venerdì, Febbraio 28

La crisi del lavoro negli Stati Uniti

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«Chiunque affermi che l’economia statunitense è in declino racconta storie», dichiarò il Presidente Barack Obama lo scorso gennaio, esortando i cittadini statunitensi a comprendere la portata del mutamento strutturale – in positivo, naturalmente – del mercato del lavoro verificatosi sotto la sua amministrazione. Nel corso dei suoi due mandati, il secondo dei quali è ormai al capolinea, Obama ha ripetutamente rivendicato il merito di aver creato milioni di posti di lavoro vanificando gli effetti deleteri della crisi economica scoppiata nel 2008.

In realtà, però, la politica di espansione monetaria lanciata in coordinamento con la Federal Reserve, che ha abbassato drasticamente i tassi di interesse, ha favorito la crescita esponenziale del mercato borsistico senza provocare un sensibile riassorbimento della forza lavoro Usa caduta in disgrazia a causa della crisi. Nonostante un tasso di disoccupazione tutto sommato confortante (4,9% registrato nel mese di giugno), specialmente se raffrontato alla situazione in cui versano diversi Paesi europei, all’interno degli Stati Uniti si contano oltre 90 milioni di cittadini in età lavorativa che rimangono al di fuori del mondo lavoro.

Tale discrepanza è sostanzialmente dovuta al particolare metodo di calcolo adottato dall’Us Bureau of Labor Statistics (Bls), Tale statistica viene ricavata tenendo fuori dal conteggio sia coloro che sono rassegnati a non trovare lavoro, sia coloro che percepiscono un sussidio di disoccupazione – che il Congresso ha accettato di allungare da 26 a 99 settimane per agevolare il sostentamento dei cittadini privi di occupazione. I disoccupati presi in considerazione nel conteggio sono soltanto i cittadini senza lavoro che si sforzano attivamente per trovarlo. Da ciò si evince che il tasso di riferimento può calare sia perché aumentano i lavoratori impiegati in rapporto ai senza lavoro attivi nella ricerca di un’occupazione, oppure, molto più semplicemente, perché diminuiscono questi ultimi. Sembra proprio essere il caso degli Stati Uniti, dove nel corso degli otto anni in cui Obama ha mantenuto la presidenza la forza lavoro impiegata è calata dal 65,7% a una percentuale che oscilla stabilmente tra il 62 e il 63% (livelli che si registravano verso la metà degli anni ’70). Se ai 7,8 milioni di disoccupati calcolati dal tosso ufficiale si assommano i circa 94 milioni dei senza lavoro che non vengono conteggiati perché non in possesso dei peculiari requisiti fissati dal Bls, risulta che oltre 100 milioni di cittadini Usa in età lavorativa è priva di occupazione.

Unitamente a ciò, si è registrata una forte contrazione della mobilità sociale: si calcola che un disoccupato impieghi circa il doppio del tempo rispetto a prima della crisi per trovare un nuovo lavoro. Il che obbliga un numero crescente di statunitensi ad accettare qualsiasi genere di occupazione venga loro offerta. La deindustrializzazione, conseguenza diretta dei processi di globalizzazione favoriti da accordi internazionali come il Gatt, in Nafta e da organizzazioni come il Wto – ha ridotto notevolmente  ridotto i posti di lavoro tradizionalmente ben remunerati disponibili nel settore secondario (trasferiti in Paesi del terzo mondo) e originato un processo di ‘terziarizzazione’ dell’economia Usa che ha rivoluzionato il mondo del lavoro. Non a caso, una parte ragguardevole dei posti di lavoro creati negli ultimi anni è part-time e in settori tradizionalmente poco remunerativi (circa il 70% dei posti di lavoro complessivamente creati), conformemente alle necessità del comparto produttivo che riguarda i servizi. Milioni di cittadini Usa si sono riciclati come camerieri, baristi, fattorini, venditori di cibo da strada, baby sitter, parcheggiatori, badanti, ecc., incrementando notevolmente la massa di cosiddetti working poors, vale a dire lavoratori con un salario insufficiente a garantire il tenore di vita che caratterizza la middle-class. Non desta quindi particolare stupore il fatto che, secondo i dati della Social Security Administration, il 50% circa dei lavoratori statunitensi ricavi meno di 20.000 dollari all’anno e che, negli stessi Stati Uniti, il numero di posti di lavoro a tempo pieno rispetto al 2008 sia diminuito di circa 100.000 unità, a fronte di una crescita di poco meno di 20 milioni di persone della popolazione registrata nel medesimo periodo.

E come sempre, l’impatto della crisi sul lavoro si è fatto sentire in maniera diversa a seconda delle etnie, al punto da spingere l’autorevole Pew Research Center a concludere che «molto è cambiato per gli afroamericani, ma una cosa non è cambiata: il tasso di disoccupazione tra neri è circa il doppio di quello tra bianchi, come lo è stato per la maggior parte degli ultimi sei decenni». Oltre a ciò, va notato che nel 2011 una famiglia nera disponeva di un patrimonio netto medio pari al 7% circa di quello delle famiglie bianche (6.446 dollari contro 91.405). Nel 1984, il rapporto si attestava al 9%.

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