martedì, Luglio 7

La diplomazia atomica di Obama

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Come era ampiamente prevedibile, la visita di Barack Obama a Hiroshima ha avuto l’effetto di richiamare l’attenzione internazionale e suscitare un vivace dibattito circa l’opportunità, da parte dal Presidente Usa, di presentare le scuse ufficiali per il bombardamento atomico della stessa città del 6 giugno 1945, e di Nagasaki, due giorni dopo. Obama si  rifiutato di scusarsi, sia perché – come la storia ha ampiamente dimostrato – i vincitori non sono mai particolarmente inclini a fare ammenda, sia perché le circa 250.000 morti istantanee provocate dai bombardamenti (cui vanno sommati gli effetti postumi presentatisi sotto forma di tumori e malformazioni di vario genere), pur rappresentando ancora oggi una ferita aperta nello spirito giapponese, per le autorità e buona parte del popolo degli Stati Uniti costituiscono il sacrificio necessario che consentì al Presidente Truman di consacrare la supremazia geopolitica di Washington.

La storiografia ufficiale tende ad accreditare una ricostruzione dei fatti che individua nella necessità di ridurre al minimo i costi, in termini economici e di vite umane statunitensi (gli Usa avevano subito gravi perdite nella sanguinosa battaglia di Okinawa), necessari a piegare il Giappone la ragione fondante della decisione di sganciare le atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Ed è proprio questa versione che permette agli Usa di rifiutare di chiedere scusa per quello che si configura come il più micidiale attacco mai sferrato nel corso della storia, perché rimanda il gesto a motivazioni di tipo prettamente umanitario e, per così dire, etico. Ben poco risalto è stato in realtà dato alle remore sia morali che strategiche espresse al Presidente Harry Truman dai vertici delle forze armate Usa (i generali Dwight Eisenhower, Douglas MacArthur e Henry Arnold, nonché gli ammiragli William Leahy, Chester Nimitz, Ernest King e William Hasley), i quali definirono militarmente non necessario e moralmente abominevole l’uso delle armi atomiche sulla popolazione civile.

I crittografi statunitensi erano infatti riusciti a decifrare i messaggi cifrati giapponesi, da quali si evinceva chiaramente la loro intenzione di negoziare una pace con gli Stati Uniti addirittura prima che l’Unione Sovietica inviasse le proprie truppe contro quelle nipponiche, come Stalin aveva promesso a Truman durante la conferenza di Potsdam del 17 luglio 1945. Nel momento in cui l’Armata Rossa sarebbe penetrata in Manciuria, «la fine dei giapponesi sarebbe stata soltanto una questione di tempo», concluse Truman. Come osservano il noto regista Oliver Stone e l’autorevole storico Peter Kuznick: «Sbaragliando in maniera così rapida l’armata giapponese, i sovietici compromisero i piani militari e diplomatici del Giappone, i quali consistevano nel continuare ad infliggere perdite agli Stati Uniti e rivolgersi a Stalin per ottenere migliori condizioni di pace. I bombardamenti atomici hanno giocato un ruolo modesto nei calcoli dei leader giapponesi sull’opportunità di firmare la resa. In fin dei conti, gli Stati Uniti avevano già raso al suolo con bombardamenti convenzionali oltre 100 città giapponesi. Hiroshima e Nagasaki erano solo due città da sommare all’elenco; che l’attacco fosse effettuato con una bomba singola o con migliaia di ordigni non faceva una grande differenza. Come rivelò in seguito il generale Torashiro Kawabe nel corso degli interrogatori, l’entità della distruzione portata su Hiroshima e Nagasaki era venuta a galla soltanto ‘in maniera graduale. L’entrata della Russia in guerra rappresentò senza dubbio uno shock maggiore’».

Leahy, stretto collaboratore di Truman, ha scritto nelle sue memorie che «i giapponesi erano già stati sconfitti e sembravano pronti ad arrendersi […]. L’uso di queste armi distruttive ad Hiroshima e Nagasaki non era di nessun aiuto nella guerra contro il Giappone». Il generale MacArthur, profondo conoscitore del Giappone, confidò all’ex presidente Hoover che se gli Usa avessero fornito ai giapponesi la garanzia di mantenere l’Imperatore Hirohito al suo posto, la resa di Tokyo sarebbe arrivata nel giro di poche settimane.

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