domenica, Dicembre 8

La grande farsa dei Marò

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Pensate che il caso dei Marò sia risolto? Per niente. Il Tribunale dell’Aja ha stabilito che Massimiliano Latorre e Salvatore Girone possono aspettare in Italia il risultato del contenzioso (cioè a chi spetta di giudicare), un’autentica débâcle per una giustizia indiana che nell’ arco di quattro anni non ha neanche stabilito i capi di imputazione. Ma, invece di accettare il verdetto, il Governo indiano ha subito precisato che «Salvatore Girone non è stato rilasciato e che le condizioni della sua libertà provvisoria saranno fissate dalla Corte Suprema». Un modo di agire che vìola non solo il diritto internazionale, ma anche le corrette relazioni tra due Paesi amici ed alleati, con vincoli di collaborazione e di commercio intensissimi e di lunga data. Ma non solo. La Corte Suprema sarà in ferie dal 15 maggio al 28 giugno, dunque o si risolve tutto in dieci giorni oppure se ne riparlerà fra un paio di mesi.
Una vicenda infinita e sempre più assurda. Proviamo a ricostruire il caso e a dimostrare che probabilmente è stata tutta una montatura, fin dall’inizio. Girone e La Torre (e di conseguenza l’Italia) sono stati incastrati, manipolando, manomettendo o addirittura cancellando le prove.

 

15 febbraio 2012, al largo delle coste indiane del Kerala, la petroliera battente bandiera italiana Enrica Lexie naviga in rotta di trasferimento da Galle (Sri Lanka) verso Gibuti, con un equipaggio di 34 persone e con a bordo sei fucilieri di Marina: il capo Massimiliano Latorre, il secondo capo Salvatore Girone, il sergente Renato Voglino, il sottocapo di prima classe Massimo Andronico e i sottocapi di 3ª classe Antonio Fontana e Alessandro Conte del Reggimento ‘San Marco’, in missione di protezione in acque a rischio di pirateria.
Poco distante dalla nave italiana si trova il peschereccio indiano St. Antony, con un equipaggio di 11 persone.
Verso le 16.30, ora locale, l’Enrica Lexie incrocia un’imbarcazione. Non ricevendo risposta a segnalazioni luminose e acustiche, il team dei fucilieri spara dei colpi in acqua, mentre l’equipaggio viene fatto riparare nei locali blindati. Il comandante Vitelli lancia l’allarme SSAS Alert, che avvisa in tempo reale, tra gli altri, anche la Guardia Costiera indiana. Poco dopo il St. Antony riporta alla guardia costiera del distretto di Kollam di essere stato fatto oggetto di colpi di arma da fuoco da parte di una nave mercantile.
Alle 23.20 il peschereccio St Anthony rientra nel porto di Neendankara. A bordo di sono due pescatori uccisi da colpi d’arma da fuoco: Ajeesh Pink (o Ajesh Binki), di 20 anni, e Valentine, alias Jelastine (o Gelastine), di 44 anni.  Il capitano e armatore Freddy Bosco dichiara alle televisioni che l’incidente di cui sono state vittime è avvenuto intorno alle 21.30. La Guardia Costiera indiana si mette per la prima volta in contatto (21.36) con la Enrica Lexie, ricevuta da pochi minuti la notizia dei due morti.
Alle 22.20 la nave greca Olympic Flair comunica all’IMO (Organizzazione Marittima Internazionale) di aver subito un attacco da due imbarcazioni pirata, che desistono davanti all’allerta dell’equipaggio.
La Guardia Costiera indiana a questo punto ha sul tavolo tre fatti: un incidente avvenuto alle 16.30  -la Lexie- due pescatori uccisi alle 21.30, un altro incidente avvenuto prima delle 22.20. Ma ha anche a disposizione la Lexie che sta rientrando a Kochi, mentre la nave greca è ben lontana. E si getta sulla prima pista, nonostante una differenza di cinque ore tra i due primi incidenti, e la sovrapposizione degli ultimi due (attacco alle 21.30 secondo Bosco, allarme Olympic Flair 50 minuti dopo).
Se si sia trattato di errore in buona fede, di accanimento su un teorema investigativo, di presunti colpevoli offerti sul piatto d’argento, di speculazione politica alla vigilia di una campagna elettorale, non lo sappiamo.
Ma è probabile che entrambe contengano una ricostruzione simile a quella apparsa sulla rivista ufficiale della Guardia Costiera indiana. Che sposta nel tempo (alle 18.25) l’attenzione sulla Lexie (che in realtà comunica l’avvenuto alle 19.16). Che dichiara l’avvistamento della Lexie da parte di un aereo della Guardia Costiera alle 19.50, e l’intercettazione del mercantile italiano da parte di una motovedetta alle 20.45. In realtà tale mobilitazione avviene solo dopo le 21.36, dopo aver avuto notizia della morte dei due pescatori. Una manipolazione che getta una luce obliqua su altri punti dell’inchiesta, dalla perizie balistiche all’analisi dei tracciati radar. Un’ipotesi plausibile è che intorno alle 21.30, in condizioni di oscurità, il mercantile greco venga attaccato da un’imbarcazione pirata. Nei pressi, sfortunatamente, c’è il St Anthony. I greci scambiano le due imbarcazione come parti di un unico attacco pirata. La Guardia costiera identifica quattro navi nell’area in cui si è svolto l’incidente: l’Enrica Lexie, la Kamome Victoria, la Giovanni e la Ocean Breeze. Verso le 19  le quattro navi vengono contattate via radio. Una quinta nave, la Olympic Flair, che batte bandiera greca e che ha correttamente riportato alle autorità indiane di aver subito un attacco non viene contattata, anche se la nave assomiglia per sagoma e colorazione alla petroliera italiana (a fatica i greci hanno ammesso che a bordo c’era un team di una security ellenica, la Diaplous). I marò italiani dichiarano alla Polizia indiana di non riconoscere il St. Antony come la barca contro cui hanno sparato.

Va detto che tutta l’area rientra in una delle zone ad alto rischio pirateria, individuata già nel 2011 dall’International Transport Workers Federation (ITF), nel tratto che va dalle coste somale verso est sino al meridiano 76 e alla costa occidentale dell’India, e verso sud fino al parallelo 16, e quindi in acque internazionali direttamente confinanti con le acque territoriali indiane.

Il 19 febbraio Latorre e Girone vengono arrestati con l’accusa di omicidio. Il 20 aprile viene raggiunto un accordo extragiudiziale con gli eredi legali (Doramma, moglie di Valentine, coi suoi due figli minorenni, e le due sorelle di Ajeesh Pink) dei due pescatori uccisi in base al quale l’Italia s’impegna a pagare una compensazione di dieci milioni di rupie (142 000 euro) per ognuna delle due vittime. L’Italia accetta di pagare per motivi umanitari e caritatevoli, come segno di mutuo rispetto e gesto di buona volontà fra i due Stati sovrani, ma senza che ciò possa comportare un riconoscimento di responsabilità. L’Alta Corte del Kerala approva anche l’accordo economico extragiudiziale raggiunto fra l’Italia e Freidy, proprietario del St. Antony, per il pagamento di una compensazione di 1 700 000 rupie, circa 24 000 euro.  Ma dieci giorni dopo la Corte Suprema dell’India dichiaraillegaligli accordi economici extragiudiziali considerandoli come un mezzo per cercare di aggirare il sistema giudiziario indiano.  I due marò vengono trasferiti a Nuova Delhi.

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