martedì, Marzo 19

La Federal Reserve allenta la presa sui tassi L'ombra di una crisi borsistica all'origine del cambio di registro tattico

0

Dopo le clamorose schermaglie dialettiche con Donald Trump, il governatore della Federal Reserve Jerome Powell sembra aver sensibilmente corretto il suo approccio ‘rigorista’ in materia di politica monetaria. Sotto la sua guida, infatti, la Fed ha invertito la linea iper-espansiva portata avanti a partire dal crack di Lehman Brothers decretando un progressivo rialzo dei tassi di interesse associato  alla liquidazione di massicce quantità Treasury Bond (T-Bond) e altri tipi di titoli di cui la stessa Banca Centrale aveva fatto incetta nell’ambito dei programmi di Quantitative Easing (Qe). La stretta creditizia, varata sulla base dei dati ‘incoraggianti’ (cosa alquanto discutibile) relativi alla creazione di nuovi posti di lavoro, ha tuttavia ridotto il credito bancario disponibile e provocato un innalzamento del livello di remunerazione garantito dai titoli obbligazionari parallelo alla riduzione del loro prezzo di vendita. Ciò ha prodotto due effetti immediati.

Da un lato, la combinazione tra aumento dei tassi e smobilitazione delle sue riserve obbligazionarie accumulate nell’ambito del Qe ha provocato una carenza di dollari di cui hanno risentito in primis i mercati emergenti, che per frenare la fuga di capitali innescata dalla politica restrittiva della Federal Reserve si sono visti costretti ad alzare a loro volta i tassi di interesse. D’altro canto, l’aumento della redditività dei T-Bond, imputabile al rialzo dei tassi, ha provocato un massiccio trasferimento di capitali dai mercati azionari a quelli obbligazionari, ponendo le basi per una crisi borsistica in grado, nell’ipotesi più radicale, di annullare i pesantissimi effetti inflattivi generati sui listini dalla politica iper-espansiva portata avanti all’indomani dello scoppio della crisi.

Non va infatti dimenticato che, grazie al fiume di liquidità reso disponibile dai programmi di Qe, i tre principali indici di Wall Street (Standard & Poor’s 500, Dow Jones e Nasdaq) hanno realizzato una crescita letteralmente strepitosa, che rischia però di essere spazzata via dagli effetti generati dalla stretta creditizia varata dalla Federal Reserve. Lo dimostra il recente crollo del Nasdaq, che ha visto alcuni dei più prestigiosi titoli tecnologici registrare perdite pesantissime nell’arco di poche settimane. Nella prima settimana di dicembre il Vix, l’indice che misura la volatilità azionaria (conosciuto anche come Fear Index), è salito a livelli mai raggiunti dallo scorso febbraio. Una forte spinta al rialzo è indubbiamente venuta dal montare delle tensioni sino-statunitensi in relazione al caso Huawei e alle turbolenze sul mercato petrolifero, ma all’origine della crescita del Vix vi è soprattutto l’incertezza generale riguardo all’impatto che la politica monetaria portata avanti dalla Federal Reserve produrrà sull’economia statunitense.

È a ciò, unitamente alla contrazione del tasso ufficiale di inflazione e alla scarsità di nuovi posti di lavoro creati nel mese di novembre, che si deve la decisione di Powell e dei suoi collaboratori di adottare una postura maggiormente improntata alla cautela. Conformandosi a questa nuova linea ‘attendista’, spiega il ‘Wall Street Journal’, la Federal Reserve dovrebbe varare una piccola stretta prima della fine dell’anno senza tuttavia programmare ulteriori innalzamenti per i trimestri successivi (come ha invece fatto finora), in modo da riservarsi la possibilità di intervenire volta per volta a seconda delle necessità del momento. «Mentre spingono verso l’alto il tasso di riferimento – scrive il prestigioso quotidiano economico – i dirigenti della Federal Reserve stanno perdendo sicurezze riguardo a quanto velocemente dovranno agire e fin quanto lontano dovranno spingersi, e intendono pertanto valutare come l’economia risponderà alle mosse che hanno già effettuato».

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore