martedì, Ottobre 20

La Federal Reserve al bivio

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Sui riacquisti azionari (buyback) è tuttavia opportuno spendere qual­che parola aggiuntiva. Come spiega Enrico Marro sulle colonne de ‘Il Sole 24 Ore’: «che cosa sono i buyback? Sono semplicemente il riacquisto delle proprie azioni da parte della società che le ha emesse. E visto che una compagnia non può essere azionista di se stessa, i titoli riacquistati vengono assorbiti e quindi cancellati. Il valore delle azioni circolanti finisce così per incrementarsi: essendocene meno sul mercato, ciascuna dà il diritto al possesso di un pezzo più grande dell’azienda. Compro le mie azioni e così facendo le faccio salire, assieme ai dividendi e, guarda caso, ai bonus dei top manager. Un giochetto sempre più di moda, come mostrano i dati degli ultimi anni (…).Tra i campioni del giochetto del buyback c’è Apple, il cui programma di riacquisto di azioni proprie ha toccato quota 140 miliardi di dollari. C’è anche questa magia dietro al volo delle azioni della Mela (+40% nel 2014). Ma il fenomeno è diffuso in società di ogni ordine e grado: Bloomberg l’anno scorso cal­colava che le 500 maggiori società di Wall Street hanno investito nei buyback circa mille miliardi di dollari, pari al 95% dei loro profitti. Secondo Morgan Stanley dal 2012 più del 50% della crescita degli utili per azione si deve ai buyback: senza i riacquisti, gli utili per azione dello S&P 500 sarebbero aumentati di appena il 3,3% annualizzato. In un mondo di bassa crescita e ritorni fiacchi, la droga dei buyback sembra l’unica strada per remunerare gli azionisti. Per continuare a sognare, in­somma. Ma il sogno potrebbe presto trasformarsi in incubo. I buyback sono una droga piacevole e remunerativa, già nota durante le bolle del 2000 e del 2007, ma alla lunga pericolosa. Per tante ragioni, come spiega tra gli altri Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos. Primo: sono il modo meno produttivo di investire i profitti aziendali. “Le società ammettono, usando il cash per acquistare azioni proprie, di non avere molte idee per un uso produttivo della liquidità o, peggio ancora, di non avere fiducia nel futuro del loro settore”, spiega Fugnoli. Secondo: alla prossima crisi ci troveremo con un mercato azionario “che cadrà da un livello gonfiato dai buyback e con società con uno stato patrimoniale meno solido di quello che avrebbero avuto restando ferme”, sottolinea lo strategist di Kairos. E quelle che lo stesso Warren Buffett definisce quotazioni “gonfiate” potrebbero esplodere all’improvviso, precipitando. Senza contare il debito. Il gioco del buyback prevede infatti che si prendano soldi in prestito a tassi infimi. Così, come ha ricordato ieri il Wall Street Journal, in marzo il margin debt della Borsa di New York ha superato di slancio quota 476 miliardi, il livello più alto degli ultimi cinquant’anni. Tutto bello? Sì, finché la musica continua. Ma quando improvvisamente si fermerà, nel fuggi fuggi generale la liquidità sul mercato secondario rischia di prosciugarsi tutta d’un colpo. E allora sì che ne vedremo delle belle».

Oltre a determinare queste preoccu­panti distorsioni, la linea politica espansiva promossa dalla Fed è suscettibile di produrre un sensibile deprezzamento della valuta statunitense e un considerevole aumento dell’inflazione, cosa potenzialmente in grado di radicalizzare il processo, già in atto, di dismissione della moneta Usa. In uno scenario di svalutazione ga­loppante, aumento dell’inflazione e abbandono internazionale del dollaro, la Fede­ral Reserve si vedrebbe costretta ad alzare i tassi di interesse.

Il che farebbe crollare il prezzo dei bond e aumentare notevolmente la loro reddi­tività, caricando lo Stato di oneri finanziari spaventosi. L’economia reale verrebbe letteralmente strangolata dall’ulteriore stretta creditizia, il cui innesco scatterebbe in automatico con l’aumento dei tassi, provocando il blocco dell’economia reale. Le banche, non potendo più beneficiare della liquidità fornita a buon mercato dalla Fed, si troverebbero ben presto in gravi difficoltà prima di venir prese d’assalto dai correntisti, trovandosi ad affrontare la medesima situazione che precedette la nazionalizza­zione dell’istituto di credito britannico Northern Rock. La recessione degenere­rebbe ben presto in depressione nonostante i prezzi tenderanno a salire, per via del fatto che gli Stati Uniti importano da decenni quasi tutto ciò di cui hanno biso­gno, come testimonia lo stato allucinante della loro bilancia dei pagamenti. Per in­dicare questo micidiale mix di depressione e inflazione gli economisti hanno ap­positamente coniato il termine di ‘iper-stagflazione’, cosa mai vista prima in Occi­dente. La crescita delle bolle azionaria e obbligazionaria rappresenta quindi il prezzo che Fed e del Dipartimento del Tesoro hanno accettato di pagare per evi­tare di far lievitare i tassi di interesse. Nonostante il ‘cambio di guardia’ alla direzione della Fed, con Janet Yellen che ha ereditato il posto di Ben Bernanke (soffiandolo a Larry Summers), e il lancio del tapering, cioè la limitazione progres­siva degli acquisti di Treasury Bond, sarà estremamente arduo provvedere a un ribilanciamento dei pesanti squilibri che minano l’economia statunitense. Le misure concordate tra Fed e Casa Bianca, atte ufficialmente a ridurre la politica monetaria espansiva, costituiscono una forma di rassicurazione verso i cinesi, pre­occupati dalle prospettive di svalutazione del dollaro, e un chiaro segnale d’apertura lanciato dal governo alle frange più ostili alle prospettive di ulteriore espansione monetaria, che si annidano nella redazione del ‘Wall Street Journal’ e nel Tea Party, i cui esponenti sono contrari all’indebitamento federale.

Eppure, qualcosa sembra muoversi nelle ‘alte sfere’ di Washington. Negli ultimi mesi, il dollaro ha infatti subito un sensibile apprezzamento rispetto all’euro, a causa proprio delle voci riguardanti un innalzamento anticipato – a settembre anziché a dicembre – dei tassi da parte della Fed. Si tratta di una decisione alquanto discutibile, visto e considerato che i dati relativi al mercato del lavoro statunitense non sono affatto confortanti, con il dipartimento del Lavoro che ha rivisto al ribasso le previsioni a fronte di una situazione piuttosto critica, in cui il tasso di disoccupazione al 5% rappresenta niente più che uno specchietto per le allodole. Se nel computo si calcolano anche i sottoccupati e i dipendenti costretti a lavorare part-time, il tasso sale pericolosamente a ridosso della soglia del 10%, mentre il tasso di partecipazione alla forza lavoro ha toccato quota 62,8%, il più basso da 40 anni a questa parte.

Quella che gli Usa si trovano ad affrontare è, in altre parole, una situazione alquanto complessa di cui sarà estremamente difficile venire a capo.

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