domenica, Gennaio 19

La crisi dei confini aggrava l’emergenza profughi nei Balcani field_506ffb1d3dbe2

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È sempre più complicata la situazione lungo la Via del Mediterraneo Orientale, il tragitto noto anche come Via dei Balcani, seguita quest’anno da mezzo milione di profughi sbarcati in Grecia e diretti in Europa. Nel corso dell’ultima settimana, migliaia di bambini, donne e uomini sono rimasti bloccati in suolo croato e serbo a seguito della chiusura dei confini con Ungheria e Slovenia. L’attesa per la riapertura parziale dei passaggi è durata fino a dieci ore, a volte un giorno intero, con poco o nulla per ripararsi dalle forti piogge tornate a funestare i Balcani, provocando un brusco calo termico che ha spinto la colonnina di mercurio fino a 7 gradi. Malgrado la distribuzione di coperte e teli isolanti, in molti sono stati costretti a trascorrere le nottate all’addiaccio, nel fango, improvvisando fuochi da campo alimentati con la poca legna asciutta reperita nei paraggi, spesso sostituita dai rifiuti disseminati ovunque.

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Frontiere chiuse in Bulgaria e Slovenia, Croazia isolata

Il caos è iniziato venerdì 16 ottobre a mezzanotte, quando l’Ungheria ha predisposto il blocco del confine con la Croazia interrompendo il transito dei migranti. Stando alle dichiarazioni del ministro degli Esteri bulgaro Peter Szijjarto, la decisione è una conseguenza dell’impossibilità di sostenere oltre il flusso migratorio, giunto solo in Bulgaria a più di 383 mila persone da inizio anno. In precedenza il premier Viktor Orban aveva ordinato l’interruzione dei transiti provenienti dalla Serbia con la creazione di una barriera lungo l’intera linea di confine, decisione piuttosto sgradita a Belgrado. A seguito dello stop, la Via dei Balcani ha immediatamente mutato il proprio corso in territorio croato, puntando ad ovest, verso il valico di Dobova in Slovenia. L’intensità degli arrivi (20 mila profughi in tre giorni) ha rapidamente saturato la capacità di ricezione slovena, provocando una nuova crisi di confine. Nella notte di martedì il governo si è riunito a Lubiana per discutere del problema, annunciando la volontà di emendare una legge per consentire l’intervento delle forze armate nel pattugliamento delle zone di frontiera. All’indomani dell’incontro, secondo la televisione nazionale croata Hrt erano già visibili le prime colonne di blindati slovene in arrivo a Dobova. La ragione del rafforzamento dei contingenti lungo il confine con la Croazia deriva dalla crescente insofferenza provocata dal blocco di un treno con 1800 profughi, proveniente dalla città di Tovarnjc, sul confine serbo-croato. A quanto pare, in caso di ribellione la polizia non sarebbe in grado di arrestare la folla di disperati rimasti ‘intrappolati’ nel convoglio. Nelle stesse ore, Lubiana ha accusato il governo croato di scarsa organizzazione, e di essersi lasciato sfuggire il controllo del flusso di profughi diretti in Europa. I passaggi a Dobova sono poi ripresi in modo intermittente, alternando riaperture e chiusure nel tentativo di ridurre la pressione lungo la via per l’Austria e il Nord Europa, dando priorità ai bambini, alle donne e alle persone svantaggiate. Allo stesso modo, le autorità bulgare hanno assicurato di voler mantenere alcuni valichi aperti, a disposizione dei profughi intenzionati a richiedere formalmente asilo politico. Come in un tamponamento a catena, il rallentamento forzato del flusso in Croazia ha spinto Zagabria ad agire di conseguenza, predisponendo la momentanea chiusura del confine con la Serbia a Baspka, nel Sudest del Paese.

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Dal Mare Egeo all’Europa 

Le ‘grandi manovre’ in corso nei Balcani si stanno ripercuotendo in primis sui rifugiati. Per gran parte di loro la marcia verso l’Europa diventa un calvario senza fine. Come previsto, la chiusura della frontiera croata non è riuscita a risolvere il problema, ma lo ha semplicemente trasferito in Serbia, precisamente a Šid, minuscola cittadina posta ad una manciata di chilometri dal confine. Malgrado le strutture ricettive allestite dagli operatori di UNHCR e Croce Rossa, il centro di raccolta di Šid è stato invaso dai profughi, per i quali l’attesa si è presto trasformata in un patimento per la mancanza di viveri, acqua, servizi igienici, ripari e assistenza medica adeguata per tutti. Il viaggio della speranza di queste persone ha inizio lungo le coste turche bagnate dal mare Egeo, dove un passaggio su un barcone affollato all’inverosimile costa fino a 2.500 euro. Le attraversate avvengono di continuo, di giorno e di notte, talvolta con il mare mosso, pertanto i naufragi sono all’ordine del giorno, e solo nell’ultima settimana hanno perso la vita trenta persone, tra le quali sette bambini. I profughi che raggiungono la Grecia vengono convogliati verso un centro di raccolta alla periferia di Atene, e da qui ha inizio il viaggio via terra che conduce al confine con il Fyrom (Repubblica di Macedonia), quindi in Serbia, in Croazia, quindi alle frontiere con l’Ungheria e la Slovenia, ultimo passaggi verso il Nord Europa tanto agognato.

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