domenica, Giugno 7

Là dove il coronavirus c’è ma non si vede: i piccoli Stati indipendentisti post-sovietici Ecco lo stato della pandemia in Abkhazia, Ossezia del Sud, Nagorno-Karabakh, Transnistria, Donetsk e Luhansk

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Abkhazia, Ossezia del Sud, Nagorno-KarabakhTransnistria, aree del Donbas ucraino controllate dai separatisti sostenuti dalla Russia, ovvero Donetsk e Luhansk. Sono 6 piccoli Stati non riconosciuti, o per meglio dire ‘stateletsdi fatto, che rivendicano l’indipendenza dalle entità statuali successive al dissolvimento dell’impero sovietico, per la maggior parte non riconosciuti dalla comunità internazionale, estremamente dipendenti dai Paesi dai quali rivendicano l’indipendenza, ma soprattutto molto vulnerabili alla pandemia da coronavirus Covid-19, in quanto già feriti e a lungo da conflitti a più o meno bassa intensità, miseria e disfacimento delle strutture sanitarie.
In gioco ci sono molte vite umane, e potenzialmente un post-Covid-19 caratterizzato da rancori e rabbie ancora più potenti e pericolose di quelle del passato, in particolare nei confronti degli Stati dai quali si stanno allontanando. La situazione, però, se gestita bene dalla comunità internazionale, e in particolare dagli Stati che queste entità desiderano abbandonare, assicurando unacooperazione incondizionata, la crisi sanitariapotrebbe creare fiducia e quindi gettare le basi per negoziati significativi in seguito. Indipendentemente da ciò, la priorità ora dovrebbe essere quella di salvare vite umane.
L’allarme è stato lanciato da Crisis Group -l’organizzazione non governativa, no-profit, transnazionale, che svolge attività di ricerca sul campo in materia di conflitti per prevenire, mitigare o risolvere tali conflitti- si rischia la catastrofe umanitaria, oltre ad esasperare ulteriormente la situazione, resa «potenzialmente disastrosa» dal coronavirus, «ma tutt’altro che disperata». Servegarantire a queste popolazioni l’accesso agli aiuti umanitari internazionali, materiale medico,attrezzature e know-how sanitario, accesso oggettivamente complicato causa il loro status controverso.

Al momento, in tutti i sei statelets, i numeri della pandemia sono contenuti, probabilmente ancheperché mancano i presidi medici per rilevare il coronavirus, e perché forse il virus è un po’ in ritardo rispetto alla Russia, per esempio. Poche e tardive le misure adottate per evitare la diffusione del virus, popolazione mediamente molto anziana, per tanto più a rischio, infrastrutture ospedaliere dell’era sovietica, per tanto oramai obsolete.

Nel Donbas, le autoproclamate repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk -in guerra con l’Ucraina, non riconosciute da alcuno Stato membro delle Nazioni Unite e dipendenti dalla Russia- a inizio maggio avevano avuto 272 casi confermati di Covid-19, e 4 morti. Ma si tratta di numeri quasi certamente falsati dal fatto che non si fanno test, in una situazione di guerra che prosegue, con bombardamenti continui, secondo gli osservatori di Crisis Group, lungo la linea di contatto.
La situazione sanitaria, nelle due repubbliche, prima della guerra note per l’alta qualità dei servizi sanitari, in particolare nelle due capitali, Donetsk e Luhansk, è allo stremo, mancano i dispositivi di protezione sufficienti per gli operatori sanitari, e, secondo alcune fonti, persino le medicine di base, mentre i test sarebbe possibile farli, anche se in numero molto limitato.
Qui vi sarebbe il 40% di popolazione anziana, molta parte della quale affetta da malattie croniche e carenze dietetiche, il che significa che si tratta di una popolazione particolarmente esposta al coronavirus. La popolazione giovane anche è in pericolo, causa l’alta percentuale di AIDS e tubercolosi resistente ai farmaci, oltre all’uso di droghe per via endovenosa.

La quarantena è decisamente soft, in primo luogo per le stesse motivazioni di altre aree particolarmente afflitte da povertà e disoccupazione, ovvero perché le preoccupazioni legate al procurasi di che vivere giorno per giorno ha la meglio sul rischio contagio.
La chiusura dei confini lato Ucraina e lato Russia sta esasperando la crisi economica ed è motivo di ruggine, risentimento nei confronti della Russia, il Paese per il quale si sono scontrati con Kiev e al quale ambiscono o f,orse ambivano, unificarsi. Gli aiuti internazionali fino ad ora giunti sono pochi, i più consistenti sono arrivati dall’OMS e da una ONG ceca.
Sia Ucraina che Russia, secondo alcuni osservatori locali sentiti da Crisis Group, se la situazione peggiorasse potrebbero decidere di intervenire a sostegno di queste popolazioni.

Il Nagorno-Karabakh, è un pezzo di territorio formalmente parte integrante dell’Azerbaigian che si è autoproclamato indipendente (capitale non riconosciuta Stepanakert), la cui economia, società e politica sono profondamente legate all’Armenia. Qui, in quella che è una enclave chiusa al resto del mondo, anche solo perché lo status non riconosciuto impedisce ai cittadini di spostarsi all’estero, ci sarebbero stati solo 8 casi confermati di Covid-19, ma come negli altri statelets i dati sono tutt’altro che consolidati e per lo stesso motivo, la carenza di test per il rilevamento del virus.
Anche qui gli scontri proseguono tra le forze armene e azere lungo la linea di contatto, malgrado gli appelli alla tregua.
Anche la situazione delle strutture sanitarie è simile agli altri staterelli, ‘erosa’ la definisce Crisis Group. L’Armenia e alcune organizzazioni della diaspora armena hanno fornito forniture mediche di base, ma il poco personale medico manca di know-how. La situazione è particolarmente grave al di fuori di Stepanakert, dove anche le attrezzature di base e i veicoli di emergenza sono obsoleti e scarsi. Inoltre, sebbene Yerevan abbia fornito kit di test COVID-19, il laboratorio locale non è in grado di valutare i risultati, quindi i campioni devono andare per la lavorazione in Armenia. Ovvia conseguenza: non si fanno test, o se ne fanno pochissimi.

Il confine con l’Armenia è chiuso da fine marzo, tre checkpoint per limitare i movimenti dei veicoli all’interno del Nagorno-Karabakh, ma il territorio non è stato sottoposto a lockdown, anzi, si sono persino tenute tornati elettorali tra fine marzo e inizio aprile con grandi manifestazioni pre e post elettorali di piazza. Pochissime le mascherine e ancor meno i guanti in dosso alle persone, quelle poche che se le potrebbero permettere.

In quanto agli aiuti internazionali, la situazione ècomplessa, ma con qualche spiraglio.
Il Nagorno-Karabakh è considerato territorio azero ai sensi del diritto internazionale, le organizzazioni internazionali devono avere l’autorizzazione da Baku per operare. Armenia e Azerbaigian, anche con la mediazione russa, del Ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, sembrano disponibili a collaborare. Yerevan e Baku da aprile stanno discutendo piani di risposta COVID-19 per il Nagorno-Karabakh e a fine aprile si è registrata una dichiarazione congiunta che afferma la disponibilità di tutte le parti a organizzare il sostegno all’entitàsenza riguardo ai confini politici’ e con la speranza che ciò porti un ‘impulso creativo e costruttivo al processo di pace’. Sebbene promettente, questo impegno deve ancora trasformarsi in azione concreta, sottolineano da Crisis Group.

La consegna degli aiuti potrebbe avvenire tramite le autorità armene, con l’approvazione di Baku e una connessione telefonica tra l’OMS e Stepanakert potrebbe servire per monitorare la situazione e fornire formazione online agli operatori sanitari.

Intanto in loco è operativa il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), unica organizzazione internazionale che fornisce supporto alla regione. Distribuisce sussidi in denaro agli anziani, compresse ai giovani locali per l’istruzione online e maschere, guanti, abiti e disinfettanti a ospedali, orfanotrofi e centri di detenzione locali, e all’unica casa di riposo della regione. In collaborazione con operatori sanitari locali, ha avviato una valutazione delle esigenze degli ospedali in tutto il territorio. Ma il CICR non è l’OMS, fanno notare da Crisis Group, non ha la capacità di sostituire coloro che sono specialisti e sanno come affrontare una pandemia. Inoltre, non ha accesso a tutto il territorio, quasi 17.000 persone restano scoperte.

La Transnistria, un territorio riconosciuto a livello internazionale come parte della Moldavia, dalla quale Tiraspol (sede del Governo di fatto) rivendica l’indipendenza, ha 531 casi accertati di Covid-19 e23 decessi, secondo i dati Crisis Group dello scorso 3 maggio.
La Transnistria ha profondi legami socio-economici con la Moldavia, con la quale il flusso di merci e persone è decisamente intenso, e flussi merci ci sono anche con la UE.

Un focolaio grave in Transnistria sarebbe difficile da gestire, sostengono gli osservatori locali. Il sistema sanitario è debole, scarso ilpersonale qualificato, infrastrutture e attrezzature obsolete che risalgono all’epoca sovietica. Anche qui la popolazione è anziana e quindi a maggior rischio di contrarre la malattia.

Lo stato di emergenza, dichiarato già a metà marzo, ha portato alla chiusura dei confini con la Moldavia, imposto posti di blocco interni, chiusi gli esercizi commerciali e decretato la quarantena per coloro che rientrassero dalla Moldavia, non pochissimi, considerati gli stretti legami socio-economici di Tiraspol con la capitale moldava Chisinau. La misura ha interessato migliaia di persone che viaggiano, spesso quotidianamente, in aree controllate da Chisinau, tra loro quasi 100 medici. In tutto ciò Chisinau si è dimostrata collaborativa, anche impiantando a Tiraspol un laboratorio in grado di realizzare circa 60 test al giorno per il rilevamento del Covid-19 e ha offerto la disponibilità per accogliere pazienti gravi nelle sue strutture mediche.
Nel corso delle settimane, poi, le relazioni tra Tiraspol e Chisinau si sono improvvisamente raffreddate, con scambi reciproci di accuse, secondo i diplomatici presenti nella regione sentiti da Crisis Group, si sta assistendo a un’estrema politicizzazione anche dei minimi dettagli e delle decisioni, l’urgenza è depoliticizzare le questioni mediche. Le criticità sanitarie e lo scontro diplomatico sono le massime urgenze che necessitano di soluzione immediata. L’economia, malgrado le previsioni parlino di un PIL destinato a scendere del 16%, potrebbe anche per il momento passare in secondo piano. Malgrado le esportazioni di elettricità, metalli e prodotti alimentari siano a rischio e che il raccolto invernale della regione causa la siccità abbia perso circa il 40%, nonché la quasi certa riduzione delle rimesse dei molti cittadini che lavorano all’estero, l’alto numero di pensioni e stipendi del settore pubblico, i proventi derivanti delle risorse energetiche possono ridurre l’impatto della crisi economica.

Le regioni separatiste della Georgia, ovvero l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia, che sono state riconosciute dalla Russia dopo la guerra Russia-Georgia del 2008, hanno risposto in modo diverso alla pandemia. La Georgia ha invitato l’OMS e altre organizzazioni internazionali a fornire supporto alla popolazione e ha dichiarato che non bloccherà i movimenti da e verso le regioni.

Nell’Ossezia del Sud, dove fino al 6 maggio eranostati segnalati solo 3 casi di Covid-19, le autorità hanno vietato i movimenti da o verso la Georgia. Al contrario, l’Abkhazia, dove sono stati registrati anche qui solo 3 casi, non ha bloccato gli spostamenti verso Tbilisi.
L’Ossezia del Sud è stata riluttante a lavorare con l’OMS e altre organizzazioni internazionali. Poiché queste organizzazioni hanno a che fare con il Governo georgiano, la leadership della regione considera la collaborazione come un ostacolo alla propria richiesta di riconoscimento internazionale dello status indipendente della regione. L’Abkhaziaha adottato un approccio diverso, considerando le sue rivendicazioni sull’indipendenza come una questione separata dalla cooperazione con le organizzazioni internazionali, ha collaborato con successo con tali gruppi in passato e ha mobilitato aiuti esteri negli ultimi mesi.

L’Ossezia del Sud, secondo Crisis Group, è probabilmente a maggior rischio. Il 17% della popolazione è anziana. Gli ospedali sono in pessime condizioni, in primo luogo per mancanza di medici e i pochi che ci sono non hanno le competenze, non sono aggiornati, mancando persino del know-how per far funzionare 26 ventilatori forniti dalla Russia e mancano di tutto, a partire dai dispositivi di protezione basici quali i disinfettanti. La Russia, primo partner della regione, e dalla quale dipendono anche gli stipendi della pubblica amministrazione, ha bloccato la maggior parte delle esportazioni di forniture mediche all’inizio di marzo.

La base militare russa nella regione ha imposto rapidamente regole severe, incluso il coprifuoco notturno, per proteggere il personale. I soldati russi indossano maschere e guanti. Altrove in Ossezia del Sud, la risposta è stata lenta. Scuole e università sono rimaste aperte più che in qualsiasi altra parte del Caucaso meridionale.

Il CICR è l’unica organizzazione internazionale che opera nell’Ossezia meridionale. Ha fornito forniture alla prigione locale e prevede di consegnare cibo agli anziani residenti, anche in villaggi remoti. Mentre l’organizzazione afferma di essere pronta a intensificare le operazioni, manca di personale medico sul campo per valutare le esigenze sanitarie locali. Quando l’OMS ha cercato di inviare un gruppo di valutazione nella regione a metà marzo, le autorità di fatto hanno rifiutato di ammettere gli specialisti a meno che non fossero entrati attraverso la Russia piuttosto che la Georgia.
Le autorità di fatto temono che la cooperazione con i funzionari che arrivano dalla Georgia minerebbe la loro richiesta di indipendenza.

Secondo Crisis Group, data la portata della crisi, le autorità stanno correndo un serio rischio presentando richieste politiche e impedendo una cooperazione attiva con l’OMS e altre agenzie delle Nazioni Unite.

La situazione in Abkhazia è migliore, sebbene presenti ancora delle vulnerabilità. Come l’Ossezia del Sud, l’Abkhazia soffre di infrastrutture sanitarie deboli, manca di professionisti del settore medico e ha una popolazione che invecchia, con quasi il 20% dei residenti di età superiore ai 60 anni. Quasi l’80% del personale medico è a rischio elevato, a partire dai sessant’anni. Se si ammalano, la regione perderà tutti i suoi medici in pochi giorni, ha detto un diplomatico straniero che conosce bene l’Abkhazia.

Le autorità di fatto sono state lente nell’imporre il distanziamento sociale. Come nel Nagorno-Karabakh, la crisi COVID-19 ha coinciso con le elezioni per un nuovo presidente di fatto e, anche qui, si sono viste ben poche mascherine durante le manifestazioni elettorali. Sono stati chiusi gli esercizi commerciali e gli amministratori locali hanno invitato la gente a restare a casa, poi dal 20 aprile la riapertura è iniziata.
All’Abkhazia il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) ha consegnato oltre 12.000 pacchetti di forniture mediche e disinfettanti di base acquistati con il sostegno finanziario degli Stati Uniti e dell’UE. La Russia ha fornito circa 500 kit di test COVID-19 e inviato soldati per sostenere la disinfezione di luoghi pubblici; e le ONG internazionali con uffici locali in Abkhazia hanno offerto veicoli per cure di emergenza e polverizzatori per disinfettare il trasporto pubblico. Aiuti che secondo i funzionari locali non sono bastanti.
L’Abkhazia è stata in grado di acquistare forniture mediche di base aggiuntive dalla Russia, grazie agli sforzi di raccolta fondi della diaspora. Anche prima della crisi COVID-19, i funzionari locali avevano riferito che le loro casse, che dipendono da Mosca per circa il 60% del bilancio, erano quasi vuote. Il commercio e il turismo sono gli altri pilastri dell’economia dell’Abkhazia ed entrambi sono seriamente minacciati dalla pandemia. Nell’ambito di un piano di salvataggio per le imprese locali, le autorità rinunciano a tasse e dazi doganali. «Abbiamo bisogno di un credito o di un sostegno umanitario diretto di circa 50-100 miliardi di dollari per sopravvivere nei prossimi mesi», ha detto un funzionario locale.

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