giovedì, Maggio 23

La gestione autoctona del petrolio Il fabbisogno energetico dell'Africa orientale

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«Il Vice Ministro dei Minerali e Risorse Idriche David Pulkol, ha riportato i progressi compiuti nelle esplorazioni dei giacimenti petroliferi affermando che la quantità di petrolio fino ad ora scoperta copre largamente le quantità necessarie per rendere l’oro nero commerciabile. Il Presidente Yoweri Museveni ha informato che il National Revolutionary Movement dopo esser giunto al potere ha scoperto che l’ex presidente Obote stava negoziando con multinazionali straniere per vendere il petrolio ugandese recentemente scoperto. Il NRM ha rifiutato di continuare i negoziati, inviando del personale tecnico per essere formato in tecnologia petrolifera presso le università in Algeria e Svezia. “Voglio negoziare in una posizione di forza invece di negoziare con delle multinazionali afferrate nella materia mentre noi abbiamo solo il monopolio dell’ignoranza” afferma il Presidente Museveni chiarendo che la futura industria petrolifera non sarà venduta agli stranieri». Questo l’articolo di Elisabeth Kanyogoya pubblicato sul ‘The New Vision‘ del 19 ottobre 1988.

In un raro esempio internazionale di coerenza politica, a distanza di 16 anni la posizione nazionalistica del Presidente Yoweri Museveni sugli idrocarburi non è cambiata, originando il primo progetto regionale di consumazione interna per lo sviluppo economico della East African Community. Kenya, Rwanda e Uganda si sono impegnati a costruire importanti infrastrutture petrolifere: raffinerie e oleodotti, per gestire al meglio la produzione di carburante e derivati destinato al mercato regionale. L’orientamento della gestione autoctona del petrolio non è stato facile da imporre per il Presidente Museveni che dal 2012 ha dovuto bloccare vari tentativi all’interno del suo partito di svendita dell’oro nero alle multinazionali occidentali e ha dovuto convincere il Kenya, secondo futuro produttore di idrocarburi, ad appoggiare la sua visione economica e strategica.

Per bloccare i tentativi Museveni ha accettato di creare una crisi interna al partito al potere causata dalla opposizione del Primo Ministro Amama Mbabazi che ha mire presidenziali per le elezioni del 2016. Mbabazi è molto vicino a varie multinazionali occidentali tra cui l’italiana ENI, eliminata dal mercato petrolifero ugandese nel 2007. Mbabazi sarebbe propenso alla sola esportazione del petrolio. Stati Uniti e Unione Europea hanno tentato di assicurarsi le esportazioni del petrolio della East Africa in tutti i modi. Nel 2012 le principali multinazionali europee operanti in Uganda, l’inglese Tullow e la francese Total, hanno tentato di influenzare tramite corruzione la discussione parlamentare riguardante l’approvazione della raffineria ad Hoima, nord dell’Uganda, costringendo il Presidente ad un intervento pubblico presso il Parlamento durato 4 ore e trasmesso in diretta sulle reti televisive dove impose la direzione tracciata nel lontano 1988.

Nel settembre 2012 il Direttore Generale della Cooperazione Europea Francesca Mosca, presentando il programma di aiuti del Fondo allo Sviluppo Europeo destinati all’Uganda, aveva proposto che il debito estero contratto dal paese africano venisse ripagato con la futura produzione di petrolio in cambio di nuovi prestiti destinati al settore petrolifero. Identica proposta fu ripresentata da Washington e Bruxelles nel 2013, ottenendo il supporto di vari parlamentari ugandesi. L’attuale debito estero ugandese ammonta a 5,8 miliardi di dollari.  Secca la risposta del vice segretario alle finanze Patrick Ocailap. «Non vi è alcuna possibilità che l’Uganda accetti di rimborsare i prestiti con il suo petrolio». Per risolvere una eventuale carenza di fondi l’Uganda di è rivolta alle istituzioni finanziarie internazionali e agli investitori privati. Un primo successo è stato ottenuto. Il 29 maggio 2014 la Banca Mondiale ha annunciato la firma di un prestito all’Uganda di 500 milioni di dollari di cui 275 milioni andranno per le infrastrutture petrolifere. Questo prestito si aggiunge alla disponibilità manifestata nel giugno 2013 dalla  China National Offshore Oil Company (CNOOC) di finanziare la raffineria e l’oleodotto Sud Sudan Kenya.

I presidenti Museveni, Kenyatta e Kagame sono determinati nel realizzare  la produzione autoctona delle risorse petrolifere e di gas metano attraverso raffinerie e oleodotti regionali per ottenere l’indipendenza energetica. L’importanza strategica di questa dipendenza è evidente. Basta considerare i rischi che a medio termine correrà l’Unione Europea dipendente dal gas russo, approvvigionamento messo in forse dall’attuale crisi in Ucraina. Due saranno le raffinerie regionali. Una ad Hoima, Uganda, una in  Kenya. La raffineria di Hoima deve essere  costruita dal nulla. Sarà collocata presso la cittadina di Kabaale, sotto contea di Buseruka, distretto di Hoima, nord ovest dell’Uganda. La raffineria, dal costo di 200 milioni di dollari avrà una capacità iniziale di raffinazione pari a 30.000 barili di greggio giornalieri estendibili a 60.000. 

Nel 2013 il governo ugandese ha incaricato la ditta americana di consulenze Taylor Dejongh di ricercare strategici investitori stranieri per la raffineria di Hoima. Il 12 maggio 2014 i governi regionali hanno raggiunto l’accordo per le quote azionarie della raffineria che ora non è più nazionale ma regionale. Kenya, Rwanda, Burundi, Uganda avranno il 40% delle azioni mentre il 60% sarà riservato ad una cordata di investitori stranieri. Per evitare il rischio di sovranità della raffineria, carburante e derivati il Governo Ugandese intende diversificare gli investitori evitando di avere un investitore unico. Inizialmente gli  investitori dovevano essere le multinazionali petrolifere già operative nel paese: l’inglese Tullow Oil , la francese Total e la cinese CNOOC. A causa della loro feroce opposizione alla raffineria (entrambe le multinazionali volevano imporre le esportazione al 100%) il governo ugandese decise nel gennaio 2014 di contattare altri investitori. L’operazione andò a scapito dell’occidente e a favore di Russia e paesi asiatici. Nel giugno 2014 il governo unì gli investitori interessati in un consorzio di cui sono due ditte europee ne fanno parte: l’inglese Petrofac e l’olandese Vitol. Il resto del consorzio è composto da: RT-Globa Resources (Russia). China Petroleum Pipeline Bureau (Cina), SK Energy (Corea del Sud) e Marubeni Corporation (Giappone). Il consorzio deve rigorosamente rispettare le regole di produzione: 60% per il mercato regionale e 40% per l’esportazione in Europa e Asia.

Per la raffineria keniota l’approccio è totalmente diverso. Si tratta di scegliere tra la ristrutturazione della esistente raffineria a Changamwe Mombasa gestita dal Kenya Petroleum Refineries Ltd KPRL (costo preventivato 1,2 miliardi di dollari) o costruirne una nuova a Lamu dal costo di 5 miliardi di dollari. L’ente petrolifero keniota KPRL sta spingendo per ristrutturare la raffineria già esistente, mentre il governo sta orientandosi verso la costruzione di una nuova raffineria. Il secondo indirizzo sembra per ora prevalere anche se non ci sono comunicazioni ufficiali al riguardo. Anche gli investitori internazionali concordano che la seconda opzione potrebbe essere quella presa in considerazione in quanto è stato approvato il progetto di oleodotto regionale che da Hoima giunga a Lamu, la località destinata per la nuova raffineria. Il oleodotto non trasporterà solo il greggio da esportare ma anche il greggio da raffinare. Un altro fattore che gioca a favore della seconda opzione è la recente ondata terroristica di cui epicentri sono Nairobi e Mombasa.

Attualmente il governo keniota sta negoziando i finanziamenti per tutte e due opzioni con le compagnie petrolifere: Tullow, Total, BP, Chevron e Trafigura. Entrambe le proposte di raffineria avranno una capacità giornaliera di 80.000 barili estendibile a 120.000. A differenza dell’Uganda il governo keniota ha deciso di tenersi il 50% delle azioni distribuendo l’altra metà ad investitori regionali ed internazionali. Nel caso venga scelta l’opzione di Lamu, l’esistente raffineria a Mombasa verrà trasformata in deposito regionale di carburanti. «Tra tre quattro anni inizierá l’estrazione del greggio e la sua raffinazione per il mercato regionale. Avendo stabilito che il 60% del greggio sarà destinato alla regione da una parte perderemo i profitti derivanti dall’esportazione nei paesi occidentali e asiatici. Dall’altra avremmo a disposizione carburante e derivati ad un prezzo nettamente inferiore di quelli attualmente importati. Questo significa indipendenza energetica e, credetemi, è un traguardo mille volte preferibile da raggiungere rispetto alla classica produzione di greggio destinata unicamente alla esportazione», spiega Martin Wahome, responsabile delle risorse umane della KPRL.

Martin Wahome sa di cosa sta parlando. Le riserve ugandesi sono stimate a 3,5 miliardi di barili mentre quelle keniote 2.5 miliardi di barili. Questo significa che la Comunità Economica dell’Africa Orientale avrà a disposizione per 30 anni 3,6 miliardi di barili per il fabbisogno energetico regionale. Solo 2,4 miliardi di barili arriveranno sui mercati europei e asiatici. Queste sono le cifre ufficiali riguardanti le riserve dei due paesi. Ad esse occorre aggiungere le “riserve tattiche”, frutto della politica imperialistica ugandese. Nel 2011 l’Uganda si è assicurata la gran parte della produzione petrolifera del Congo sul Lago Alberto, che sarà gestita dalla stessa multinazionale che sta operando in Uganda: la Tullow. Il greggio congolese sarà facilmente trasportabile ad Hoima essendo vicino alla frontiera. L’accordo è stato fulmineo quanto facile. Una consistente bustarella versata su conto bancario estero e il presidente congolese Joseph Kabila ha posto la sua firma, per il bene della nazione, non specificando però di quale nazione si trattasse.  L’intervento militare ugandese in Sud Sudan in difesa del presidente Salva Kiir è teso ad acquisire gran parte del petrolio di questo paese confinante sia come compenso per lo sforzo di guerra sia per necessità tecniche e pratiche.

Il Sud Sudan necessita di un oleodotto alternativo a quello esistente e diviso con il Sudan. La diplomazia ugandese è riuscita a far fallire tutti gli esistenti progetti di oleodotti alternativi e far approvare il progetto di oleodotto che dal Sud Sudan arrivi a Lamu, passando per la raffineria di Hoima. Un’opera titanica dal costo di 3,5 miliardi di dollari. Queste “riserve tattiche” potrebbero aumentare la riserve già esistenti di altri 3 miliardi di barili. Purtroppo sono collegate al deterrente militare ugandese. Se in Sud Sudan vincesse la ribellione guidata da Riek Machar o i rapporti tra Congo e Uganda si dovessero deteriorare queste riserve potrebbero essere a rischio. Per evitare questa eventualità l’Uganda in Sud Sudan si impegnerà fino in fondo a livello militare e per quanto riguarda il Congo vi è il sospetto che il governo ugandese stia progettando un cambiamento di regime puntando sui vari paesi regionali ormai in rotta diplomatica con il Governo Kabila e riattivando la ribellione Banyarwanda del M23 che dal aprile 2012, per 22 mesi ha controllato la maggior parte del est del Congo per ritirarsi intatta in Uganda nel dicembre 2013. Questa volta la ribellione Banyarwanda sarebbe dotata di un programma politico nazionale al fine di attirare altri movimenti armati e politici congolesi. Insomma, i lavori sono in corso.

International Tender. Governo dell’Uganda. Servizio di consulenza tecnica per energie rinnovabili.

Data di scadenza 10 giugno 2014.

L’obiettivo dell’incarico di consulenza è di sviluppare un modello tariffario, procedure e protocolli per la Autorità Regolatrice dell’Elettricità per tutti i tipi di tecnologia REFIT ammissibili. Analisi critica dei modelli finanziari per progetti idroelettrici di grandi dimensioni (superiori ai 20MW) e approcci strutturati verso l’effettiva negoziazione dei livelli tariffari.

Profilo professionale ricercato: Economisti e/o ingeneri con capacità di modellazione tariffaria, esperienza RE, capacità gestione finanziaria per grandi impianti idroelettrici.

La gara segue le linee guide della KFW Development Bank (www.kfw-entwicklungsbank.de)

Per informazioni contattare il Segretariato della GET FiT rene.meyer@getfit-uganda.org

Testo completo del bando: http://www.tendersunlimited.co.ke/consultancy/east-african-region-sector/15614-get-fit-ugandatenderrenewable-energy-re-tariff-modeling-and-trainingclosing-date1062014.html

 

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