martedì, Luglio 16

La guerra spaziale di Elon Musk E' stato lanciato Falcon 9, il primo nucleo di Starlink, una costellazione di satelliti di nuova generazione progettata da Space X per portare le connessioni internet nelle aree più remote del pianeta

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C’è stato qualche slittamento ma sono in pochi a saperlo. Il Falcon 9 di Elon Musk con i suoi 70 metri di tecnologia e carico utile avrebbe dovuto partire il 16 maggio e invece le perturbazioni violente che imperversavano dall’Atlantico verso la lunga costa Florida hanno spostato allo scorso venerdì il lancio del primo nucleo di 60 satelliti della costellazione Starlink, dopo un aggiornamento del software e ulteriori test di controllo. L’opinione pubblica europea, si sa, è distratta da mille problemi interni: il rinnovo del Parlamento, l’attentato che ha sconvolto Lione, l’atteggiamento squadrista delle forze dell’ordine a Genova che richiama sempre più i disperati tentativi di cancellare la democrazia nel nostro Paese.

Ma l’ultima impresa dell’imprenditore americano è veramente importante e cerchiamo assieme ai nostri lettori di comprenderne qualche essenza meno evidente.

Starlink è una costellazione di satelliti di nuova generazione progettata da SpaceX per portare le connessioni internet nelle aree più remote del pianeta. Il progetto è stato avviato nel 2015 e il suo nome richiama -o forse il contrario- un videogioco pubblicato lo scorso anno per intendo Switch e PlayStation 4. Oppure, come dichiarato ufficialmente, si rifà a un best seller di John Green.

Il progetto dell’imprenditore sud-africano naturalizzato US è una rete satellitare, con la capacità di supportare il 50% di tutto il traffico delle comunicazioni in banda larga consentendo di raggiungere luoghi lontani e senza copertura al doppio dell’attuale velocità della fibra ottica. Senza voler semplificare qualcosa che elementare proprio non è, si può dire che il funzionamento si basa su un segnale inviato da una stazione di terra che viene rilevato da uno dei satelliti di Starlink che lo rimbalza a un altro ricevente e poi ad altri ancora utilizzando tecnologie laser fino a quando non raggiungerà la piattaforma sopra la sua destinazione, da cui verrà ritrasmesso alla stazione di terra utilizzando nuovamente le onde radio.

I primi piani costruttivi della costellazione hanno rappresentato una novità con la prospezione di una banda di frequenza inusuale e un’orbita assai bassa in cui la resistenza del residuo atmosferico è piuttosto elevata, che normalmente si traduce in vite orbitali di bassa durata.

Il disegno è imponente: il 24 maggio scorso un solo vettore si è staccato dalla base di cape Canaveral e dopo la partenza, il primo stadio del razzo riutilizzabile è atterrato come previsto sulla banchina galleggiante nell’Oceano Atlantico. Nell’ogiva del razzo, sapientemente ripresa dallo staff di Musk, un carico utile composto complessivamente dagli elementi, dal peso di 227 kg. ciascuno.

Per la ripartizione delle unità di volo rispetto ai loro spazi assegnati, gli ingegneri di SpaceX hanno scelto di utilizzare l’inerzia propria dei satelliti azionando i motori per raggiungere l’orbita operativa a 550 km. di quota, dove sarà posizionato il primo gruppo di 1.600 elementi; un secondo lotto composto da 2.800 unità oriterà a 1.150 km. e gli ultimi 7.500 satelliti si posizioneranno a 340 km. Il sistema sarà completo in nove anni con un costo totale del progetto stimato in circa 10 miliardi di dollari.

Non sono mancate le polemiche amministrative, durante le fasi del negoziato delle concessioni con l’autorità regolatoria statunitense entrando anche in contrasto con l’ITU, l’autorità internazionale che ha visto Boeing e SpaceX presentare assieme una petizione, che alla fine non sembra sia stata concessa. Però la nuova azienda privata americana ha dovuto depositare i documenti per chiarire il suo comportamento per la mitigazione dei detriti spaziali, con la promessa di implementare un piano operativo per la deorbitazione dei satelliti prossimi alla fine della loro vita utile, che dovrebbe essere compresa tra i cinque e i sette anni.

Le proiezioni delle missioni umane su Luna e Marte stanno distraendo l’attenzione di questo progetto faraonico e che in realtà costituisce la vera ossatura di quell’economia spaziale che sta spingendo le grandi potenze a superare i limiti dell’immaginazione con strutture reticolari in grado di connettere integralmente l’intero pianeta. Un futuro strategico? Forse. Tant’è che i propositi dei fornitori delle costellazioni commerciali sono studiate accuratamente dal Pentagono perché i militari non trascurano un interesse nella loro utilizzazione, tant’è che proprio lo scorso dicembre l’US Air Force ha emesso un contratto da 28 milioni di dollari per servizi di test specifici su Starlink. Quindi, chi parla di un mercato veramente libero sbaglia e se è vero che la Difesa ha sempre dovuto sostenere l’alta tecnologia in ogni paese che realmente mette a punto sistemi innovativi, non si può trascurare l’enorme peso che le telecomunicazioni americane avranno sul futuro del mondo.

Si comprende però che quello spazio che immaginiamo infinito, ha dei limiti molto precisi e la sua occupazione sta impensierendo per le generazioni future.

Secondo l’agenzia dedicata delle Nazioni Unite (UNOOSA), ci sono oltre 4.600 satelliti in questo momento in orbita attorno al pianeta. E per parte di un ente indipendente di osservatori, solo il 37,5% dei satelliti orbitanti sono attivi. Ciò significa che ci sono 2.897 satelliti inutilizzati che orbitano pericolosamente attorno alla Terra ad alta velocità. Il 61,6% dei satelliti operativi sono in orbita terrestre bassa, ovvero quella più usata dai militari, il 30,6% nelle orbite geostazionarie che sono utilizzate delle televisioni commerciali, il 5,6% nelle orbite a medio raggio e il 2,2% in orbite ellittiche.

La nuova tecnologia ha ridotto significativamente i costi per progettare, costruire e lanciare satelliti e allo stesso tempo si è verificato un aumento degli operatori commerciali entrati su questo mercato. SpaceX per esempio ha dato cifre molto significative sulla riduzione sui costi per raggiungere l’orbita bassa se si fosse mantenuta una frequenza di lanci costante e il suo proposito si sta realizzando con i prezzi inferiori del settore. Posto in questi termini, l’operato di Musk sarebbe impeccabile. Connettere il mondo a basso costo potrà essere sicuramente una proiezione di alta socializzazione ma in un’operazione del genere, ormai irreversibile avvertiamo dei rischi di dominio unilaterale che proprio non devono tranquillizzare. Il solo fatto che l’intenzione di Elon Musk è condivisa fattivamente da imprese come Amazon di Jeff Bezos, lascia supporre che una certa idea di appropriarsi di reti commerciali e di telecomunicazioni non è del tutto campata in aria.

Si tratta di una nuova era spaziale e non si possono minimizzare tutti i rischi e le opportunità che si prospettano: restare fuori dal mercato o non adottare gli stessi modelli che hanno portato le imprese americane a traguardi così imponenti trascinerà facilmente alla conclusione ogni attività autonoma erogata dai servizi offerti a costi elevati e soffocherà tutte le azioni connesse ad esse.

Le stesse industrie europee che oggi sostengono i propri investimenti con satelliti, lanciatori e stazioni di terra rischiano velocemente il soffocamento perché non esiste miglior fidelizzazione del basso prezzo. Non ci sono ideali nel business ma principalmente prevalgono le convenienze economiche. E all’Europa, così ammantata della saggezza delle sue tradizioni ormai del tutto superate, resta veramente poco tempo per virare la sua rotta suicida.

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