venerdì, Settembre 25

La Federal Reserve al bivio

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In seguito allo scoppio della crisi, la Federal Reserve guidata da Ben Bernanke ha cercato di arginare il disastro economico incombente proponendo l’abbassamento dei tassi di interesse associato a una politica monetaria espansiva fondata sul lancio di numerosi programmi di quantitative easing (‘alleggerimento quantitativo’).

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Dal novembre del 2008, la Federal Reserve ha varato ben 3 piani di ‘alleggerimento quantitativo’, acquistando grosse quantità di Treasury Bond e di titoli di vario genere, al termine dei quali ha visto il proprio bilancio incrementare alla cifra stratosferica di 4.500 miliardi di dollari, a fronte degli 869 miliardi del 2007. Gettando copiose quantità di benzina sui mercati patrimoniali nella speranza che il fiume di denaro stimolasse rialzi di Borsa ritenuti indispensabili a rilanciare il mercato edilizio e a riattivare così la crescita economica, la Fed di Bernanke ha ricalcato la linea operativa varata da Alan Greenspan per mitigare gli effetti del crack della New Economy. L’allora governatore della Fed aveva tentato di restituire prestigio all’ormai appannato ‘sogno americano’, favorendo la crescita dei listini di Wall Street al cui andamento sono inestricabilmente legate le pensioni e i prezzi degli immobili. Ricalcando questo modus operandi, Bernanke e l’amministrazione Obama hanno di fatto ricreato condizioni analoghe a quelle precedenti allo scoppio della crisi del 2007-2008.

Come osserva l’autorevole economista Paul Craig Roberts: «lo scopo del quantitative easing è quello di mantenere alti i prezzi del debito, cosa che supporta le scommesse delle banche (nel 2011, l’Office of the Comptroller of Currencies ha rivelato che circa il 95% dei 230 trilioni di dollari di esposizione sui derivati degli Stati Uniti erano detenuti dagli istituti finanziari statunitensi Jp Morgan Chase, Bank of America, Citigroup e Goldman Sachs). La Federal Reserve sostiene che lo scopo della sua enorme monetizzazione del debito serve ad aiutare l’economia con tassi di interesse bassi e con un aumento delle vendite di case. Ma la politica della Fed sta danneggiando l’economia privando i risparmiatori, in particolare i pensionati, del margine di interesse, costringendoli a consumare i loro risparmi. I tassi di interesse reali pagati dai Credit Default Swap (Cds), dai fondi del mercato monetario e dalle obbligazioni sono inferiori al tasso di inflazione. Inoltre, il denaro che la Fed ha creato al fine di salvare le banche ha reso nervosi i detentori di dollari, sia in patria che all’estero. Se gli investitori abbandonano il dollaro e il suo valore di scambio scende, diminuirà anche il prezzo degli strumenti finanziari che gli acquisti della Fed stanno sostenendo, ed i tassi di interesse aumenteranno. L’unico modo con cui la Fed potrebbe sostenere il dollaro potrebbe essere quello di lasciar aumentare i tassi di interesse. In tal caso, i detentori di obbligazioni sarebbero spazzati via e gli oneri finanziari sul debito pubblico esploderebbero. Con una tale catastrofe, in seguito al precedente collasso azionario e immobiliare, quel che rimarrebbe della ricchezza delle persone verrebbe spazzato via. Gli investitori stanno disertando le azioni per i titoli del Tesoro Usa ‘sicuri’. È per questo che la Fed può mantenere i prezzi delle obbligazioni così alti in modo che il tasso di interesse reale sia negativo».

La linea iper-espansiva mantenuta dalla Federal Reserve non ha inoltre prodotto al­cuna ricaduta positiva sull’economia reale, dove il Pil statunitense è ricominciato a crescere a ritmi ben più contenuti rispetto alle previsioni grazie, peraltro, alla sola attività speculativa delle banche e ai consumi dei ceti medio-ricchi. Questa divari­cazione è emersa in tutta la sua chiarezza nel marzo 2013, quando il Dow Jones ha toccato i massimi da sempre (coronando una galoppata che ha comportato, per tale indice, la crescita del 118% in 1.458 giorni), ed è stata ulteriormente confermata dalla crescita dell’indice Standard & Poor’s 500 pari al 30% nell’arco del 2013. Si tratta di performance straordinarie, specialmente se paragonate ai risultati otte­nuti dall’economia reale.

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La discrasia tra i grandi profitti incamerati dagli operatori di Wall Street e l’arrancante crescita dell’economia reale è dovuta essenzialmente la creazione di liquidità a ciclo continuo da parte della Fed che, con il riacquisto massiccio (pari ad 85 miliardi di dollari al mese per un determinato periodo) di titoli di debito emessi dal Tesoro statunitense, ha sospinto alle stelle il prezzo di tali titoli e depresso la loro redditività al di sotto del tasso d’inflazione (nei fatti, chi acquista bond statuni­tensi compie una scelta nettamente anti-economica). In questo modo, la Fed ha pompato un fiume di liquidità a beneficio dei grandi colossi del credito, poiché i ti­toli riacquistati si trasformano in riserve che le banche sfruttano per garantire i pre­stiti erogati (che normalmente, attraverso il meccanismo della riserva frazionaria superano di decine di volte il valore delle riserve stesse generando interessi a cia­scun istituto di credito per ogni prestito concesso) e, soprattutto, per sostenere massicce operazioni speculative che garantiscono una maggiore e più rapida re­munerazione. Vi è quindi il quantitative easing all’orgine dei continui record di Wall Street.

Ma promuovendo questo incredibile boom azionario, la Fed ha so­spinto il margin debt (che si calcola sommando tutto il denaro concesso dalle isti­tuzioni finanziarie sotto forma di prestiti destinati all’acquisto di titoli azionari sul New York Stock Exchange, accettando come garanzia i titoli azionari stessi) a livelli esorbitanti, ponendo le basi per un violento crollo dei listini. Nel verbale della riu­nione del Federal Open Market Committee (Fomc organismo della Fed incaricato di sorvegliare le operazioni di mercato aperto negli Stati Uniti) tenutasi nel dicem­bre 2013, gli stessi funzionari della Fed hanno ammesso di aver generato forti squilibri con la loro politica monetaria iper-espansiva, individuando nella propria politica operativa le ragioni che stanno alla base della distorsione del rap­porto prezzi/utili, dell’ondata di riacquisti azionari (a livelli prossimi a quelli regi­strati nel periodo precedente alla crisi) che hanno generato i record di Wall Street, del peggioramento qualitativo dei leveraged loans e del progressivo aumento del margin debt.

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