martedì, Ottobre 27

La Germania e il dilemma africano

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Per tentare di recuperare la popolarità perduta in vista delle elezioni di settembre, la cancelliera Angela Merkel ha blindato le frontiere tedesche e inasprito le norme per la concessione dell’asilo. Gli unici ingressi legali ora ottenibili riguardano i ricongiungimenti familiari anche se vari immigrati africani segnalano una sottile opera di boicottaggio dei funzionari tedeschi di stanza presso le Ambasciate in Africa.

Anche dinanzi a chiare situazioni di ricongiungimento familiare, i funzionari  tedeschi d’Ambasciata tenderebbero a prolungare di settimane se non mesi l’autorizzazione al visto di ingresso nel chiaro tentativo di scoraggiare i richiedenti. Nel tentativo di diminuire  la pressione demografica degli immigrati, la  Merkel intende agevolare i rimpatri volontari attraverso incentivi economici mentre la Merkel promette un significativo aumento dei fondi destinati alla cooperazione internazionale in Africa per diminuire i flussi migratori.

Queste misure tese a recuperare voti in previsione delle elezioni nascondono un problema ben più grave tra le relazioni tra Germania, Unione Europea e Africa. Un problema accuratamente nascosto all’opinione pubblica tedesca. Si tratta della mancata firma degli accordi commerciali EPA, Economic Patnership Agreement, che regolano le relazioni commerciali tra l’Unione Europea e l’Africa.

Questi accordi commerciali al momento sono stati firmati da una minoranza di Paesi Africani e il più importante blocco commerciale africano, la East African Community (Unione Commerciale dell’Africa Orientale) dal 2014 si ostina a non firmare il rinnovo degli accordi, bloccando di fatto la firma del EPA con gli altri Paesi africani. Solo due Stati membri della East African Community hanno firmato separatamente questi accordi: Kenya e Rwanda. Tanzania e Uganda sono invece intenzionati a non firmarli in quanto li considerano dannosi per gli interessi africani e basati su una economia coloniale di rapina che da secoli l’Europa attua sul Continente, interessata non al suo sviluppo ma alle sue materie prime a basso costo. La determinata opposizione di Dodoma e Kampala sta impedendo la firma di questi accordi con la maggioranza dei Paesi africani. A sostegno delle posizione di Tanzania e Uganda giunge un rapporto delle Nazioni Unite che invita tutti i Paesi africani a non firmare gli accordi EPA, ritenuti da esperti mondiali indipendenti controproducenti per l’Africa.

Dinnanzi allo stop africano sugli accordi per proteggere la sua fragile industria, Bruxelles ha recentemente tentato una guerra mediatica nella speranza di imporre la sua volontà ai Paesi deboli. La tattica ha ottenuto l’effetto contrario in quanto l’Unione Europea stenta ancora a comprendere che l’Africa del secondo decennio Duemila non è più quella della Conferenza di Berlino.  Forti della proficua alleanza economica con la Cina e del sostegno politico e militare dei Paesi del BRICS, la maggioranza dei Paesi africani non vuole firmare gli accordi proposti dalla Unione Europea a meno che non subiscano profonde modifiche.

La determinazione dei Paesi africani rischia di tagliare fuori l’Unione Europea da un futuro e promettente mercato e, peggio ancora, di facilitare un blocco sino-africano in stretta chiave anti europea. Per scongiurare questo rischio Bruxelles ha due scelte: aprire il dialogo o entrare in un conflitto bellico diretto o indiretto con l’Africa che sarebbe perso di partenza. Il primo Premier europeo a riconoscere i limiti della UE e a scegliere la via del dialogo è proprio Angela Merkel. Lo scorso 19 giugno la cancelliera durante un evento ad Amburgo organizzato dal mondo del volontariato tedesco con la presenza di alcune leader africani ha dichiarato la necessità di rivedere l’attuale proposta degli accordi EPA ammettendo per la prima volta che alcune clausole potrebbero essere dannose per l’Africa. «In Novembre durante il Summit Unione Europea Africa analizzeremo tutti insieme le proposte degli accordi commerciali per verificare se è necessario apportare delle modifiche» ha dichiarato la Merkel.

L’ammissione di responsabilità e l’apertura a rivedere gli accordi della Merkel è stata molto apprezzata da Tanzania e Uganda, Paesi leader del fronte anti europeo. Anche se la cancelliera ha parlato solo per il suo Paese, è evidente che un eventuale ripensamento della Germania e una sua volontà a scendere a compromessi con i Paesi africani per rivedere gli accordi commerciali rifiutati in blocco, avrà conseguenze sulle decisioni della Unione Europea al riguardo. La mano tesa dalla Merkel è stata interpretata dai Paesi africani come un evidente segnale della debolezza europea. Un segnale però giudicato positivo in quanto la manifestata intenzione di rivedere le posizioni coloniali e imperialistiche europee può preannunciare un’occasione storica per reimpostare i rapporti tra Africa e il Vecchio Continente su basi egualitarie. La diminuzione delle materie prime africane verso l’Europa è inevitabile ma Bruxelles può limitare gli effetti devastanti sull’economia europea solo a condizione di associarsi alla Cina nella rivoluzione industriale africane, accettare il futuro Made in Africa sui mercati europei e il nuovo Ordine Mondiale che sta emergendo dai Paesi del Sud del Mondo.

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