lunedì, Settembre 23

La' dove il malaffare suona

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Con vago disgusto scandaglio le notizie sul web, imbattendomi soltanto in una palude di malcostume, malaffare, malavita. Il suffisso ‘mal’ impera: siamo in una società mal-ata, mal-vagia, in pieno mal-essere. Finito con le acrobazie dialettiche, vengo al dunque: ho una delle mie solite macedonie di fatti (anzi, fattacci, grandi e piccoli) da dipanare sotto i vostri occhi.

Come spesso accade, parto da un fatterello personale, persino insignificante, se non fosse che…: Roma, Piazza Antonio Mancini, 2 marzo 2015, ore 09:30. Mi accomodo sul bus 53, quello che, da circolare, unisce il quartiere Flaminio con via del Corso, passando per i Parioli.

Alla fermata adiacente piazza Santiago del Cile entrano un paio di tizi un po’ grossolani, anche se vestiti appropriatamente, mai visti prima. Per rendervi un’idea, però, lo stile è quello dell’intollerabile (e intollerante) Gianluca Bonanno: educazione alla civiltà pari a zero (e vi spiegherò subito perché).

Una signora molto carina e ben vestita si siede davanti a me. Dal momento in cui i due ‘compari’ trovano posto in fondo al bus, cominciano a dialogare fra loro: non bisbigliano certo, anche se il mezzo pubblico quasi vuoto non presenta difficoltà per due persone sedute vicine di ascoltarsi reciprocamente. Anzi, il vuoto fa da amplificatore.

Il dialogo di cui sono testimone auricolare ha dell’allucinante. Non per una questione di pregiudizio, lungi da me, ma l’unico indizio che posso cogliere è un forte accento calabrese, anzi, reggino. Rimpiango di non essere un poliziotto, un finanziare, un carabiniere, un magistrato: ascoltiamo una confessione en plein air delle loro malefatte da corruttori. La signora davanti a me ed io ci guardiamo esterrefatte. Passano in rassegna tangenti date e da dare, spalmate in vari gangli della Pubblica Amministrazione, anche ad alti vertici. Anzi degli alti vertici, uno dice all’altro che sta studiando come agganciarli e verificando qualedebolezzaognuno di questi può presentare, perché ognuno ce ne ha.

La signora ed io friggiamo: ma che possiamo fare? Siamo cittadine impotenti e costoro sono degli emeriti sconosciuti. Al massimo, a bassissima voce, commentiamo che è una vergogna… Anche altri ascoltano, ma forse a pezzi e a bocconi, perché hanno itinerari meno lunghi del nostro. Arrivata a piazza Barberini, la mia meta, sono piuttosto agitata. L’unica cosa che posso fare è raccontarvelo.

Non per denunciare coloro che, per me, sono solo una fugace visione (erano seduti alle mie spalle, li ho guardati appena quando son saliti e quando io sono scesa), ma per dimostrare che la lotta alla corruzione è pura utopia e non c’è nessun cambiaverso: i faccendieri prosperano come i porcellini di Circe; d’altronde i politici che sono i loro interfaccia, non per nulla son stati eletti col Porcellum.

Di qui è facile fare la sinapsi che lega quest’incontro casuale  -e spero che mai si replicherà- con quanto avvenuto a Palermo, con l’arresto ai domiciliari dell’ex (spero ex) Presidente della Camera di Commercio locale, Roberto Helg, 78 anni, pizzicato ad intascare una rata pari a 30mila euro di una mazzetta di complessivi 100mila euro, che, nella sua qualità di vicepresidente della Gesap, la società che gestisce l’aeroporto di Palermo, intitolato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, aveva richiesto al titolare di una nota pasticceria palermitana per ‘facilitarne’ il rinnovo dell’insediamento di un punto vendita nell’aerostazione.

Certo, una miniera d’oro, se si pensa allo smercio di cassate, cannoli, minne di vergine, pasta di mandorle che quotidianamente vengono vendute ai passeggeri in arrivo e in partenza. L’artigiano avrebbe fatto presto a rientrare nell’ ‘investimento’. Leonardo Sciascia ha sempre messo in guardia dai professionisti dell’antimafia: Helg lo era a tutto campo, sempre davanti ai cortei o relatore ai seminari che univano le forze vive e ‘pulite’ contro i tangentari e i malavitosi. Salvo, invece, esserlo: malavitoso, estorsore e tangentaro. Come dire, recitava tutte le parti in commedia.

Pizzicato metaforicamente con le dita nella ricotta mantecata, per discolparsi, Helg non ha trovato di meglio da dichiarare: «L’ho fatto per bisogno»; il che rende ancora più ‘mostruoso’ il suo agire. Fino al 2012, il suo storico negozio di articoli da regalo, sotto forma di SpA, aveva mantenuto botta alla crisi: poi chiuse, mentre l’imprenditore commerciale veleggiava fra le cariche, fra cui anche quella di Presidente della Confcommercio palermitana da 18 anni.

«L’ho fatto per bisogno», continua a ripetere come un mantra Helg, anche quando l’avvocato che ha nominato, Fabio Lanfranca, rimette l’incarico, ritenendolo incompatibile col proprio impegno a difesa delle vittime di estorsione, il reato che tecnicamente è l’imputazione di Helg. «L’ho fatto per bisogno», pietisce Helg, spiegando che quei soldi gli servivano per evitare il pignoramento della sua abitazione. Beffardamente, la vita è così, per la sua età avanzata gli toccano i domiciliari.

Lui, l’avrebbe fatto per bisogno. E cosa dovrebbero dire i suoi 15 dipendenti, mollati senza stipendio da tre anni a questa parte? E gli altri 9 che avevano la mansione di agenti di Commercio per l’azienda e che anche loro avanzano cifre rilevanti? Le notizie che riguardano la dissoluzione della Helg SpA non sono un segreto; sono reperibilissime sul web e narrano anche altre ‘furbate’, come l’apertura di un negozio satellite, che ha salvato la figlia di Helg dall’essere travolta dal fallimento.

La vedova di Libero Grassi dice che il marito non si era mai fidato di questo personaggio. E circolano le foto che ritraggono Helg nella sua veste istituzionale accanto a Pietro Grasso, all’epoca Procuratore Nazionale Antimafia. Anche lui, come tutti, ‘senza alcun sospetto’.

Un’amarezza indescrivibile, soprattutto al pensiero che, forse, questa non era la prima volta. E che anche Gesù ci aveva messi in guardia dai ‘sepolcri imbiancati’. Vista la scena del mio bus, però, posso ipotizzare che la mano della Giustizia non fa paura a nessuno, se si continua a blaterare di tangenti con tanto di pubblico sbalordito, sentendosi intoccabili e forti di un’impunibilità che ormai appare mescolata all’ossigeno.

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