venerdì, Novembre 15

La crisi dell’ ONU tra critiche ed inefficienza A fine 2017 il bilancio politico delle Nazioni Unite sembra essere negativo

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A seguito della decisione di spostare l’Ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, con il contestuale riconoscimento di quest’ultima come capitale dello Stato di Israele, la Turchia si è fatta promotrice di una Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per condannare la scelta degli Stati Uniti.

Il 6 dicembre, al voto in Assemblea, sono stati ben 128 su 193 i Paesi che hanno contrastato la decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele, portata avanti dall’Amministrazione Trump .

Gli USA, prima del voto, avevano minacciato i partner alle Nazioni Unite di ridurre sensibilmente i loro fondi per l’organizzazione internazionale qualora vi fosse stato un rigetto politico delle loro posizioni. Nikki Haley, Rappresentante permanente degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, ha ora confermato quanto dichiarato in precedenza: gli Usa diminuiranno di ben 285 milioni di dollari la loro quota contributiva alle casse dell’organizzazione.

Nel bilancio dell’ONU, le entrate sono corrisposte dai Paesi membri, in proporzione al Prodotto Interno Lordo. Proprio su questa base, gli Stati Uniti, che sono i principali finanziatori, devolvono circa un quinto del totale mondiale per il suo sostentamento.

Nella dichiarazione della Rappresentante, l’Amministrazione ha fatto intendere che gli Stati Uniti penseranno primariamente al loro interesse nazionale all’interno dell’ONU. La scelta sembra quantomeno insolita, visto che gli Stati Uniti sono stati i fondatori di questa organizzazione nonché i principali promotori. 

Sicuramente la presenza di Donald Trump alla Casa Bianca, presidente che ha sempre dedicato poca importanza a questa organizzazione, ritenendola obsoleta, non aiuta la struttura multilaterale.

L’invenzione di questo consesso fu fortemente voluta dagli Stati Uniti per tutelare i loro interessi ed affermare un nuovo sistema internazionale dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Solo pochi Paesi si sono schierati dal lato di Israele e Stati Uniti in questa battaglia politica. Il sostegno alle loro posizioni ha portato alcuni partner storici a dividersi. In particolare si è rotto il cosiddetto fronte di Visegrad  di cui fanno parte Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia, perché quest’ultima ha votato a favore, diversamente dagli altri, i quali però hanno comunque optato per l’astensione, dimostrando di non essere totalmente contrari alla scelta.

Questi Paesi nel corso degli ultimi anni avevano criticato aspramente l’Unione Europea e la stessa UNHCR (L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati)  per la gestione delle crisi migratorie attraverso la celebre rotta balcanica, che ha visto i membri del Gruppo Visegrad in grave difficoltà per la mole di migranti che si è concentrata lungo i loro confini.

Anche altre Agenzie Specializzate dell’ONU  sono in grave crisi di legittimazione, si pensi ad esempio all’UNESCO, al centro di importanti critiche da parte di Israele. L’organizzazione, Agenzia Specializzata delle Nazioni Unite, che si prefigge di promuovere la pace e la sicurezza attraverso la collaborazione scientifica, la cultura e l’educazione, ha nella primavera del 2017 ha contestato il sistematico tentativo di Israele di costruire insediamenti ebraici sui territori occupati dall’ armata israeliana.  

A seguito di questa scelta, sia Israele che gli Stati Uniti hanno annunciato che abbandoneranno l’Unesco in segno di protesta, il primo entro la fine del 2018, mentre i secondi già con il concludersi del 2017.

Già nel 2011 però gli USA avevano cessato il finanziamento dell’Agenzia Unesco in contrasto con la decisione di inserire l’Autorità Nazionale Palestinese come membro.

Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità, altra Agenzia Specializzata ONU, sta uscendo da un momento di crisi, dovuto in particolare ai recenti fallimenti sul caso ebola nel contenimento delle epidemie. Questa Agenzia è stata inoltre criticata per la presunta mancata trasparenza nelle votazioni per l’elezione del Direttore Generale in occasione del voto del 23 maggio del 2017, con il quale è stato eletto l’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus. Il voto infatti è segreto proprio per le sue modalità sembra che le scelte vengano dettate da giochi diplomatici tra i Paesi piuttosto che effettuare sulla base di valutazione meritocratiche dei curriculum dei candidati.  

Infine, si ricorda come nel 2015 la nomina di un rappresentante dell’Arabia Saudita a capo del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite destò particolare scalpore, visto che l’Arabia è il Paese che meno sembra rispettare i Diritti Umani e sul quale si hanno meno dati in assoluto riguardo il rispetto delle norme.

Se al termine del 2017 si prova a stilare il bilancio di questa annata in seno alle Nazioni Unite, sembra che le critiche e le inerzie siano ben più numerose dei successi. All’alba del settantatreesimo anno dalla fondazione, questa organizzazione internazionale sembra meno solida che mai, colpita dagli interessi nazionali degli Stati membri.

La scelta da parte di un membro fondamentale come gli Stati Uniti di bloccare i propri contributi potrebbe essere uno dei colpi fondamentali che minano dalla base la struttura delle Nazioni Unite. Questa azione, sebbene non può essere vista come la pietra tombale dell’ONU e delle relazioni multilaterali tra i Paesi, lascia però intendere che rinato l’approccio alla politica di potenza unilaterale di alcune grandi potenze del globo.   

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