domenica, Giugno 7

La Germania vuole l’Italia fuori dalla UE Con la sentenza di due giorni fa la Corte Costituzionale tedesca, violando platealmente il diritto europeo, i trattati, e i diritti degli altri Stati membri, mette fine alla UE, ma principalmente, mette l’Italia fuori dalla UE

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Premetto che, prima di passare, in continuazione a quanto scritto ieri, al tema di queste righe, lo scontro durissimo innescato dalla sentenza della Corte Costituzionale tedesca e dalla bordata di minacce rivolte al Ministro Alfonso Bonafede, non posso non sottolineare alcune cose semplicemente surreali, se non fossero dolorosamente vere.

Al primo incontro tra Governo e nuovaConfindustria, con grande squisitezza istituzionale dice lui, Carlo Bonomi non si presenta nemmeno, ma anche Giuseppe Conte – pochette non si presenta.
In un momento di gravità davvero senza pari, con il PIL in crollo, l’UE che ci attacca con tutte le sue forze (anche se pare che nessuno se ne accorga a Palazzo Chigi e desertici dintorni), un ritorno lentissimo e faticoso verso ‘la’, non ‘alla’, normalità, quando cioè, se non altro per mostrare che sono vagamente preoccupati del Paese e non dei propri giochetti da circo equestre, Conte «è impegnato in telefonate istituzionali che si sono prolungate più del previsto», lo squisito Bonomi, non ancora formalmente in carica e perciò squisitamente appunto assente (come se avesse fatto mancare in questi giorni bordate di ogni genere, emulo degli agnellini conquistatori -e se ne vedono già largamente gli effetti- del gruppo ‘Repubblica’ e ben adusi ad essere tanto interessati all’Italia da svendere l’azienda di famiglia per portarla in … Olanda, roba da alto tradimento!) fa elencare dai suoi manutengoli un elenco non di proposte o altro, ma di richieste, anzi, di pretese, ovviamente comprensive di abbassamento o eliminazione delle tasse (ha già dimenticato quella frase sulla necessità di pagare le tasse!), versamenti a fondo perduto, e, naturalmente, autocertificazioni … che cosa significhi quest’ultima richiesta non occorre Machiavelli per spiegarlo.

In contemporanea, la Ministro Teresa Bellanova, dice -altra raffinatezza metternichiana-, di non essere tappezzeria (beh, mano male, visti i colori che predilige), e che o gli si dà la sanatoria sui migranti -resi inesistenti formalmente ma vaganti senza un centesimo da Salvini tanto per non dimenticare- o si dimette … figurati tu! Peraltro, pare che sia pronta lì dietro Maria Elena Boschi, evviva! E ancora uno potrebbe dire “beh, mantiene il punto, combatte per un principio”, come se non si sapesse benissimo che è solo una sordida manovra per creare difficoltà al Governo (probabilmente strizzando un occhio a Bonomi, ma questa è solo una mia maldicenza, per la quale, peraltro, mi ci giocherei anche tre euro), ma che immediatamente provoca la reazione del solitamente muto (per fortuna) Vito Crimi, che, alla sanatoria, dice mai e poi mai … dio solo sa perché, visto che il rischio è di mandare al macero metà della nostra produzione agricola, oppure, uhhh guarda che mi arriva alla mia mente malata, per farli lavorare in nero come finora hanno fatto, dormendo all’addiaccio, tormentati e ricattati dal caporalato e dalla mafia e pagati tre euri l’ora. Ma no, dai, questa è maldicenza pura!

Torniamo alla sentenza. Intanto per chiarire che è una cosa in ballo da tempo e della quale il Governo o chi per esso si è guardato bene dal parlare e, suppongo, anche dal fare un po’ di politica estera … ah già, e chi la faceva? Si è costituito in giudizio alla Corte europea, invero, ma non è bastato. E dunque: alcune persone tedesche, ovviamente longa manus degli ambienti più notoriamente antiitaliani e sovranisti tedeschi, hanno iniziato una lunga procedura giudiziaria in Germania, per contestare la famosa QE, cioè quella idea di Mario Draghi che è stata utile a mezza Europa, non solo a noi, anzi, a noi molto meno di quanto avrebbe potuto se avessimo avuto dei governi, perché, si badi bene, quella misura che non toglieva nulla e non toglie nulla ai tedeschi, ma aiuta i Paesi in difficoltà. Certo con qualche rischio per la BCE … quale, di fallire? ma non diciamo sciocchezze! Ma principalmente con qualche vantaggio per le imprese italiane (ma anche spagnole, greche, rumene, polacche e … tedesche) nella loro faticosa concorrenza fatta con un braccio legato dietro la schiena, causa il debito mostruoso del nostro Paese. Debito che andrebbe sanato, cosa perfettamente fattibile se si facessero e si fossero fatte pagare le tasse ai molti che si guardano bene dal farlo, ma usano a sbafo i nostri ospedali, le nostre strade, autocertificano, ecc.

Ma insomma, tant’è. Sta in fatto che la cosa finisce nella mani della Corte Costituzionale tedesca, che ritiene (o meglio chiede se si possa ritenere) che quella cosa possa violare il principio di proporzionalità di cui all’art. 5 del trattato UE. Di che si tratta? Semplice, ma anche molto vago: dice l’articolo (che è lo stesso in cui, però, si definisce il principio della sussidiarietà, per dire che i due principi vanno ‘calibrati’) che le attività della UE devo rispettare la proporzionalità dei vantaggi e degli impegni tra i vari Stati. Insomma, per dirla molto semplicisticamente, se si fa un ‘favore’ al Belgio di, che so, 10 euro, poi se ne deva fare uno proporzionale anche alla Germania, che essendo ben più grande del Belgio, si aspetta una somma maggiore. Ripeto: ho banalizzato.
La Corte Costituzionale tedesca, però, si trova di fronte ad un problema molto serio, un problema di fronte al quale ci siamo trovati anche noi e la nostra Corte Costituzionale: trattandosi di applicare e interpretare norme di provenienza comunitaria non può farlo, non ha la competenza: la BCE, infatti, è una istituzione della UE, ed è una entità indipendente sia dagli Stati membri, sia dalla stessa UE, come tutte le banche centrali di tutti i Paesi del mondo, ma il suo regime giuridico dipende dalla UE, il cui diritto prevale sul diritto degli Stati membri.
La Corte Costituzionale si può, però, avvalere di una norma specifica del trattato, quella per la quale qualora si debba interpretare una disposizione comunitaria, i tribunali nazionali (e quindi anche la Corte Costituzionale tedesca e italiana) debbono (leggete bene: debbono) ricorrere alla Corte di Giustizia della UE e chiedere a quella Corte di interpretare la norma, con l’aggiunta, di nuovo attenzione, che l’interpretazione della Corte europea è obbligatoria per il tribunale nazionale, qualunque esso sia. È un principio fondamentale della UE, che serve esattamente ad uniformare a livello europeo l’interpretazione e l’applicazione dei trattati, e ad evitare che ogni tribunale faccia a modo suo. È un modo, insomma, per avere un sistema uguale ovunque, specialmente regole commerciali uguali.
Solo che, se in una situazione del genere si trova, che so, il giudice di Monza, e, avuta la decisione della Corte UE non la applichi, oltre in qualche caso perfino ad un provvedimento disciplinare, basta fare appello e la Corte superiore cancella la sentenza sbagliata di quella inferiore.
È una regola fondamentale dei rapporti tra diritto UE e diritti nazionali.

Solo che c’è una difficoltà: la Corte Costituzionale, italiana o tedesca, non è suscettibile di appello.
La Corte italiana, in un paio di casi in cui si è trovata a dovere decidere in situazioni del genere, è stata attentissima, davvero attentissima, a rispettare puntualmente la sentenza della UE. La Corte tedesca, invece, non solo ha approfittato della impossibilità di appello per non applicare la sentenza europea, ma è andata anche oltre, pretendendo non solo di interpretare essacosa illecita al cento per cento- la norma della UE, ma anche di disporre (non so se nel diritto tedesco sia legittimo, ma la Corte lo ha fatto e … appello non c’è) che la Banca centrale tedesca debba pretendere da quella europea il rispetto della interpretazione tedesca della norma sulla proporzionalità, e se la BCE non lo fa, dice la Corte tedesca, deve privare, diciamola così per semplicità, la BCE dei fondi necessari a fare ciò che la Corte tedesca giudica illecito, per esempio comprare titoli di Stato italiani. E per di più, ha anche dato un termine di tre mesi per farlo: termine probabilmente irrilevante, ma state certi che Jens Weidmann, presidente della Deutsche Bundesbank, non vede l’ora di prendersi qualche rivincita e conta, a mio parere, sul tacito assenso di Christine Lagarde, notoriamente ostile all’Italia -ricordate la storia dello spread!

Ecco tutto. Con questa sentenza, la Corte tedesca chiude il cerchio aperto con la sentenza Lissabon, affermando una cosa che farebbe gongolare di gioia Matteo Salvini, se capisse di che si tratta, e cioè che in ultima istanza sono il Parlamento tedesco, il Governo tedesco e in ultima istanza la Corte Costituzionale tedesca a decidere su cosa può e cosa non può fare l’UE. Naturalmente, come ho spiegato prima, lo fa violando platealmente il diritto europeo, i trattati, e i diritti degli altri Stati membri in un sol colpo. Ma, principalmente, mettendo fine alla UE, come ben si capisce.
Non approfondisco ulteriormente perché altrimenti avrei bisogno di un paio di centinaia di pagine. Ma che a tutto ciò il nostro Governo sappia rispondere solo col silenzio, e che il capo-industriale italiano non abbia fatto una piega, non solo è scandaloso, ma è dannoso in maniera gravissima non solo degli interessi e dei diritti italiani, ma della stessa UE, alla quale, così stando le cose, la Germania ha sostanzialmente posto fine. E non posso non ricordare quante volte ho detto che un disegno esisteva ed esiste: mettere l’Italia fuori dalla UE, e non viceversa!

Si dovrebbe reagire con tutti i mezzi legali (e ce ne sono: alla peggio la violazione di una norma fondamentale di diritto internazionale, quale è quella che uno Stato che viola gli accordi ne risponde … certo, se gli altri Stati hanno le p … per farlo) e con tutti gli altri, e ce ne sono a dozzine, beninteso a condizione di avere un Governo e un ceto imprenditoriale di imprenditori. Cose che, temo, mancano entrambe.

Quanto alle frasi di Nino Di Matteo, velenosamente ribadite in una intervista, l’accusa è di una gravità immensa, è facile infangare una persona dicendo che ‘probabilmente’ quello ha fatto ciò che ha fatto per motivi abietti, anche se non se ne hanno prove, ma, a quanto pare, solo supposizioni. Non ne ha parlato prima, dice, «per alto senso istituzionale», che poi deve essergli scivolato di mano. Su Bonafede non ho nulla da dire, non ne ho alcuna stima e l’ho detto più volte. Ma resta il fatto che, allo stato degli atti, Bonafede è il Ministro della Giustizia, in qualche modo il capo di Di Matteo, che alla carica di consigliere superiore della magistratura non ha rinunciato. Mi domando -solo per curiosità perché in questo vero e proprio suk che è diventato il nostro Paese nulla mi stupisce più- con che faccia Di Matteo siederà al tavolo del CSM in udienza con il Ministro. Potrei suggerire, ma non qui, in Germania magari, che potrebbe Di Matteo, dimettersi dal CSM (sarebbe il meno, visto ciò che dice del suo Ministro) e denunciare Bonafede. Che aspetta?

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.