduti sul colpo. Un’altra giornalista, Rana Ayyub, vive in una situazione da incubo dallo scorso aprile con minacce sessiste e promesse di violenze e pubblicazione di falsi video pornografici in cui si invitano gli spettatori a violentarla anche in gruppo e poi farla fuori.

Di fronte a queste cifre e alla situazione di emergenza che si è venuta a creare in India chiedo a Ekta Kumar cosa ne pensi. Mi ripete che “purtroppo non ci viene raccontato nulla di nuovo. Molti partiti al governo cercano in ogni modo di imbavagliare la stampa“.

Ma non ci riescono? Ci sono certo dei casi ma la libertà di stampa viene ancora molto apprezzata dal pubblico indiano. Il rapporto di Reporter Senza Frontiere però rimette ora in gioco la questione e richiama l’attenzione su una questione che rischia di deteriorarsi: in India esiste la libertà di stampa ma, mi chiedo, siamo veramente liberi di esprimerla?” 

Speriamo almeno che il pubblico indiano continui a cercare di difenderla.

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