martedì, Settembre 29

La generazione perduta dell’ Afghanistan

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Sebbene la Gran Bretagna sia spesso riconosciuta come un ospite generoso, alcune riforme in materia di asilo e una presa di posizione piuttosto cinica sul rimpatrio hanno portato all’espulsione di alcuni giovani richiedenti asilo per aver raggiunto la maggiore età. Come ha osservato la psicologa clinica Irene Laval: «La Gran Bretagna sta sfruttando una scappatoia politica per lavarsi le mani di fronte a centinaia di richiedenti asilo, in un momento in cui in realtà sono più vulnerabili. Occorre ricordare che molti di loro sono giunti nel Regno Unito quando erano soltanto dei bambini. È lì che hanno trascorso l’adolescenza e sono diventati, a tutti gli effetti, britannici. La loro identità culturale non può più essere assimilata a quella dello straniero. Molto spesso è proprio dal Paese di nascita che quei giovani si sentono estraniati. Rispedirli indietro è piuttosto crudele, oltre che pericoloso, se si considera che, potenzialmente, li stiamo gettando tra le braccia degli estremisti. E nel caso dell’Afghanistan, stiamo parlando dei talebani. Possiamo davvero permetterci, o anche soltanto immaginare, di condannare dei giovani a un simile destino dopo aver offerto loro sicurezza in Gran Bretagna? È  da responsabili?».

Intanto che i casi si moltiplicano, si continuano scovare le tante tragedie che la comunità afghana britannica ha dovuto affrontareZakir aveva soltanto 14 anni quando fuggì alle pressioni dei combattenti talebani perché si unisse a loro, per poi intraprendere il lungo e pericoloso viaggio dall’Afghanistan alla Gran Bretagna. Nel Regno Unito ha trovato non soltanto la sicurezza, ma anche l’opportunità di proseguire la formazione che non avrebbe mai potuto avere in patria. Il suo status legale, però, era temporaneo e, poco prima di compiere 18 anni, ha ricevuto una lettera dal Ministero degli Interni che lo avvisava che il suo permesso sarebbe scaduto a breve, ritrovandosi di fronte la prospettiva di essere rimandato in Afghanistan.
Oggi Zakir ha 23 anni ed è ancora in attesa di una delibera finale sulla sua richiesta di restare nel Regno Unito. Negli ultimi cinque anni la sua vita è rimasta in sospeso, ma è determinato a evitare il rimpatrio nel Paese d’origine. «Sarà impossibile tornare a casa», ha dichiarato in un discorso pre-registrato andato in onda nel corso di un evento tenutosi a Londra per il lancio di uno studio sulle esperienze dei richiedenti asilo in età infantile poi rimpatriati forzatamente in Afghanistan. «Mi stanno ancora cercando [laggiù]», ha detto Zakir. «La mia cultura è cambiata. Io mi sento britannico». Una ricerca, che ha seguito 25 rimpatriati per più di 18 mesi, dimostra che i timori di Zakir sono fondati. I giovani sperimentano numerose e gravi difficoltà dopo il loro ritorno in Afghanistan: dall’insicurezza alla mancanza di reti sociali e di opportunità di lavoro o istruzione, ai problemi di salute mentale. Più della metà dei rimpatriati dichiarava di voler lasciare di nuovo l’Afghanistan e, al termine della ricerca, sei lo avevano già fatto, mentre la sorte di altri undici era sconosciuta.

I giovani afghani costituiscono il secondo più grande gruppo di richiedenti asilo nel Regno Unito: delle 3.043 domande di bambini non accompagnati fatte nel 2015, 656 erano afghane. Alla maggior parte dei richiedenti asilo viene dato soltanto un permesso temporaneo; intanto sono affidati alla cura di famiglie o autorità locali. Compiere diciotto anni significa non soltanto lasciare il sistema assistenziale, ma anche perdere il diritto di rimanere nel Regno Unito. Le richieste di proroga del proprio status o di delibera finale sulle loro richieste di asilo raramente hanno buon esito.

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