sabato, Agosto 24

La crisi dei Paesi emergenti è legata alla politica della Fed? Ecco gli effetti della 'normalizzazione monetaria' della Federal Reserve

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La Federal Reserve sta ponendo fine alla politica espansiva introdotta all’indomani dello scoppio della crisi la serie di programmi di Quantitative Easing (Qe). Conformemente a tale linea operativa, la Fed ha acquistato dal novembre 2008 grosse quantità di Treasury Bond e di titoli di vario genere incrementando il proprio bilancio fino alla cifra stratosferica di 4.500 miliardi di dollari, a fronte degli 869 miliardi registrati nel 2007. Il che ebbe l’effetto di sospingere il prezzo dei Treasury Bond (T-Bond) e deprimere la loro redditività al di sotto del tasso d’inflazione – nei fatti, chi acquistava bond statunitensi compiva una scelta nettamente anti-economica. In questo modo, la Fed ha pompato un fiume di liquidità a beneficio dei grandi colossi del credito, poiché i titoli riacquistati si trasformano in riserve che le banche sfruttano per garantire i prestiti erogati (che normalmente, attraverso il meccanismo della riserva frazionaria superano di decine di volte il valore delle riserve stesse generando interessi a ciascun istituto di credito per ogni prestito concesso) e, soprattutto, per sostenere massicce operazioni speculative che garantiscono una maggiore e più rapida remunerazione. Allo stesso tempo, però, la scarsa redditività garantita dai T-Bond ha favorito un deflusso di capitali verso i Paesi emergenti, i quali si erano attrezzati di tutto punto per soddisfare i criteri del Washington consensus con lo scopo di attrarre denaro dall’estero.

La Turchia, sotto questo aspetto, rappresenta un caso paradigmatico trattandosi di un Paese capace di mantenere il debito pubblico stabilmente al di sotto della soglia del 30% del Pil, di contenere il deficit a meno del 3% e di garantire un’elevata riserva di manodopera a basso costo. Forte di tali requisiti, Ankara ha avuto buon gioco a contrarre enormi prestiti da banche straniere per finanziare gli investimenti sia pubblici che privati, mettendo in moto una crescita economica talmente impetuosa da indurre alcuni analisti a paragonarla a quella realizzata dalla Cina. Senonché, i prestiti contratti dalla Turchia con le banche estere erano denominati in valuta estera (euro e dollaro), e  ciò rendeva il Paese strutturalmente dipendente dalle oscillazioni monetarie; in caso di fuoriuscita di capitali, la moneta nazionale avrebbe subito forti pressioni al ribasso e il peso dei debiti sarebbe cresciuto in maniera inversamente proporzionale.

La ‘normalizzazione monetaria’ inaugurata dalla Federal Reserve sotto la guida di Janet Yellen e portata avanti dal suo successore Jerome Powell ha determinato proprio questo tipo di scenario, perché il progressivo rialzo dei tassi d’interesse è stato effettuato in parallelo al cosiddetto ‘Quantitative Tightening’ (Qt), consistente nella vendita di T-Bond e di altri tipi di titoli obbligazionari di cui la Banca Centrale Usa aveva fatto incetta durante la fase monetaria espansiva. Il risultato è stata una forte riduzione del credito bancario disponibile (si parla della vendita di titoli per un controvalore di 231 miliardi di dollari, che sono così ‘spariti’ dal sistema bancario) affiancata a un contro-esodo di capitali dai Paesi emergenti verso gli Usa indotto dagli accresciuti livelli di remunerazione garantiti dai T-Bond grazie al rialzo dei tassi. A pagarne le spese sono stati proprio quei Paesi emergenti che si erano indebitati con le banche straniere, i quali si sono visti costretti a procedere a continui rialzi dei tassi di interessi nel tentativo disperato di frenare la fuga di capitali innescata dalle mosse della Federal Reserve. La Banca Centrale turca, dal canto suo, ha alzato i tassi a livelli mai visti prima (17,75%) per tamponare l’emorragia di capitali, mentre la Nigeria ha acquistato grosse quantità di dollari sul mercato dei cambi per non trovarsi sprovvista di valuta pregiata. La combinazione delle manovre effettuate dalle Banche Centrali per scongiurare il soffocamento ha tuttavia finito per incrementare ulteriormente la domanda internazionale di dollari, innescando una spirale distruttiva da cui è molto difficile uscire.

Fenomeni del genere tendono a manifestarsi con ciclicità a partire dai primi anni ’80, in coincidenza con la rimozione su scala semi-globale delle leggi atte a disciplinare i movimenti di capitale. Allora, con Ronald Reagan alla Casa Bianca e Paul Volcker alla Federal Reserve, l’esorbitante innalzamento dei tassi richiamò negli Usa canalizzando verso Wall Street gigantesche quantità di capitali da tutto il mondo, incoraggiando una fortissima rivalutazione del dollaro rispetto allo yen, al marco e a tutta una serie di valute di primo livello. Ne scaturì una furiosa competizione generalizzata che vide decine di Paesi innalzare a loro volta i tassi di interesse per cercare di frenare il deflusso di denaro verso gli Usa, che in quel frangente erano sottoposti alla deregulation reaganiana. Il trend deflazionista originato da questo immane gioco al massacro incrementò il peso reale dei debiti dei Paesi in via di sviluppo che avevano contratto prestiti a tassi di interesse fluttuanti o indicizzati al Libor (che dopo il rialzo dei tassi della Fed aumentò del 300%) dalle banche coinvolte nel riciclaggio dei petrodollari. La crisi del debito dei Paesi in via di sviluppo (Messico, Argentina, Brasile, Congo, Nigeria, Jugoslavia, ecc.) fu l’inesorabile sbocco del rialzo generalizzato dei tassi di interesse.

Qualcosa di simile, anche per le conseguenze letteralmente catastrofiche che determinò, si è verificato con la crisi delle Tigri Asiatiche del 1997,quando, dopo un costante afflusso di dollari verso Thailandia, Indonesia, Malesia, Filippine e il resto dei Paesi areali, gli Usa elevarono i tassi riducendo la disponibilità monetaria in circolazione e incrementando la quotazione del dollaro proprio mentre la speculazione internazionale – guidata dall’immancabile George Sorosstava prendendo di mira questi Paesi. Il risultato fu, come osservato dal colonnello cinese Qiao Liang, che «il capitale che era confluito in Asia migrò verso il mercato degli Stati Uniti, creando il secondo grande rialzo azionario nella storia degli Stati Uniti».

Il medesimo scenario si è riproposto in misura meno distruttiva a cavallo tra il 2013 e il 2014, quando le prime avvisaglie di Tapering (vale a dire la riduzione degli acquisti di Treasury Bond da parte della Federal Reserve) provocarono un massiccio trasferimento di capitali verso gli Stati Uniti tradottosi in deprezzamento e parallelo aumento della redditività dei bond decennali greci, svalutazione della lira turca rispetto al dollaro (con la Banca Centrale di Ankara che raddoppiò gli acquisti di titoli di debito turchi), arretramento del rand sudafricano e della rupia indiana, svalutazione del rublo e aggravamento del dissesto economico in Ucraina, Thailandia e Indonesia – oltre che in crollo delle Borse di tutto il mondo. Le ricadute più pesanti subì il Brasile, la cui Banca Centrale, dopo aver bruciato oltre 350 miliardi di dollari per difendere la valuta nazionale, decretò un innalzamento dei tassi di interesse oltre la soglia del 10%. Il governatore della Banca Centrale brasiliana Alexandre Tombini parlò allora di ‘effetto aspirapolvere per descrivere la capacità statunitense di richiamare parte assai ragguardevole degli oltre 4.000 miliardi di dollari che si erano riversati sui Paesi in via di sviluppo in seguito alla politica iper-espansiva inaugurata dalla Fed.

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