mercoledì, Giugno 26

La fase inflazionaria di Papa Francesco Molta stigmatizzazione, ma ora deve agire sui veri mali della Chiesa che arrivano dai criteri di reclutamento e di formazione dei preti, ma soprattutto dal filtro del celibato

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La festa è passata insieme alle ripetute esortazioni e alle volenterose ma inutili invettive di Papa Francesco, si ricomincia come il giorno prima. Già, perché le cose per la Chiesa cattolica vanno sempre peggio, il Pontefice lo sa e reagisce stigmatizzando tutto ciò che gli capita a tiro, a cominciare dall’avvilente spettacolo del narcisismo e del carrierismo dei consacrati. Non si capisce se Jorge Mario Bergoglio sia stato informato del fatto che il capo dell’Istituzione è lui e che spetterebbe ancora a lui suggerire una via d’uscita ai problemi che pure chiama per nome e che sono effettivamente la ragione delle gravi difficoltà della Chiesa.

L’ultimo Francesco ricorda molto da vicino l’ultimo Benedetto XVI, il quale, a mano a mano che si avvicinava la fine del suo pontificato, incrementava l’interventismo, sfornando discorsi su discorsi nonché affermazioni di principio, di cui più nessuno ricorda più il contenuto. Fenomeno che investe moltissimi scrittori, che più invecchiano e più pubblicano, ma se non passano due o tre anni tra un libro e l’altro, si cade in una spirale di banalità, ottenendo l’effetto contrario a quello sperato. Francesco è in questa fase inflazionaria, sarà sempre peggio.
Spiace, perché quello che dice è in genere centrato, tuttavia quando si interviene troppo si rischiano effetti perversi, persino grotteschi, com’accaduto qualche settimana fa, quando, durante una visita a Pietrelcina, luogo natale di Padre Pio, si era rivolto all’Italia con queste parole: «Un paese che litiga tutti i giorni non cresce, non si costruisce; spaventa la gente. È un paese malato e triste. Invece un paese dove si cerca la pace, dove tutti vogliono bene -più o meno, ma si vogliono bene-, noi ci augura del male, questo paese, benché piccolo, cresce, cresce, cresce, si allarga e diventa forte». Oltre alla prevedibilità delle affermazioni, quella tratteggiata dovrebbe essere l’Italia invece sembra la fotografia della Chiesa, e se la seconda deve essere d’esempio alla prima, direi che siamo messi male.

Francesco dice il vero quando denuncia carrierismo e narcisismo dentro la Chiesa, a mezzo metro da lui ci sono fedelissimi campioni dell’una e dell’altra specialità, ma la Chiesa è piena zeppa di fenomeni negli stessi ambiti, ne conosco una miriade, spesso figure mediocri, inadatte per altri ambiti della vita, che dietro apparenti manifestazioni di umiltà nascondo risoluti carrierismi. Sono gli stessi individui che quando salgono mezzo gradino si specchiano in modo sfacciato, compiacendosi di sé. Li senti vantarsi di esseri membri di questa o di quella prestigiosa consulta, e mentre te lo dicono tu ti domandi quale ruolo avrebbero se non indossassero quella divisa. La risposta spesso è facile.

I mali della Chiesa arrivano dai criteri di reclutamento e di formazione dei preti, ma soprattutto dal filtro del celibato, che costringe a pescare i candidati in uno stagno piuttosto che in un oceano, accontentandosi di ciò che rimane. Può anche succedere che nel mucchio vi sia qualche figura di valore, ma non è la norma.

Il vescovo di Pavia, parlando agli studenti di una scuola pubblica della sua diocesi, afferma: «La tendenza omosessuale non è peccato, ma qualcosa di disordinato rispetto all’ordine della natura. Ci sono anche degli omosessuali cristiani che con fatica accettano questa condizione. Senza assecondare questo orientamento, di non dargli una stabilità sessuale». Ma non si è fermato qui: «Ho un amico che dice di essere omosessuale e ha cominciato a vivere con un uomo. Gli ho sempre detto che è una scelta sua, non la condivido, non credo sarai felice. Non violentiamo la realtà»”. Ignoranza e inettitudine, intollerabili in un uomo di Dio.
Inutile ricordare che la Chiesa è lo spaccato sociologico con il più grande tasso di omosessualità, una situazione persino imbarazzante, e posso garantire al vescovo che quella condizione la accettano e la agiscono.
Ci piacerebbe sapere se è piùdisordinato‘, rispetto alla natura, il celibato oppure l’omosessualità. Io direi il primo, ma nel dubbio sono disposto anche ad accettare che non lo sia neppure quello, a patto che questi inetti tacciano oppure, almeno ogni tanto, leggano la Bibbia, si imbatterebbero in qualche pensiero intelligente e ne trarrebbero beneficio. «Non c’è Giudeo né Greco, né schiavo né libero, né maschio né femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù», dice San Paolo nella lettera ai Galati.

Come si può permettere che una persona del genere diventi vescovo o come si fa a permettere al sacerdote di Manduria, che si è rifiutato di lavare i piedi ad un extracomunitario durante la cerimonia del venerdì Santo, di rimanere ancora tale. Vescovo e prete, rappresentati di una maggioranza strisciante, composta di consacrati e laici, insieme sono la vera macina al collo della Chiesa, che la stanno trascinando nell’abisso dell’insignificanza.
Non sono eccezioni, quelle citate, ma solide presenze, frutto di reclutamenti e di percorsi formativi malati, individui che non sanno neppure dove sta di casa il cuore del cattolicesimo, che offendono quotidianamente Gesù, sfigurandone il sacrificio.
Se Francesco, in quello che rimane del suo pontificato, un tempo che ci auguriamo lungo, non mette mano alla radice dell’albero, con coraggio e lavorando in modo rivoluzionario su celibato, reclutamento e formazione, concluderà il suo cammino arrabbiato e deluso, perché saprà nel proprio animo che presto o tardi resteranno solo le belle adunate turistiche di San Pietro insieme a tutte quelle inutili consulte e commissioni, così care agli ometti che si nascondono dietro parole altrettanto inutili.

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