sabato, Maggio 25

La Germania e i dipinti rubati dai nazisti L’appello di Schmidt per la restituzione agli Uffizi del ‘Vaso di fiori’ di Jan van Huysum riaccende la polemica contro la prescrizione per quel genere di reati. Ancora molte le opere da recuperare secondo il Rapporto Siviero, il monumental man italiano

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Ci scherza su, davanti alla ‘Venere’ del Botticelli il direttore Eike Schmidt conversando con  gli inattesi visitatori protagonisti della serie Netflix ‘La Casa di Carta’,  che stanno girando proprio nel cuore di Firenze alcune scene della fortunata serie spagnola,  vale a dire il ‘Professore’ (Alvaro Morte), ‘Berlino’ (Pedro Alonso) ed il regista del serial, Jesus Colmenar. Fa gola  anche a loro il capolavoro del Botticelli. Che è  anche è l’ opera più apprezzata su Instagram della Galleria degli  Uffizi, che tra i musei statali e di arte antica in Italia è la più seguita. «A che ora chiude il museo?», chiede il Professore osservando attentamente le protezioni della Venere e le telecamere presenti nella sala. «E’ impossibile da rubare», replica sorridendo Schmidt. «Lei non sa con chi sta parlando», ribatte scherzosamente il Professore. «E’ inutile che tentiate di pianificare un colpo agli Uffizi, ma se volete girare qualche scena sarete i benvenuti». 

Non scherzava invece davanti alla  riproduzione in bianco e nero del ‘Vaso di Fiori’ di Jan van Huysum (realizzata da Alinari), simbolicamente esposta il 1 gennaio scorso nella Sala dei Putti a Palazzo Pitti, corredata da cartelli con la scritta ‘rubato’ in tre lingue, italiano, inglese e tedesco, ed una didascalia esplicativa che ricorda come a sottrarla alla sua naturale postazione furono soldati della Wehrmacht. “Saremo ben lieti di rimuovere questa memoria fotografica – dice Schmidt – quando agli Uffizi sarà restituito l’originale”. Era molto serio il direttore tedesco mentre indicava la riproduzione dell’opera ricercata per molti anni, ritrovata e ora, a rischio di vedersela sottrarre di nuovo. Non è una ripicca, è una questione di diritto.  L’ opera in questione è un dipinto di un artista olandese vissuto a cavallo tra il Sei e il Settecento, noto per le  sue nature morte, un olio su tela, cm 47 x 35, appartenente alle collezioni di Palazzo Pitti fin dal 1824, quando fu acquistato dal granduca lorenese Leopoldo II per la Galleria Palatina appena fondata. Per oltre un secolo restò esposto nella sala dei Putti, insieme ad altre nature morte olandesi realizzate dai massimi artisti del  tempo, tra i quali Rachel Ruysch e Willem van Aelst; nel 1940, quando all’inizio della guerra la reggia fu evacuata, il quadro venne portato nella villa medicea di Poggio a

Caiano e da qui, nel 1943  seguì la sorte di altri duecento capolavori che, per proteggerli dai bombardamenti, furono  spostati in una villa a Montagnana (Montespertoli). Poi, il 3 luglio del ’44, il reparto dell’esercito nazista ( il Kunstchutz) che ufficialmente aveva  il compito di prendersene cura,  ne fece razzia, portando le casse cariche di beni sottratti al nostro patrimonio artistico e museale   in provincia di Bolzano da dove furono trasferite in Germania. E’ a San Leonardo di Passiria che la cassa in cui si trovava il Vaso di Fiori di Palazzo Pitti venne aperta e l’ opera, insieme ad un’altra decina, trafugata dai soldati tedeschi. Tanto era rubata. Destinata  agli alti gerarchi. Un articolo del magazine tedesco Der Spiegel, a seguito dell’allarme lanciato da Schmidt, rivela che quel picccolo quadro finì in mano dei un soldato della Wehrmacht, certo Herbert Stock, che lo impacchettò per bene e  lo spedì alla moglie: «Magdalena ho un bel dipinto a olio (dei fiori su una tela) lo metto in un cartone e te lo spedisco», accompagnando la lettera con la raccomandazione di fare attenzione agli occhi indiscreti. La donna viveva ad Halle Andersale, una zona poi passata alla DDR.   

Per lunghi anni non se ne è saputo niente. Lo stesso Rodolfo Siviero, il monumental man italiano,  cui si deve il recupero di migliaia di opere trafugate,  ne aveva perso le tracce. Ci teneva. Lo voleva riportare agli Uffizi, nella sua città d’adozione  dove aveva scelto di vivere, come aveva fatto con tutti gli altri capolavori. Non ce l’ha fatta. Ci ha lasciati nell’83, a 72 anni dopo una vita  avventurosa che meriterebbe anche questa un film. Di questo prezioso dipinto floreale si è avuta notizia nel ’91, quando dopo la riunificazione tedesca, qualcuno non si rivolse alla  Alte Pinakotehek di Monaco per una valutazione – da farsi sulla base di una foto – ai fini della vendita per conto degli eredi. E’ là che una restauratrice, riconoscendo l’opera da tempo ricercata non decise di informare la Sovrintendenza  fiorentina. E’ lo stesso magazine tedesco a dar conto dei tentativi da parte di due avvocati di richiedere allo Stato italiano prima prima 2 milioni e mezzo di euro, poi dopo qualche tempo scendere a 500 mila. Richieste sempre respinte.

«Richiesta assurda poiché» – afferma Schmidt – «trattasi di un’opera  già di proprietà dello Stato Italiano, e pertanto non è alienabile né acquistabile». Ma alla richiesta di restituzione del dipinto, dalla Germania rispondevano negativamente, motivando il no con il fatto che è passato troppo tempo e per la legge tedesca il reato è prescritto. I possessori possono tenersi il dipinto, semmai, in caso di vendita  questa può avvenire solo verso il legittimo proprietario. Bizzarra decisione. Fatto sta che nel 2011 i carabinieri del Nucleo tutela del Patrimonio Culturale aprono le indagini per ripercorrere la strada compiuta dal dipinto e risalire a chi ne ha la disponibilità, e successivamente  la Procura di Firenze apre un’inchiesta ipotizzando il reato di ricettazione e tentata estorsione. L’ opera è attualmente nella disponibilità di una famiglia tedesca, la quale nonostante le richieste dello stato italiano non l’ha restituita. Da qui la sortita di Schmidt di esporne la copia lanciando un appello, anche attraverso i social, per riaprire una questione che non riguarda soltanto questo dipinto, ma  altre opere rubate dai tedeschi in fuga e non ancora restituite. Al di là del suo valore, c’è il doveroso riconoscimento di un diritto di proprietà da parte dello Stato italiano. «Berlino ci restituisca il quadro rubato dai nazisti» – chiede perentorio Schmidt  aggiungendo che è il momento di risanare una  ferita ancora aperta. Il fatto è che la Germania non ha mai pensato di restituire le centinaia di opere trafugate perché  in quel paese vige la prescrizione per questo genere di reati. «La Germania dovrebbe abolire la prescrizione per le opere rubate durante il conflitto e fare in modo che esse possano tornare ai loro legittimi proprietari» –precisa Schmidt e aggiunge – «per la Germania esiste comunque un dovere morale di restituire quest’opera al nostro museo: e mi auguro che lo Stato tedesco possa farlo quanto prima, insieme, ovviamente, ad ogni opera d’arte depredata dall’esercito nazista. C’è una proposta di legge per abolirla, che però ancora non è andata in porto.  L’auspicio è che si proceda in questa direzione». L’augurio è che entro «quest’anno  possa essere finalmente restituito alle Gallerie degli Uffizi di Firenze il celebre Vaso di Fiori del pittore olandese Jan van Huysum».

L’iniziativa del direttore delle Gallerie degli Uffizi ha suscitato notevole eco nel mondo dei media e dell’arte. «I dipinti devono stare dove si trovavano originariamente e un cittadino tedesco che abbia il senso della storia non può consentire che resti in Germania una cosa sottratta agli Uffizi», è stato il commento di Vittorio Sgarbi. «Opere di Van Huysum sono nei principali musei del mondo, dalla National Gallery di Londra al Louvre, dall’ Ermitage al museo di Los Angeles. Eike è stato coraggioso e onesto. La magistratura lo deve ascoltare». Il critico Tomaso Montanari, pur apprezzando il gesto ‘forte’ di Schmidt, scorge in esso il rischio di cadere in una retorica di maniera:  bene sarebbe «se il ministero per i Beni culturali e i singoli grandi musei (come il complesso fiorentino degli Uffizi e di Pitti, per esempio) decidessero di assumere in proprio l’ iniziativa diplomatica, senza delegarla agli Esteri o alla Presidenza del Consiglio».  Lo stesso coglie l’occasione per dichiarare la propria contrarietà alla  politica dei prestiti che serve soltanto ad alimentare il circo mondiale delle mostre. Nel caso specifico lancia  lui stesso una provocazione: usare la forza.  Come? «Schmidt avrebbe un modo infallibile per farsi restituire il quadro rubato dai nazisti: non prestare più alcuna opera dei suoi musei a mostre pubbliche o private in Germania finché il Van Huysum non torni. Un modo sicuramente più efficace dell’ appello teatrale in video, e del manifesto di protesta appeso tra i quadri antichi: e forse anche un po’ più serio». Parole pungenti. Fatto sta che il problema non  riguarda solo i fiori di Van Huysum, ma un patrimonio più consistente  che non ha fatto più rientro. Molte opere, dalla promulgazione dei Principi di Washington, sono state restituite ai proprietari ( circa 5800), ma secondo il Rapporto Siviero, le opere che l’Italia dovrebbe ancora recuperare sono 1.653.

La mente torna ancora una volta a lui, Siviero, l’agente 007 dei nostri servizi segreti. Storico e critico d’arte, inviato nel’37 a Berlino per raccogliere informazioni sul regime nazista, si porrà poi al servizio degli antifascisti e,  dopo l’8 settembre della Resistenza; subisce le torture della Banda Carità a Villa Triste a Firenze, poi una volta liberato, riesce a monitorare le operazioni del reparto del ‘Kunstchutz’, addetto al trafugamento delle opere d’arte, impedisce a Goering di mettere le mani sull’’Annunciazione’ del Beato Angelico e, a guerra conclusa, nella sua veste di Ministro Plenipotenziario (nominato da De Gasperi nel ’46),  recupera migliaia di opere rubate, di cui sapeva il luogo dove si trovavano. Lui stesso aveva annotato i contenitori e i vagoni per il trasporto dei 200 capolavori prelevati dagli Uffizi, dal Duomo di Firenze e da altri musei e siti archeologici italiani. Molte le opere di cui otterrà la restituzione dai tedeschi, tra cui la ‘Danae’ di Tiziano del Museo di Capodimonte, regalata a Goering per il suo compleanno, l’’Apollo’ da Pompei e l’ ‘Hermes’ di Lisippo,il Discobolo detto Lancellotti, la Leda del Tintoretto, Giovanni Doria a cavallo del Rubens, la ‘Madonna con Bambino’ del Masaccio. In anni successivi  recupererà a Los Angeles ‘l’Ercole e L’Idra ed Ercole ed Anteo’ del Pollaiolo, riportandole agli Uffizi. Lui stesso firmerà un accordo a Bonn con Friedrich Jants che gli consentirà di riportare in Italia molte delle opere trafugate durante la seconda guerra mondiale. Lascerà la sua casa – ora  Museo – alla regione Toscana. C’è chi osserva che per il recupero delle opere non ancora rientrate occorrerebbe una figura come lui, oppure maggior determinazione da parte dei rispettivi governi, italiano e tedesco e, comunque, il superamento da parte del Parlamento tedesco, come auspica Schmidt, della norma  sulla prescrizione del reato riguardante il trafugamento delle opere d’arte da parte del regime nazista. Il 9 gennaio si terrà a Roma un incontro convocato dal Ministro Bonisoli. Vedremo quali iniziative ne scaturiranno.

 

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