giovedì, Ottobre 22

La Groenlandia al centro del confronto tra Usa e Cina L'isola più grande del mondo riveste una gigantesca importanza geopolitica

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Dopo decenni trascorsi in secondo piano sotto il profilo della politica internazionale, la Groenlandia ha improvvisamente cominciato a tenere banco per via della clamorosa, ancorché anacronistica, proposta di acquisto dell’isola avanzata da Donald Trump. Il quale intendeva evidentemente portare a compimento lo stesso progetto mirante all’inglobamento della Groenlandia che era stato vanamente tentato nel 1946 da Harry Truman e replicare l’operazione che nel 1917, in piena Prima Guerra Mondiale, aveva portato gli Stati Uniti a rilevare le Isole Vergini statunitensi dalla stessa Danimarca.

Come Truman, che aveva vanamente offerto al governo di Copenaghen 100 milioni di dollari per acquistare l’isola, Trump ha ottenuto dalla premier danese Mette Frederikesen un secco rifiuto, e per rappresaglia ha deciso di annullare la visita in Danimarca prevista per l’inizio di settembre.

Attualmente, la Groenlandia rappresenta uno stato federato che gode di una larghissima autonomia rispetto al governo danese, di cui rimase colonia fino al 1953. Non aderisce infatti all’Unione Europea, sebbene rimanga sotto la giurisdizione di Copenaghen per quanto concerne la politica estera e di sicurezza. Campi, questi ultimi, che in questi giorni sono stati tirati direttamente in ballo, dal momento che l’isola si è trovata al centro del confronto globale tra Stati Uniti e Cina, entrambi fortemente interessati ad estendere la propria influenza sull’Artico. Che come la Groenlandia sta rendendo disponibili allo sfruttamento umano ampi porzioni di territorio per effetto del ritiro dei ghiacciai. Oltre a lambire acque estremamente pescose, la Groenlandia in particolare dispone di enormi giacimenti di uranio, petrolio, carbone, piombo, diamanti, gas naturale e, soprattutto, le importantissime terre rare, così cruciali per la realizzazione di dispositivi tecnologici. Allo stesso tempo, l’isola riveste un’importanza geopolitica in costante incremento; lo scioglimento delle calotte promette di rendere percorribili le rotte polari e mantenere così aperti anche nei mesi invernali i numerosi ‘passaggi a nord-ovest’ – ben più brevi rispetto a quello che passa per il Canale di Suez – su cui sia Russia (che ne controlla di fatto già diversi) che Cina nutrono palesi mire egemoniche. Non a caso, il gigante danese Maersk Line, tra i principali gruppi di trasporto marittimo su scala globale, ha recentemente deciso di instradare le la sue navi-cargo sulle rotte artiche collocate a nord della Russia.

La Cina, dal canto suo, intende ricavarsi un presidio stabile in Groenlandia per blindare – e allargare con l’ausilio della sua colossale nave rompi-ghiaccio Snow Dragon-2 – la cosiddetta Via della Seta Polare (Polar Silk Road) onde renderla transitabile in piena sicurezza dalla sua flotta marittima. Ragion per cui Pechino ha cercato, senza successo, di acquistare una base navale in disuso presso l’isola, impiantandovi inoltre ben due compagnie che operano in partnership con aziende locali e australiane per portare a compimento un progetto finalizzato all’estrazione dell’uranio e allo sviluppo di alcune miniere di ferro e zinco. Nel 2017, peraltro, il primo ministro groenlandese Kim Kielsen si era recato a Pechino per sedersi al tavolo con i dirigenti di alcune delle più importanti banche cinesi, tra cui la China Development Bank e la Export-Import Bank of China, e ottenere i finanziamenti necessari per la realizzazione di un ambizioso piano infrastrutturale volto ad ammodernare l’isola. Presumibilmente, in cambio della concessione alla Cina dei diritti di sfruttamento dei giacimenti di terre rare. L’anno successivo, la Chinese Communication Construction Company (Cccc) si candidò a dare concretezza ai progetti di espansione di svariati aeroporti a Qaqortoq, in Illullisat e presso la capitale Nuuk, e ma non appena fu inserita dal governo groenlandese nel novero dei potenziali appaltatori, l’esecutivo di Copenaghen scese direttamente in campo mettendo sul piatto 700 milioni di corone danesi oltre a un prestito di 450 milioni di corone finalizzato a finanziare la costruzione dei nuovi aeroporti. Cosa che indusse la Cccc a ritirarsi dal progetto.

Non è da escludere che l’intervento della Danimarca fosse stato fortemente sollecitato dagli Stati Uniti, che intravedono nella Groenlandia la punta di lancia della Nato e che dispongono presso l’isola della Thule Air Base, vale a dire l’installazione militare collocata più a ridosso del Circolo Polare Artico. Non stupisce pertanto che Washington abbia valutato l’offerta cinese per la costruzione degli aeroporti in Groenlandia come un ardito tentativo di penetrazione economica dell’ex Celeste Impero, potenzialmente in grado di riprodurre presso l’isola lo stesso scenario realizzato in Africa. Il timore è infatti che qualora il governo di Nuuk, pesantemente dipendente dai sussidi danesi, avesse saltato una rata dei prestiti cinesi, Pechino si sarebbe rivalsa assumendo direttamente il controllo delle infrastrutture strategiche locali, trasformando l’isola proprio nello snodo nevralgico della Via della Seta Polare su cui la Cina ha investito ampie risorse.

Di qui il moltiplicarsi degli incontri tra delegazioni danesi e statunitensi volte a dissuadere l’apparato dirigenziale groenlandese ad aprire le porte alle imprese cinesi.

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