martedì, Ottobre 27

La disperazione di Trump, la delusione di De Mita Il Covid-19 è stata una occasione troppo ghiotta per uno che sente la sconfitta scottargli le spalle: sta provando fare la vittima e l’eroe insieme, il macho senza mascherina. Alla base di tutto: la disperazione per la non rielezione e la politica ‘non-pensiero’ di De Mita

0

Lo so, lo so, non me lo dite, lo so da me, ma non posso farci niente: io a questa storia della malattia di Donald Trump non riesco a crederci, o meglio, non ci credo troppo. Certo, se è vero -e credo che questo sia vero- che cinguetta ‘sto bene, credo’, beh quel ‘credo’ non è molto presidenziale e nemmeno molto ‘macho’, insomma, forse tradisce una certa effettiva preoccupazione, quella che noi comuni mortali chiamiamo strizza, quella che ha fatto cambiare bruscamente strada a Boris Johnson, per esempio.
Poi ieri è tornato a casa, alla White House. E che ha fatto come prima cosa? Si è sfilato la mascherina. Perchè la mascherina non fa ‘macho’.

Insomma, fare il macho è bello, funziona, ti fa sentire un dio, ti rende simpatico a Zangrillo e magari diventi l’idolo di Sgarbi, ma poi se cominci ad avere la febbre, ad avere difficoltà di respiro, cominci anche a capire che forse non dico che sei stato un fesso, ma insomma che ci sei andato molto vicino. Non credo, affatto, però, che stia pensando, come vorrebbe Riotta, ‘chi me lo ha fatto fare’; al massimo sta pensando come può venire fuori dai guai, non tanto dal Covid-19, quanto dai problemi fiscali, sui quali in USA si scherza poco.
Ciò posto, io resto diffidente.
È un occasione troppo ghiotta per uno che sente la sconfitta scottargli, diciamo così, le spalle (anche gli ultimi sondaggi mordono), trovare il modo di fare la vittima e l’eroe, e strappare anche qualche sospiro di compassione materno con quel ‘credo’. Epperò gli americani sembrano non gradire molto queste sceneggiate di un uomo chiaramente ‘disperato’.

Il punto è cercare di immaginare, e mi pare molto difficile, cosa accadrà nel prossimo mese, mese e mezzo. Le elezioni saranno, ormai, al cardiopalma e sotto la minaccia di contestazioni.
Non credo che Joe Biden possa più contare molto su una vittoria che fino a ieri sembrava relativamente facile, sondaggi a parte, e quindi la sua stessa campagna elettorale dovrà cambiare profondamente, non dovrà mostrare mancanza di rispetto per quello che, lo si voglia o no, è il Presidente degli USA, che invece (e questo immagino sarà un problema non da niente per Biden) avrà tutta la libertà di scaraventargli contro ogni sorta di insulti, dal suo letto di sofferenza. Da dove, per parte sua, sembra avere scatenato una sorta di ultima definitiva battaglia: si brucia i ponti alle spalle.

Lo fa scatenando innanzitutto una guerra senza quartiere alla Cina, e ora, figuriamoci; già lo chiamava ‘virus cinese’, ora comincerà a chiamarlo ‘virus Xi’, e intensificherà una campagna di inusitata violenza, che si è ben visto nella visita in Vaticano, dove Mike Pompeo è quasi finito a pugilato con Pietro Parolin, accusato di essere amico dei cinesi e di rifiutare -ecco il punto- di agire ‘contro’ i cinesi, ‘il nemico’, che ha visto, dico, in quella visita un punto estremo e, per certi versi, di non ritorno.
Anche se la pillola è stata addolcita dalla arrendevolezza -anzi, della resa a mani bene alzate- dei due dioscuri della politica estera italiana: Giuseppe Conte, sempre più impegolato in trattative complicatissime e parcellizzate (il contrario della ‘Politica’) in cui gioca ormai su sei o sette tavoli, e Luigi Di Maio, il sedicente Ministro degli esteri, che non hanno mancato di giurare che il 5G ai cinesi non lo daranno, rinverdendo quella politica sub-americana nella quale l’Italia ha sempre brillato.
Invero, ma forse ne parlerò un’altra volta, il problema non riguarda solo l’Italia, che non ha molta politica estera ormai da molto tempo -e con questo Governo e il precedente non ne ha alcuna-, ma riguarda l’intera Europa e in particolare la Germania, che ne ha assunto la leadership, ma che sembra essere in procinto di vederla sfilacciata nella contesa da cortile contro il fondo di rinascita, da una parte e contro la sistematica violazione dei diritti dell’uomo nell’est europeo … ma non solo, perché l’Italia non è da meno e anche su ciò tornerò. Europa, dicevo, troppo schiacciata sulle posizioni americane e che una volta di più sta rinunciando scioccamente al suo unico, ma grande, asso: la capacità di essere ‘terzo’ incomodo nella lotta senza quartiere tra i due galletti del pollaio Cina e USA.

Gli americani, come in genere i politic(ant)i, hanno sempre bisogno di un nemico, specie se sono alle corde, e Trump lo è, anche perché la forza dell’economia cinese è notevole e Trump, e più in generale l’economia americana, la teme fortemente. Ma non sanno contrastarla nell’unico modo in cui una cosa del genere si contrasta: con la concorrenza vera e il negoziato, non certo con le barriere tariffarie o la lotta, quasi di religione, contro la tecnologia dei ‘cattivi’, trattati oggi esattamente come a suo tempo la Russia sovietica, salvo che la Cina è, dal punto di vista commerciale, ben altra cosa.
Specie nel settore della tecnologia delle comunicazioni, dove Trump ha scatenato una guerra senza precedenti contro il5Gcinese. Guerra alla quale l’Europa dovrebbe opporsi, o meglio guerra dalla quale l’Europa dovrebbesfilarsi’, per giocare quel ruolo autonomo che le compete, ma che non sa giocare.
E qui, forse, qualche considerazione un po’ più attenta meriterebbe di essere fatta, invece della immediata e acritica entusiastica risposta di Giggino, subito pronto a buttare a mare i cinesi dopo essersi vantato di avere aperto la via della seta. Cosa che si è rivelata una semplice buffonata, che ha solo permesso ai cinesi di mettere le mani su qualche nostro porto.

Con un certo dolore, perché colpisce al cuore vedere come sia ridotto il nostro Paese, si può fare il confronto con personaggi discutibili, ma seri, come Alcide De Gasperi, autore della ‘svendita’ dell’Italia agli USA, ma anche, per citare un giudizio come sempre sferzante di Ciriaco De Mita: «peccato che il pensiero politico però non sia un nome di persona. Il pensiero politico è un’analisi della complessità dei problemi, la capacità di capirli, il modo di riorganizzarli, il tentativo di renderli praticabili. Similitudini con la situazione di oggi non ce ne sono, oggi si identifica la politica con il presidente del Consiglio. De Gasperi parlava poco e faceva molto»: (‘complessità’, appunto, cosa a me cara, ma ne riparleremo) per poi aggiungere gelido e sferzante, ma purtroppo molto realistico: «Io ho la visione drammatica della condizione politica del Paese. Mi rendo conto che nell’ultimo periodo ci siamo convinti che la politica sia il non-pensiero. La mancanza di idee non crea le condizioni per l’agire politico, difatti si va avanti con dichiarazioni di intenti. Noi abbiamo un partito, il Pd, che dovrebbe essere un partito, ma anche quello non ha pensiero perché è un insieme di persone che tenta di gestire il potere. Il potere di per sé non è un pensiero politico, di per sé è un rischio per la democrazia», per concludere, infine dicendo: «Le categorie destra e sinistra non erano fronti contrapposti, ma letture diverse delle condizioni» e infine (lo cito perché ho scritto più volte cose analoghe): «Ho pensato che l’Europa si sarebbe salvata se si fosse unita, così da inglobare la Germania. Purtroppo questo non è avvenuto e siamo in presenza della decadenza dell’Europa, che è un grande problema. Nessuno lo fa proprio, nessuno se ne accorge».

Per carità, non voglio mica ‘elevare’ De Mita a faro dell’Italia moderna, di ‘elevato’ ne abbiamo già uno e ci basta, vende pure pietre miracolose su e-bay, e quindi teniamo i piedi per terra, ma in quelle parole sferzanti e -mi posso permettere?- deluse c’è molto, moltissimo di vero. Per dire che dai ‘vecchi’, contrariamente a ciò che pensano l’‘elevato’ e i suoi sgherri (beh, ‘pensare’ è una parola grossa, lo so) c’è sempre da ascoltare, e riflettere, e ascoltare e riflettere, vuol dire pensare, ma sul serio, cosa, lo so, assai fuori moda, ammesso che vi sia chi ancora sappia farlo!

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.