martedì, Settembre 29

La crescita ha distrutto, lasciamo che la decrescita ricostruisca

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Parigi Alla fine di ogni anno viene pubblicata una pletora di report economici che includono previsioni riguardanti le performance dell’economia dei Paesi. Dal report sui Paesi del Fondo Monetario Internazionale all’annuale edizione speciale dell’‘Economist’ “Il mondo in…”, il PIL dei Paesi è l’indicatore chiave usato in questi documenti. Governi e banche gli attribuiscono un’importanza degna del centro del mondo. I leader fanno ai loro cittadini promesse di crescita economica, il che significa incremento del PIL. E, quando falliscono, iniziano a spiegare perché hanno fallito, con delle motivazioni che variano da inaspettati shock economici a resistenze politiche alle loro riforme. Spesse volte la parola ‘economico’ viene usata in modo improprio, diventando semplicemente ‘crescita’, un indizio della sua popolarizzazione.

Di solito, la crescita del PIL è il primo aspetto considerato da un report economico. Dopodiché, il focus si sposta su altri elementi: tra questi, secondo una convenzionale saggezza in materia economica, i più importanti sono i tassi d’inflazione, i tassi di disoccupazione e la situazione del budget del governo in questione – deficit o, raramente, surplus. Il lettore trova quindi, nel bel mezzo del tipico report, il tasso di povertà, che, forse, è il più significativo di tutti.

In termini semplici, il PIL misura nient’altro che l’ammontare di consumo personale, investimenti privati, spese governative ed export netto (export meno import) di una certa economia in un dato periodo. Dunque, misura solo il grado di attività economica in uno specifico Paese. Secondo una convenzionale saggezza in materia economica, quella quantità dovrebbe sempre crescere esponenzialmente, forse in maniera controllata, ma non dovrebbe mai crollare. Gli economisti più convenzionali postulano che una riduzione di attività economica porti a una crisi economica. Ci sono inoltre vari gradi di gravità della crisi basati su cosa accade al PIL, dalla stagnazione alla recessione o, peggio, alla depressione. Ma la saggezza convenzionale si è talmente spesso rivelata errata che una mente arguta non dovrebbe lasciarsi sopraffare dalle sue perentorie affermazioni. Numerosi sono gli esempi di precedenti credenze che si sono rivelate poi completamente infondate.

La crescita economica è considerata il principale target economico per la maggior parte dei Paesi, non importa dove, perché, quando o come. Tutte le evidenze, però, puntano in un’altra direzione: la crescita del PIL è una cifra priva di significato e un obiettivo controproducente e letale per la maggioranza dei Paesi. Esso ci riferisce del cambiamento di quantità di attività economica del Paese: questo è tutto quello che apprendiamo dal PIL. È come se si trattasse del peso e dell’altezza di un paziente – dati che possono certo dare talune informazioni al medico, ma che rimangono perlopiù irrilevanti per quanto riguarda la situazione di salute del paziente. Sono, in generale, una questione superficiale.

Impostare la crescita economica come obiettivo significa per un governo inseguire uno scopo molto materiale e quantificabile. È un fine molto meno valido dell’aumento della coesione sociale o del miglioramento della qualità di vita dei cittadini. Tale finalità basata sul denaro è un indicatore molto rilevante della tendenza alla materializzazione della vita umana.

La Cina ha generato delle cifre di crescita economica spaventose. Mentre quella tendenza si è risolta in un’allarmante inquinamento, essa non ha portato a una diminuzione dell’ineguaglianza. Nella realtà, il coefficiente di Gini della Cina (una misura di disuguaglianza di guadagno nei Paesi) è ben oltre lo 0.4, che è la soglia oltre alla quale la situazione di ineguaglianza di un Paese potrebbe causare irrequietezza sociale. Inoltre, è recentemente divenuto chiaro che un’aumentata attività economica porti all’inquinamento, in particolare in Paesi dove lo Stato non si concentra sulla protezione dell’ambiente per inseguire la crescita del PIL, come negli Stati Uniti o in Cina. Per generare la sua monumentale crescita economica, la Cina ha permesso la distruzione del suo stesso ambiente e ha istituito leggi e regolamenti sul lavoro quasi feudali. Sia la sofferenza dei lavoratori, sia la dilapidazione di risorse naturali sono risultati di una frenetica ricerca di crescita economica esponenziale e dell’attività economica isterica che essa necessita.

La relazione tra l’uso di petrolio (che inquina) e l’attività economica è una realtà. Quando l’attività economica globale rallenta, i prezzi del petrolio iniziano presumibilmente a crollare, come risultato della diminuzione di richiesta di carburante. La diminuzione della richiesta è il prodotto di un’attività economica ridotta. Inoltre, l’attività economica dipende dall’uso di innumerevoli risorse economiche. Smartphone, jeans, automobili nuove di fabbrica e altri beni di consumo di massa sono ricavati da materiali grezzi che includono risorse naturali rinnovabili e non che scarseggiano sempre di più. Il concetto di attività economica incrementata va contro quello di razionalizzazione, che l’Uomo deve applicare se vuole rimediare o, quantomeno, palliare il problema delle risorse naturali sempre più scarse.

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