domenica, Dicembre 8

La giocata di Mas Niente referendum il 9 novembre per ora, ma 'manifestazione cittadina'. Parla il politologo Diego Muro

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La decisione di Artur Mas di rinunciare al referendum consultivo per l’indipendenza della Catalogna, inizialmente previsto per il 9 novembre, era attesa. La sospensione del voto a opera del Tribunale Costituzionale aveva sostanzialmente messo la parola fine su una consultazione popolare in cui tuttavia una parte consistente della società catalana aveva creduto. La “suspence”, se così si può chiamare, era soprattutto nel capire che cosa avrebbe fatto Mas dopo avere ammesso pubblicamente che i margini per un voto con il consenso del Governo centrale erano inesistenti.

E Mas è uscito dall’angolo con una giocata in due mosse: domenica 9 novembre ci sarà – comunque – una mobilitazione cittadina i cui termini non sono ancora chiari. Si voterà, ma senza l’imprinting ufficiale della Generalitat per non incorrere in nuovi ricorsi da parte del governo centrale. Una sorta di “manifestazione con le urne”, dal carattere esclusivamente rivendicativo e senza alcuna validità giuridica. Ma, secondo quanto detto dallo stesso Presidente della Generalitat lo scorso 14 ottobre, questo è solo il primo passo verso il vero obiettivo: quello di cosiddette elezioni plebiscitarie, alle quali Mas si presenterebbe a capo di una lista unica per l’indipendenza, comprendente partiti e movimenti che, pur essendo ideologicamente molto frastagliati, condividano con il Presidente l’idea di un nuovo Stato catalano.

Tuttavia, è ancora molto presto per ipotizzare scenari futuri. Ora come ora, Mas si trova tra due fuochi: da una parte, come scritto più su, potrebbe portare alle estreme conseguenze la tensione con il governo spagnolo concludendo anticipatamente la legislatura iniziata nel 2012 con una svolta definitivamente indipendentista; dall’altra, potrebbe accettare l’offerta che gli offre il Psc (il Partito Socialista Catalano, federato al Psoe) di continuare a governare fino al 2016 al prezzo di mettere da parte l’indipendentismo e concentrarsi sui temi economici e sociali.

Di questo e di altri temi abbiamo discusso con il politologo Diego Muro, Docente in Politiche Comparative presso l’Ibei (Istituto di Barcellona di Studi Internazionali). Muro, che si è formato all’Università Autonoma di Barcelona e ha conseguito un PhD presso la Lse, (London School of Economics), opera soprattutto tra la Spagna, dove vive, e il Regno Unito, dove ha insegnato a Londra e Oxford. Fautore di un approccio multidisciplinare alla scienza politica che comprende anche sociologia e storia, è particolarmente interessato al tema dei nazionalismi: la sua tesi di dottorato sul caso basco è stata pubblicata da Routledge, una delle più importanti riviste scientifiche del mondo nel settore degli studi sociali. Il suo curriculum completo è visitabile a questa pagina.

 

Professor Muro, il Presidente della Generalitat, Artur Mas, ha deciso di rinunciare al referendum del 9 novembre. Al suo posto ci sarà una votazione non istituzionale in favore del diritto a decidere. Che risultato vuole ottenere con questa decisione Mas?

Il “surrogato” di referendum consultivo del 9 novembre persegue due obiettivi. Da un lato vuole mantenere la sua promessa personale di far esprimere con il voto i catalani sul loro futuro politico. Secondo quanto detto dallo stesso Mas, l’obiettivo è sempre stato quello di votare, e con questa decisione lo centra, anche se molto parzialmente. Dall’altro, questo pseudo-referendum gli permette di preparare il terreno per le prossime elezioni, che anche se non hanno ancora una data, saranno di carattere plebiscitario. Se continua a tenere alta la tensione con il governo centrale obbliga i partiti “soberanistas” (quelli a favore del referendum, ndr) ad accompagnarlo in questa sfida.

Succeda quello che succeda, convocando questo voto “non ufficiale” e partecipativo Mas ha fatto una mossa intelligente. Entrambe le opzioni a disposizione di Mariano Rajoy (proibire il voto o permetterlo) non sono buone per il governo e beneficiano politicamente Mas. Rispetto ai compagni di viaggio che rimangono a Mas (Esquerra Republicana e l’ultrasinistra radicale e antisistema della Cup, considerando che gli ecosocialisti di Icv si sono sfilati), questi si sentono costretti a spalleggiare le iniziative di CiU (il partito del Presidente): l’alternativa sarebbe mettersi contro il referendum e a favore dello Stato spagnolo, che essi vedono come il principale avversario.

Tra le due principali forze del blocco “soberanista” (la più moderata CiU e la più radicale Erc) sembra esserci in questi giorni alta tensione. La divisione tra i due partiti risponde al vero o è semplicemente tattica?

La differenza è reale, e non solo tattica: e ha molto a che vedere con le iniziative e i tempi che ognuno dei due partiti vuole imprimere al “processo di transizione nazionale”. Senza dubbio, bisogna tenere in conto che CiU è al governo della regione e ha responsabilità istituzionali mentre Erc imprime velocità al processo perché appoggia l’esecutivo solo dall’esterno e non organicamente. In ogni caso, il votante percepisce Erc come il partito indipendentista “originale”, mentre CiU è visto come la “copia”.

Anche se i socialisti puntano su un nuovo modello federale e i popolari su uno Stato più centralizzato, Pp e Psoe hanno avuto finora la stessa posizione rispetto al caso catalano. Lei crede che nel caso in cui Mas si avvicinasse al Governo centrale cercando un qualche accordo che potesse scongiurare uno scontro frontale, questo produrrà qualche cambiamento nei due partiti nazionali?

Personalmente non credo che la posizione adottata dai conservatori del Pp e dai socialdemocratici del Psoe sia la stessa. Mentre i primi si fanno scudo di un legalismo intransigente in difesa della Costituzione del 1978, i secondi hanno proposto una riforma federale. È certo che quest’ultima sia complicatissima e che ci sono molti attori, nella politica e nella società spagnola, interessati a ostacolare questa via, ma almeno questa è una proposta costruttiva. Detto questo, è difficile immaginare che il governo di Rajoy cambi una posizione che ha mantenuto e difeso per anni. Non vedo possibile una proposta di dialogo neanche da parte del governo catalano. Temo davvero che questa situazione non si risolverà fin quando non avremo nuove maggioranze parlamentari sia a Madrid che a Barcelona.

In questi anni – soprattutto negli ultimi due – abbiamo assistito a una grande mobilitazione civica in favore del “diritto a decidere”. Come crede che questi movimenti della società civile reagiranno ora che è chiaro che il referendum come era stato pensato nel corso di quasi un anno non si farà?

Non c’è dubbio che ci sarà una grande delusione, considerando anche che il governo di Mas ha investito tutto il suo capitale politico in qualcosa che alla fine non si verificherà. D’altronde, credo che ci sia differenza tra il simpatizzante “di breve periodo”, che ha creduto che il referendum si sarebbe celebrato il 9 Novembre nonostante l’opposizione dello Stato spagnolo, e quello che vede più in là, che credeva che questo voto sarebbe stato un ulteriore passo verso l’indipendenza, e non il suo obiettivo finale. Per quest’ultimo tipo di simpatizzante indipendentista, la mobilitazione dei catalani e la strategia di tensione continua con lo Stato sono successi molto significativi che avvicinano la Catalogna un po’ di più verso l’indipendenza.

Il 2015 sarà un anno elettorale: a Maggio si voterà per la maggiori dei Comuni e delle Regioni, mentre a Novembre ci saranno le Politiche. Per quello che possiamo sapere ora, crede che la situazione catalana possa condizionare in qualche modo il voto? O saranno più importanti, ad esempio, la situazione economica, la disoccupazione o il bilancio di 4 anni di Governo Rajoy?

La disoccupazione, la corruzione e la sfiducia verso la politica sono i problemi che più preoccupano gli spagnoli, e questi continueranno a essere i temi che domineranno le prossime campagne elettorali. Senza dubbio il caso catalano e il finanziamento degli enti intermedi saranno alcuni dei temi che si discuteranno durante le Regionali e due delle armi politiche che gli schieramenti useranno l’uno contro gli altri. Le Comunali sono invece solitamente più basate sulla forza dei candidati e su temi municipali. Per quello che riguarda la Catalogna credo invece che il dibattito sulla possibile indipendenza continuerà a essere centrale, sempre che non ci sia un allentamento delle politiche di austerità o una ripresa economica.

 

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