giovedì, Ottobre 17

La finanza per lo sviluppo field_506ffb1d3dbe2

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rossi

Il Direttore Generale della Banca d’Italia e Presidente dell’IVASS (Istituto per la Vigilanza sulle Assicurazioni) Salvatore Rossi ha recentemente tenuto un discorso intitolato ‘Una finanza per lo sviluppo’. In questo intervento ha prima descritto la situazione economica italiana e si è poi soffermato sul ruolo che il settore finanziario può e deve avere nello stimolare la ripresa del ciclo.

È interessante il punto di vista di Salvatore Rossi, perché ci permette di comprendere l’attuale stato dell’economia nazionale, ma anche perché ci fornisce utili spunti per riflettere su alcune rilevanti questioni finanziarie.

In primo luogo, Rossi descrive nell’incipit del suo discorso i soliti difetti dell’economia nazionale. L’aspetto interessante da mettere in rilievo è che non viene dimenticato un dato importante: la crisi ha evidenziato i limiti dell’economia italiana, ma i problemi risalgono al decennio precedente l’avvio della crisi. Rossi lo ricorda nelle sue conclusioni, ma già dall’introduzione il messaggio è chiaro: l’Italia era già debole e in stagnazione all’avvio della crisi e i risultati di questa difficile situazione sono ora palesi. Nonostante la crisi non sia nata in Italia (ricordiamoci che tutto nasce negli Stati Uniti a causa di un sistema finanziario quasi senza regole) e l’Italia non abbia registrato crisi bancarie sistemiche (come successo in Irlanda e, più lievemente in Spagna), crisi del settore immobiliare (come in Spagna e in Irlanda) e non ha falsificato i conti pubblici (come la Grecia), gli effetti della crisi si sono rivelati comunque devastanti. Ciò perché il tessuto produttivo era già malato, quasi inerte, senza più spinta propulsiva almeno da due lustri. Quindi, è pur vero che si sono commessi errori nella gestione della crisi, ma sono state le politiche degli anni antecedenti il 2006 che hanno fallito non riuscendo ad invertire un trend ormai chiaro: un Paese stanco, senza più innovazione e voglia di investire nel futuro.

Delineati i problemi nazionali, alta disoccupazione, invecchiamento della popolazione, rapporto tra occupati e pensionati in forte riduzione, scarsa competitività, produttività bassa nel confronto internazionale, limitati investimenti, Rossi si concentra sul ruolo della finanza. Cerca di spiegare quali sono i legami tra il settore finanziario, in modo particolare le banche, e l’economia reale sia in una fase di recessione come quella attuale sia nel favorire la tanto agognata rinascita dell’economia.

In primo luogo il Presidente dell’IVASS ricorda che in Europa, e in modo particolare in Italia, il ruolo delle banche all’interno del settore finanziario è più importante rispetto agli Stati Uniti. Ciò significa che se negli Stati Uniti le Borse e i mercati finanziari sono fondamentali per finanziare le imprese e contribuire al rilancio economico, nel nostro continente devono essere le banche il motore finanziario su cui puntare per rilanciare l’economia. Data questa distinzione, Rossi si concentra su un aspetto chiave: il credit crunch. Egli cerca di dare due spiegazioni al comportamento delle banche. Rossi ricorda che la sfiducia verso l’Italia ha intaccato anche la possibilità delle banche di trovare fonti di finanziamento all’estero. Nel 2011-2012 la paura di un fallimento dell’Italia ha ridotto la fiducia anche nelle banche italiane e, quindi, gli investitori esteri hanno deciso di ridurre i fondi dati in prestito agli istituti di credito del nostro Paese. Una minor provvista sull’estero costringe le banche a ridurre i prestiti (se ho meno fondi ho meno risorse da dare in prestito). Però lo stesso Rossi ricorda che grazie all’intervento della BCE (Banca Centrale Europea), questo deflusso di fondi è stato compensato dai prestiti a bassissimo tasso di interesse erogati dall’istituto di Francoforte. Ne consegue che, dopo un primo periodo molto difficile, le banche italiane hanno subito trovato tutti i fondi e la liquidità di cui avevano bisogno. Di conseguenza, questo problema ha avuto un impatto inferiore rispetto a quanto si afferma, anche da parte della Banca d’Italia. La seconda motivazione che ha spinto le banche italiane a ridurre il credito già concesso e ad erogarne molto poco è stata l’aumento della rischiosità dei debitori. La crisi economica ha messo in difficoltà famiglie e imprese e, di conseguenza, i crediti deteriorati sono cresciuti a dismisura. Viene ricordato che dal 2008 al 2013 l’ammontare complessivo di crediti deteriorati del sistema bancario italiano è cresciuto da poco più di 100 a 320 miliardi di euro, pari al 16 per cento del totale dei prestiti erogati. Questa situazione ha indotto le banche ad essere molto guardinghe nell’erogare credito al fine di evitare ulteriori perdite. Inoltre, in una situazione economica così complicata, le imprese più forti preferiscono rimandare gli investimenti o farli utilizzando i fondi accantonati e, quindi, solo le imprese in difficoltà chiedono prestiti alle banche. Le banche, quindi, per proteggere i loro investimenti e per rassicurare i depositanti hanno preferito investire i fondi della BCE e i risparmi dei cittadini prevalentemente in titoli di stato, riducendo i prestiti alle imprese e alle famiglie.

Per Rossi, quindi, le banche hanno semplicemente seguito uno stile di comportamento adeguato alla situazione. Economia in recessione e maggior rischio rendono difficile fare prestiti e le banche preferiscono non esporsi ad ulteriori probabili perdite.

Dopo aver descritto il problema, Rossi propone due strumenti rapidi per rilanciare il credito e dare sostegno all’economia: la garanzia pubblica e lo sviluppo del mercato delle ABS (Asset Backed Securities). Riguardo al primo punto, l’idea di Rossi è quella di uno Stato che interviene nella relazione tra banche e debitori garantendo parte dei prestiti al fine di aumentare la disponibilità delle banche a concedere credito riducendone al contempo i costi per le imprese. Se le banche sanno che il prestito erogato è garantito sia dagli affari e dal capitale dell’impresa debitrice che da una garanzia pubblica, esse saranno più propense a finanziare le imprese. A titolo di esempio, Rossi ricorda l’esperienza del Fondo centrale di garanzia che garantisce i prestiti erogati alle piccole e medie imprese e che dal 2009 ha offerto garanzie su circa 40 miliardi di prestiti. Il suggerimento è di rafforzare questo tipo di strumenti.

Un altro consiglio di abbastanza rapida attuazione riguarda il mercato delle ABS. Le ABS sono titoli cartolarizzati che permettono alle banche di trasformare i prestiti in titoli che possono circolare sui mercati finanziari. Con questa operazione le banche riescono a trasferire fuori dai loro bilanci parte dei rischi assunti con l’erogazione dei crediti. Le banche devono però evitare gli eccessi registratisi negli Stati Uniti visto che in quel mercato proprio le cartolarizzazioni hanno permesso la diffusione dei famosi mutui sub-prime e di titoli cartolarizzati molto rischiosi. Proprio per evitare che si diffondano troppi rischi la BCE comincerà a breve ad acquistare dalle banche titoli ABS, ma solo se questi saranno semplici e sicuri. Le banche, quindi, avranno l’opportunità di cedere alla BCE questi titoli e, facendo pulizia nei bilanci, avranno la possibilità di erogare nuovi prestiti. Se l’operazione verrà fatta in modo trasparente e senza aumentare i rischi sistemici ci potranno essere benefici per le banche e per le imprese.

Rossi, ovviamente, si sofferma anche su misure a più lungo termine, come quella di incentivare le imprese a trovare canali alternativi di finanziamento rispetto al tradizionale prestito bancario. Ad esempio, in Italia si potrebbero sviluppare il mercato azionario e quello obbligazionario. Quest’ultimo potrebbe essere utile alle tante medie imprese presenti in Italia che hanno già una vocazione internazionale che potrebbero trovare finanziatori diretti sui mercati, bypassando l’intermediazione bancaria. Queste misure sono utili, in parte sono state già attuate (come la legislazione per i mini-bond e l’innalzamento nelle soglie per emettere obbligazioni), ma gli effetti si vedranno nel medio termine.

La garanzia statale e i titoli ABS sono, invece, strumenti attivabili in breve termine e, perciò, preferibili se si vuole intervenire in modo immediato per alleviare la restrizione del credito.

Salvatore Rossi, quindi, indica due interventi esterni (la garanzia dello Stato e l’intervento della BCE per acquistare i titoli ABS) come possibili strumenti per rilanciare il credito e, quindi, trasformare la finanza italiana da fattore frenante in elemento di stimolo per l’economia.

Le proposte e le riflessioni di Rossi sono condivisibili, però nel suo intervento è mancato un elemento fondamentale: l’autocritica. Non si è fatto cenno alle tante banche commissariate, ai prestiti facili concessi da alcune banche a persone influenti o a persone legate ai consigli di amministrazione delle stesse, non si è fatto cenno ad alcune famose acquisizioni che hanno destabilizzato importanti istituti di credito nazionali senza che la Vigilanza le impedisse, né a comportamenti scorretti che hanno portato quasi al fallimento uno dei principali gruppi assicurativi nazionali. Su questi temi, che dovrebbero essere attentamente esaminati dai vigilanti, cioè proprio dalla Banca d’Italia e dall’IVASS, Rossi ha ampiamente sorvolato. E proprio perché è mancata l’autocritica che suona un po’ fuori luogo che i vigilanti richiedano l’intervento dello Stato e della BCE per sbloccare il credito.

Considerando gli errori commessi nel passato, anche in quel decennio cui Rossi fa riferimento nel suo documento, forse sarebbe stato sufficiente che la banche avessero erogato credito in modo oculato e che le autorità di controllo avessero vigilato attentamente per evitare le troppe perdite, l’eccesso di sofferenze, le relazioni poco chiare con i clienti e il credit crunch che oggi stiamo osservando. Se banche e autorità di controllo avessero lavorato con impegno e serietà, oggi non ci sarebbe bisogno di invocare il supporto dello Stato e della BCE.

 

 

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