domenica, Dicembre 15

La Federal Reserve taglia i tassi Si interrompe la 'normalizzazione monetaria' intrapresa dalla Banca Centrale Usa

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Negli scorsi giorni, la Federal Reserve ha tagliato i tassi di interesse di un quarto di punto portandoli dal 2,25-2,50% al 2,25-2%. Si tratta di un’inversione di rotta rispetto al processo di ‘normalizzazione monetaria’ che era stato intrapreso dalla Banca Centrale Usa sotto la guida di Jerome Powell. Il quale aveva progressivamente invertito la linea iper-espansiva portata avanti dalla Fed a partire dal crack di Lehman Brothers, attraverso una serie di rialzi dei tassi di interesse associati  alla liquidazione di massicce quantità Treasury Bond (T-Bond) e altri tipi di titoli acquisiti nell’ambito dei programmi di Quantitative Easing (Qe). Senonché, la stretta creditizia, varata sulla base dei dati incoraggianti‘(cosa alquanto discutibile) relativi alla creazione di nuovi posti di lavoro, finì per ridurre il credito bancario disponibile e per provocare un innalzamento del livello di remunerazione dei titoli obbligazionari parallelo alla riduzione del loro prezzo di vendita. Ciò produsse due effetti immediati.

Da un lato, la combinazione tra aumento dei tassi e smobilitazione delle riserve obbligazionarie accumulate nell’ambito dei programmi di Qe determinò una carenza di dollari di cui risentirono in primis i mercati emergenti, che per frenare la fuga di capitali innescata dalla linea operativa adottata dalla Fed si videro costretti ad alzare a loro volta i tassi di interesse. D’altro canto, l’aumento della redditività dei T-Bond incoraggiò un massiccio trasferimento di capitali dai mercati azionari a quelli obbligazionari, ponendo le basi per una crisi borsistica potenzialmente in grado, nell’ipotesi più radicale, di ‘annullare’ i pesantissimi effetti inflattivi generati sui listini dalla politica iper-espansiva intrapresa a partire dallo scoppio della crisi.

Di qui la decisione di Powell e del board della Federal Reserve – fatta eccezione per i governatori dei distretti di Kansas (Esther L. George) e di Boston (Eric Rosengren), che hanno votato contro la proposta di abbassare i tassi – di allentare la presa sui tassi, anche se non nella misura auspicata dall’amministrazione Trump. Il presidente ha infatti manifestato apertamente il proprio disappunto nei confronti della decisione presa dall’apparato dirigenziale della Banca Centrale (ormai da mesi sotto attacco della Casa Bianca), da cui si aspettava un intervento di ben maggiore consistenza sebbene la Fed non si sia limitata ad abbassare i tassi, essendosi spinta a interrompere il processo di riduzione del bilancio. Dall’inizio di agosto, la Banca Centrale ha infatti ricominciato a rinnovare i titoli in scadenza per un ammontare di circa 20 miliardi di dollari al mese.

Powell, dal canto suo, ha tenuto a informare il pubblico di non aver messo in preventivo una serie di tagli, comunque non da escludere a priori, specificando che il provvedimento rappresenta un atto di pragmatismo scaturito dagli  «sviluppi globali delle prospettive economiche e delle attenuate pressioni inflazionistiche». Segno che, malgrado l’aumento dei salari registrato negli scorsi mesi, le dinamiche dei prezzi continuano a rimanere stazionarie.

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