lunedì, Ottobre 21

La fobia occidentale frena la Cina Secondo il report del CGIT, gli investimenti cinesi sarebbero crollati del 50% rispetto alla prima metà del 2018

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Nella prima metà del 2019 gli investimenti fatti dalla Cina in tutto il mondo sono crollati rispetto al trend degli anni scorsi. È questo quanto si evince dal report – pubblicato ieri, 10 luglio –  stilato dal centro di ricerca statunitense American Enterprise Institute (AEI) dopo l’analisi dei dati effettuata dal suo China Global Investment Tracker (CGIT).

L’analisi dell’istituto americano evidenza, dunque, le difficoltà delle imprese statali cinesi, in questo momento storico, dopo che la lotta commerciale con gli Stati Uniti si è inasprita nell’ultimo anno – mentre ora sembra profilarsi tregua: ma le difficoltà erano già emerse lungo tutto l’arco del 2018. Lo scorso anno, infatti, le imprese cinesi hanno investito solo 30 miliardi di dollari negli Stati Uniti, in Canada e in Europa, mentre nel 2017 – anno in cui il disinvestimento cinese ha iniziato a crescere – erano stati 111 i miliardi investiti e 94 nel 2016, stando alle ricerche dello studio legale Baker McKenzie e del Rhodium Group, riportate da ‘Foreign Policy’.

Come confermato dalle altre analisi, il valore totale degli investimenti e dei contratti di costruzione globali della Cina è diminuito di 100 miliardi

Dal 2005 ad oggi, comunque, la Cina ha speso, in investimenti e costruzioni, circa 2 biliardi di dollari. Grazie al settore energetico, la Russia rappresenta il Paese con cui la Cina ha fatto più affari nella prima metà del 2019. Quasi tutte le regioni, comunque, hanno visto un significativo calo degli investimenti o dei progetti di costruzione cinesi, tranne una, quella che a livello geopolitico viene identificata con la sigla MENA, vale a dire il Medio Oriente e il Nord Africa. Il MENA, nel 2018, è la regione che più ha attratto investimenti e progetti di costruzione cinesi in tutto il mondo dopo l’Europa. Il Vecchio Continente è, infatti, la regione dove Pechino ha investito maggiormente dal 2005, con un totale di 392,7 miliardi di dollari – Regno Unito, Svizzera e Germania sono sul podio – mentre gli Stati Uniti restano il Paese che maggiormente ha attratto gli investimenti cinesi, con 185,5 miliardi di dollari. Secondo il CGIT il dominio dei Paesi ricchi e sviluppati nell’attrarre gli investimenti cinesi, però, potrebbe presto concludersi. E mentre sembra finito il periodo d’oro degli investimenti negli Stati Uniti, potrebbe presto arrivare ad interrompersi anche la stagione delle spese in Germania, Australia e Canada.

Nonostante i numeri sopraelencati, infatti, il volume totale delle costruzioni è in perenne calo dal 2016 e il lento ritmo che sta dominando i primi sei mesi del 2019 non veniva riscontrato dal 2013. Come spiega il report CGIT, nel campo delle costruzioni, «una stabilizzazione è possibile, ma una esplosione è improbabile».

Anche gli investimenti sono in netto calo. Rispetto alla prima metà dell’anno precedente, gli investimenti sarebbero crollati del 50% rispetto alla prima metà del 2018 e la causa principale sarebbero le sempre minori grandi transazioni di capitali versate dalle imprese statali

A ciò si deve aggiungere la maggior diffidenza che i Paesi ospitanti gli investimenti cinesi hanno nei confronti di Pechino, il cui finanziamento per le grandi acquisizioni di solito si interseca con obiettivi di politica industriale che sono lontani dal win-win, cioè da una cooperazione che vede entrambi i contraenti cooperare vicendevolmente al fine di benefici comuni, e fa accrescere il timore di una dipendenza nei confronti dell’economia mandarina.

Per questo motivo, un certo numero di Paesi, specie quelli occidentali e più sviluppati, hanno seguito Washington nel suo voler porre un freno alle attività cinesi nel mercato economico-finanziario. Pensiamo, per esempio, al caso Huawei. Il colosso delle telecomunicazioni cinese è da tempo in rotta con l’Amministrazione americana che l’ha praticamente messa al bando, per motivi di sicurezza nazionale, e così hanno fatto Australia, Nuova Zelanda, Canada, con i Paesi europei inizialmente favorevoli alla linea dura promossa da Donald Trump, ma che col tempo si sono più ammorbiditi  Restano intatti, inoltre, pregiudizi sulla gestione dei fondi da parte del Governo cinese e le accuse di furto di proprietà intellettuale: cose che fanno storcere un po’ il naso ai Governi occidentali quando si tratta di fare investimenti con Pechino

Non a caso, il 14 febbraio scorso, la Commissione Europea ha accolto favorevolmente il voto del Parlamento per la creazione di un metodo comune di screening degli investimenti esteri: screening che l’Amministrazione Trump ha rafforzato proprio per far fronte agli investimenti cinesi.

Quali campi dovrebbe maggiormente esplorare la Cina per far crescere i propri investimenti?

A fronte della diffidenza occidentale, sono cresciuti gli investimenti greenfield, cioè un tipo di IDE (Investimento Diretto Estero) che sono definiti tali quando l’impresa crea ex novo un’attività produttiva all’estero. Se fusioni e acquisizioni aumentano i timori sul trasferimento di posti di lavoro o sul furto della tecnologia, gli investimenti greenfield, al contrario, offrono posti di lavoro e nuove tecnologie. A differenza degli investimenti statali che sono crollati, quindi, i greenfield sono aumentati notevolmente negli ultimi tempi, anche perché i Governi occidentali li accettano maggiormente.

Così come gli investimenti greenfield, anche le iniziative di imprese cinesi private potrebbero essere più tollerate dai Paesi ospitanti e dovrebbero focalizzarsi maggiormente sui beni di consumo

Più investimenti privati e greenfield riducono quindi l’incidenza delle transazioni in difficoltà, che si verificano dal momento che fattori estranei al commercio – per esempio, fini politici – si inseriscono in trattative commerciali.

In conclusione, secondo il report CGIT, Pechino si trova davanti a due opzioni per tenere vivi gli investimenti esteri. In primo luogo, deve aprire settori più delicati alla concorrenza  e, se ciò non dovesse avvenire, incoraggiare quelle attività dove i Paesi ospitanti sono soddisfatti e non creano problematiche.

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