venerdì, Agosto 7

La grande matematica Katherine Johnson è volata più in alto del cielo Addio, Katherine. Più in alto della massima quota a cui i tuoi calcoli hanno permesso di spingere noi, poveri abitanti del pianeta Terra.

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Si è spenta Katherine Johnson.
Aveva 101 anni e questo non attenua il dolore di chi l’ha persa.  E anche il nostro, che l’abbiamo amata senza conoscerla e ora la piangiamo perché con lei va via un mondo che non tornerà più, che non merita di essere ricordato per le sue nefandezze, per la discriminazione che ha provato ad ingabbiare la sua intelligenza e che non ha saputo insegnare niente della pacifica convivenza, se è vero che in questi anni si continua a valutare una persona per il colore della sua pelle, per il credo religioso, per l’appartenenza a un’etnia piuttosto che a un unico regno, quello della razza umana. Ma che però ha rappresentato un primo grande passo per superare le impossibili distanze celesti.

Katherine ha rappresentato un punto di riferimento per i programmi spaziali statunitensi e per la capacità nel calcolo della navigazione per le missioni della Nasa. Ma la sua pelle era nera e questo la fece faticare per far comprendere che le traiettorie che studiava per rendere possibile tutte le missioni che l’ente americano ha effettuato, dai voli di John Glenn e Alan Shepard, fino ai programmi lunari Apollo, non si basavano su un pigmento o su un codice genetico, ma semplicemente su intelligenza, determinazione e ore di studio quotidiano.

Chi vuole saperne di più su questa donna troverà nella sua biografia molte informazioni, quasi tutte riportate nel film ‘Il diritto di contare’, diretto da Theodore Melfi, con Taraji P. Henson e Octavia Spencer.
Nel 1938 la Johnson diventa la prima donna afroamericana ad aver superato le barriere segregazioniste dell’Università della Virginia Occidentale. Poi la sua vita ebbe un’evoluzione piena, sia pur con le difficoltà che imponeva quell’orrore che in America differenziava le persone a seconda di un termine definito incredibilmente razza.

Ora non è più così, non dovrebbe esserlo in un Paese che ha mostrato di essere così buono con le popolazioni che ha ridotto alla condizione di schiavitù, tanto da aver eletto un Presidente di pelle nera per poter definire finalmente superata la discriminazione. Ma è veramente così? Ed è così nel resto del mondo?
Il 28 agosto 1963 il predicatore Martin Luther King: in un discorso pronunciato a Washington disse: «Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere». King è morto anche per queste parole, appena cinque anni dopo a Memphis.
Dovremmo meditare tutti su queste parole.

Ma più di tutto, sarebbe necessario pensare che dietro Katherine Johnson c’è un universo di storia e di scienza che va rispettata e onorata.
Con questa donna si smorza un esempio che deve essere esempio di tutti: non c’è differenza di genere, non c’è diversità razziale o di confessione, ma solo lo spirito di valere e di evolvere l’umanità a un passo più elevato di quanto non lo sia ancora adesso.

Addio, Katherine. Più in alto della massima quota a cui i tuoi calcoli hanno permesso di spingere noi, poveri abitanti del pianeta Terra.

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