mercoledì, Novembre 25

La Federal Reserve cambia nuovamente linea operativa Il rallentamento dell'economia alla base della svolta

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Nei giorni scorsi, ben undici dei diciassette membri del Federal Open Market Committee (Fomc), l’organo della Federal Reserve preposto al controllo delle operazioni di mercato aperto nonché principale artefice della politica monetaria statunitense, si sono espressi a favore di una radicale revisione della linea operativa portata avanti finora sotto la guida del governatore Jerome Powell.

Quest’ultimo si era infatti attirato le ire di Donald Trump per aver posto le basi della cosiddetta ‘normalizzazione monetaria’, vale a dire un progressivo rialzo dei tassi accompagnato dalla liquidazione di Treasury Bond (T-Bond) e altri tipi di titoli di cui la stessa Banca Centrale aveva fatto incetta a partire dal 2008 nell’ambito dei programmi di Quantitative Easing (Qe) varati durante la fase iper-espansiva successiva al crack di Lehman Brothers. Con la stretta creditizia, decretata attraverso l’inversione del Qe – il cosiddetto Quantiative Tightening (Qt) – si è automaticamente ridotto il credito bancario disponibile, mentre il livello di remunerazione garantito dai titoli obbligazionari saliva in parallelo alla riduzione del loro prezzo di vendita. La ritrovata attrattività dei T-Bond, dovuta al rialzo dei tassi, ha provocato un forte trasferimento di capitali dai mercati azionari a quelli obbligazionari. Il che da un lato ha provocato forti scossoni borsistici e dall’altro caricato il Tesoro di oneri finanziari aggiuntivi. Anche perché l’acuirsi delle tensioni geopolitiche tendeva a tradursi in minore disponibilità di alcuni tradizionali alleati o partner di Washington ad investire nel debito Usa.

A ciò va sommato il forte incremento del deficit federale, imputabile alla combinazione tra l’aumento delle spese militari e gli effetti diretti dell’entrata in vigore del Tax Cuts and Jobs Act, la radicale riforma fiscale elaborata dall’amministrazione Trump all’origine della caduta delle entrate tributarie, a cui il Dipartimento del Tesoro ha deciso di ovviare moltiplicando le emissioni di T-Bond. Il che non potrà che provocare un aumento addizionale degli oneri sul debito, che coniugandosi con gli effetti della guerra commerciale che gli Stati Uniti hanno ingaggiato con Cina, Germania e Giappone, sta contribuendo pesantemente a creare instabilità sui mercati internazionali e a mettere in difficoltà la stessa economia statunitense. La revisione in negativo delle aspettative riguardanti disoccupazione (3,7% anziché 3,5%) e andamento del Pil (+2,1% anziché +2,3%) – a fronte di un’inflazione stabile al 2% circa per i prossimi tre anni – formulate nei mesi scorsi e l’accento posto dalla stessa Fed sulla necessità di mantenere un approccio paziente riguardo alla manipolazione dei tassi ne sono la prova più lampante.

Di qui la decisione dell’organo direttivo della Banca Centrale statunitense di invertire la rotta, attraverso l’eliminazione dei già pianificati interventi sui tassi – che rimarranno invariati al 2,25-2,50% – per tutto il 2019. Soltanto nel 2020 potrebbe verificare un’unica stretta creditizia, mentre a partire dal prossimo settembre Powell e i suoi collaboratori cominceranno a dedicarsi alla riduzione del processo di ridimensionamento del’ampio portafoglio di asset accumulati nell’ambito dei programmi di Qe.

Wall Street, dal canto suo, ha reagito con comprensibile entusiasmo agli annunci della Fed, sia per quanto riguarda i mercati azionari che obbligazionari. Su quelli dei future, si è addirittura registrata una moltiplicazione delle scommesse su un taglio dei tassi entro la fine del 2019.

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