domenica, Luglio 21

La legge anti gay e la lotta per la Presidenza field_506ffb1d3dbe2

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Il 20 dicembre 2013 il Parlamento ugandese ha approvato il famoso Kill the Gay Bill, la legge contro il dilagare dell’omosessualità e comportamenti sessuali devianti nel paese.

La proposta di legge non era all’ordine del giorno ma il Presidente del Parlamento, Rebecca Kadaga, l’ha inserita all’ultimo momento. Evitando il dibattito si è passati subito ai voti. Legge approvata. «Come vi avevo promesso ecco il Regalo di Natale all’Uganda»,  dichiara esultante Kadaga ai media.

«L’approvazione parlamentare del disegno di legge anti omosessualità 2009 è da considerarsi nulla in quanto non ha raggiunto il quorum necessario. La votazione non era all’ordine del giorno e il Presidente Museveni non ha potuto consultare il testo prima dell’udienza. Tutto l’iter è da considerare non valido. Si tratta dell’ennesima irregolarità attuata dal Presidente del Parlamento Rebecca Kadaga che sta danneggiando l’immagine internazionale del paese», dichiara immediatamente il Primo Ministro Amama Mbabazi.

Secondo quanto affermato alla stampa dal Primo Ministro, l’approvazione del Gay Bill è stata forzata da Rebecca Kadaga tramite un abuso di potere che ha condizionato i parlamentari in aula, approfittando dell’assenza di Mbabazi e del Presidente Yoweri Museveni, entrambi impegnati nelle difficili crisi regionali della Repubblica Democratica del Congo e del Sud Sudan.

In quei giorni sia il Presidente che il Primo Ministro erano concentrati nel far segnare gli accordi di pace tra il Governo Congolese e la ribellione Banyarwanda a Nairobi (il 12 dicembre) e a gestire la difficile ed esplosiva situazione in Sud Sudan a seguito del colpo di stato avvenuto a Juba il 15 dicembre.

Il quotidiano ugandese ‘Red Pepper‘ riporta un’accurata cronaca di quanto è avvenuto all’interno del Parlamento il 20 dicembre scorso. Il Portavoce Rebecca Kadaga, approfittando dell’assenza del Primo Ministro ha introdotto la proposta di legge pur non essendo all’ordine del giorno mettendola ai voti senza una appropriata discussione parlamentare. Quattro Parlamentari si sono opposti alla procedura irregolare senza però venir ascoltati. La proposta di legge non ha ottenuto il quorum necessario (51%) attestandosi al 38% dei voti favorevoli. Nonostante ciò Kadaga ha dichiarato l’approvazione del Kill the Gay Bill.

«L’iter parlamentare per la votazione della legge è del tutto regolare. Se si afferma il contrario allora significa che vi è un diretto attacco alle istituzioni democratiche del Paese, con l’obiettivo di mettere in dubbio il mio ruolo imparziale come Presidente del Parlamento», controbatte Rebecca Kadaga.

Kadaga si è spinta oltre dichiarando: «La Comunità Internazionale deve smettere di imporre le sue assurde logiche all’Uganda. Dobbiamo seguire l’esempio degli altri paesi africani che hanno penalizzato questo aberrazione nonostante l’opposizione dell’Occidente».

L’approvazione della legge al Parlamento ha provocato dure reazioni internazionali, anche da parte dei paesi tradizionalmente alleati all’Uganda, Stati Uniti e Gran Bretagna:«Siamo profondamente scioccati dall’approvazione della legislazione contro l’omosessualità del  Parlamento Ugandese», dichiara il Portavoce del Dipartimento di Stato Americano Jen Psaki.

«La legge contro l’omosessualità recentemente approvata in Uganda è un atto odioso contro le libertà civili e i diritti umani», afferma senza mezzi termini il Presidente Barak Obama.

L’Associazione Americana del Turismo ha lanciato un appello alle agenzie turistiche occidentali a boicottare l’Uganda se la legge verrà firmata dal Presidente Museveni.

Il magnate Britannico Richard Branson ha lanciato un appello simile rivolto alle multinazionali americane ed europee mentre l’ambasciatore Ugandese in Canada, Alintima Nsambu ha informato il Governo che il Governo Canadese sta ipotizzando di imporre pesanti sanzioni, spinto dall’opinione pubblica nazionale.

Sul fronte interno i leader religiosi appoggiano l’approvazione della legge arrivando addirittura a benedire Rebecca Kadaga per aver protetto i valori tradizionali della famiglia e salvati i bambini ugandesi dal divenire vittime degli agenti di Satana: i gay, ovviamente.

Il più attivo sostenitore della legge tra la comunità religiosa è monsignore Stanbley Ntagali, Arcivescovo della Chiesa dell’Uganda, di orientazione Anglicana. É lui l’autore della benedizione a Kadaga durante la messa natalizia.

Anche la Chiesa Cattolica si è unita al coro in sostegno della legge. L’Arcivescovo Cyprian Kizito Lwanga, durante il suo sermone natalizio ha violentemente denunciato l’omosessualità entrando in netta contraddizione con la denuncia di presunte violazioni dei diritti umani in Uganda esternata qualche minuto prima.

Seppur il Nunzio ha evitato di esprimersi, le esternazioni dell’Arcivescovo Lwanga, abbinate alla negazione del nefasto ruolo giocato dalla Chiesa Cattolica durante il genocidio in Rwanda del 1994, espressa ufficialmente dal Sinodo dei Vescovi Ruandesi una settimana prima, hanno incrinato l’immagine regionale del Vaticano nonostante il nuovo corso di Papa Francesco.

Il Presidente Museveni ha preferito non reagire al discorso di Lwanga per non alzare polemiche controproducenti per i rapporti tra il Governo Ugandese e la Santa Sede, soprattutto in previsione di una visita del Santo Padre prevista per il luglio 2014 ma non ancora confermata dal Vaticano.

La legge irregolarmente approvata lo scorso 20 dicembre prevede al posto della pena capitale l’ergastolo, come viene affermato dai suoi promotori. Tra gli altri provvedimenti vi è il test HIV forzato per i sospetti gay e l’obbligo del personale medico di denunciare tutti comportamenti sessualmente devianti riscontrati nei loro pazienti. Chi attua atti omosessuali anche in privato è punibile con sette anni di reclusione. Nella legge è stato inserito un grave attentato alla libertà di opinione e di stampa. Chiunque: associazioni, media e giornalisti (anche stranieri) che pubblicano articoli o servizi televisivi e radiofonici a favore dell’omosessualità è punibile con 4 anni di reclusione.

Il disegno di legge ha una storia travagliata ed è stato proposto per la prima volta nel 2009. Il Presidente Yoweri Museveni ha sempre bloccato la votazione del Kill the Gay Bill, conscio delle pesanti ripercussioni a livello internazionale che poteva avere la legge, se approvata, contenente la pena di morte per i gay “recidivi”.

Nell’acceso dibattito  è intervenuto il Presidente Museveni a cui spetta la firma del documento votato affinché la legge entri in vigore.

«Non sono stato consultato sul disegno di legge. Avevo dato precise istruzioni di attendere che mi liberassi dagli impegni internazionali al fine di esaminare insieme questa legge. Al contrario si sono precipitati a votarla. Non apporrò la mia firma se dovessi trovare la minima irregolarità sul testo di legge», dichiara il Presidente Yoweri Museveni il 25 dicembre durante la Santa Messa presso la Cattedrale di Mbarara.

Normalmente, in Uganda, le dichiarazioni ufficiali del Presidente sono sufficienti per calmare le acque e bloccare il dibattito nazionale. Non è stato così per la legge anti-gay. Alla dichiarazione di Museveni sono seguite virulente proteste da parte dei leader religiosi, dei parlamentari e dei sostenitori della legge. Monsignore Stanbley Ntagali è arrivato addirittura a minacciare il Presidente di scomunica qualora non firmasse il disegno di legge approvato dal Parlamento.

Le associazioni dei diritti umani hanno dato il loro incondizionato sostegno alla scelta del Presidente di non apporre automaticamente la sua firma al disegno di legge ma di prendere il tempo necessario per studiarlo. Il Direttore Esecutivo del FORUM delle Ong Ugandesi. Richard Ssewakiryanga e il Direttore dell’Istituto Uhuru Leonard Okello, hanno dichiarato che il Presidente non potrà firmare la legge anti-gay in quanto illegale e incostituzionale.

Durante un incontro di tre giorni, iniziato lunedì 6 gennaio a Kampala, con gli Ambasciatori, le multinazionali e le Università occidentali sulle strategie di sviluppo economico del paese racchiuse nel documento Vision 2040, il Primo Ministro ha richiesto alla Comunità Internazionale di non farsi distrarsi dalla legge anti gay in quanto essa è illegale e verrà rigettata dal Presidente.

Il Primo Ministro ha dichiarato che l’omosessualità è una situazione anormale che richiede un approccio graduale e non radicale.

«L’omosessualità è un problema fin dall’esistenza dell’umanità. É stato menzionato anche nel Vecchio Testamento. Il problema non si risolve con la pena di morte o l’ergastolo. Chi pensa a queste soluzione é semplicemente una mente malata e pericolosa», afferma Mbabazi.

Sono stati raggiunti momenti di grande tensione durante il dibattito quando  alcuni parlamentari del Movimento Rivoluzionario Nazionale (NRM il partito al potere) hanno dichiarato di essere pronti a indire manifestazioni popolari per far dimettere il Presidente qualora non firmasse la legge.

«Siamo pronti ad ogni eventualità. La polizia risponderà con la massima efficacia a tutti i tentativi eversivi che saranno compiuti dai sostenitori di questa legge qualora essa venga rigettata dal Presidente Museveni», afferma a titolo personale un alto dirigente delle Squadre Speciali anti Sommossa conosciute anche con il nome di “Black Mamba”, note per non andare troppo per il sottile nei confronti dei manifestanti.

Molti osservatori regionali si stanno interrogando sulle reali motivazioni che hanno scatenato un dibattito politico così violento che il paese non viveva dall’epoca delle elezioni del 2011 quando l’oppositore Kizza Besyge tentò di contestare i risultati attuando una serie di proteste popolari note sotto il nome “Walk to Work” (Camminare per andare al lavoro).

Il Presidente Yoweri Museveni in questo mese celebrerà i 28 anni alla guida della Nazione dopo aver abbattuto la dittatura di Milton Obote alla fine degli anni Ottanta, divenendo il contestato autore della rinascita del paese.

Dal 2012 è in atto all’interno del suo partito  e all’interno delle Forze Armate UPDF un acceso dibattito su un’eventuale passaggio di potere. Pur non avendolo mai dichiarato ufficialmente Yoweri Museveni avrebbe l’intenzione di ritirarsi, preferendo gestire il paese per procura.

Una decisione che non significa nella fine della carriera politica del ex guerrigliero marxista. Al contrario Museveni ha mire di divenire il Primo Presidente della East Africa Community (Unione dell’Africa dell’Est), il blocco economico regionale prossimo ad attuare l’unione politica e monetaria.

Il dibattito interno al partito e all’esercito culminerà con la Convention del NRM fissata per il 2015 dove si deciderà il candidato per le elezioni Presidenziali che si terranno nel 2016.

Attualmente i candidati alla successione sono Gilbert Bukenya, Amama Mbabazi e Rebecca Kadaga. Ma sono questi ultimi personaggi politici su cui si concentrano le maggiori possibilità.

Amama Mbabazi sembra il più favorito in quanto appartiene all’apparato dell’esercito unico e vero detentore del potere in Uganda. Rebecca Kadaga è considerata un elemento alieno e pericoloso, capace di alterare gli attuali equilibri esistenti nel paese. Vari osservatori regionali concordano che se questi equilibri, garantiti dall’esercito, fossero alterati l’Uganda ritornerebbe nel caos che ha vissuto nei primi 25 anni dall’Indipendenza con la possibilità di una violenta indipendenza del Regno dei Buganda, il più antico regno ugandese collocato nel cuore del paese e che detiene una semi autonomia con un proprio Parlamento a cui capo risiede il Re Ronald Mwenda Mutebi II.

A Rebecca Kadaga non rimane che giocare la carta del voto femminile,  cercare il sostegno dei leader religiosi Protestanti e Cattolici e creare constanti crisi istituzionali per farsi notare e incrinare l’autorità di Museveni e Mbabazi.

«Se lo scontro all’interno del partito dovesse peggiorare l’esercito potrebbe decidere di proporre il figlio del Presidente, il Brigadiere Generale Muhoozi anche se sarà più probabile che svolga il ruolo di garante degli equilibri costruiti durante l’era Museveni, vigilando sul corretto operato del futuro Presidente», osserva Dodovic Mutale.

Assieme alla legge anti gay, Kadaga ha tentato di creare un’altra crisi istituzionale dichiarando l’intervento dell’esercito ugandese in Sud Sudan anti costituzionale. Il 14 gennaio il Parlamento ha approvato l’intervento militare, sotto pesanti pressioni di Museveni e dell’esercito.

Rebecca Kadaga, nota per la sua ossessione di divenire la prima donna Presidente del paese, sembra commettere una serie di errori che potrebbero precludere la realizzazione dei suoi ambiziosi sogni. Con la legge anti gay si é inimicata la Comunità Internazionale e i principali alleati: Stati Uniti e Gran Bretagna. Con la messa in discussione dell’intervento in Sud Sudan si é inimicata l’esercito. Il movimento femminile (pressoché inesistente) e le congregazioni religiose non sono basi sufficienti per creare un supporto alla sua candidatura all’interno del partito.

La più probabile soluzione di questa crisi che sta diventando un problema nazionale ed internazionale consiste in un compromesso del Presidente Museveni, accettando di firmare la legge, però modificata attraverso pene più leggere, rendendola simile alla legge in materia già in vigore. Tutto il dibattito é concentrato sulla lotta del potere non sulla legge in quanto come é noto la polizia e la magistratura non ha alcuna possibilità di farla rispettare. La legge non é accettata dalla popolazione che la considera irrilevante. In Uganda se una legge non é sentita come prioritaria dalla popolazione, non viene rispettata.”, spiega il Dire Direttore Esecutivo del FORUM delle Ong ugandesi, Richard Ssewakiryanga.

Le opinioni della gente comune raccolte dal settimanale ugandese Dynasty sembrano sostenere questa analisi. «Ci sono problemi più urgenti che i froci nel Paese. Loro non mi rendono la vita difficile, la mancanza di una adeguata sanità invece si», «Se i Parlamentari pensano di farci un regalo punendo i gay si sbagliano. Se proprio vogliono regalarci qualcosa che facciano una legge contro le costruzioni edili abusive», «I veri problemi sono la disoccupazione, la sanità, l’educazione e le strade. Dei gay non mi interessa assolutamente nulla. I gay fanno la loro vita, io la mia».

 

 

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