giovedì, Ottobre 1

La crescente appetibilità dei bond è un rischio per l’economia statunitense? La 'normalizzazione monetaria' della Fed potrebbe avere effetti molto spiacevoli

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Il nuovo presidente della Federal Reserve Jerome Powell ha ribadito dinnanzi al Congresso che la ‘normalizzazione monetaria’ proseguirà regolarmente nonostante l’inflazione sia rimasta stabile per tutto il 2017 e la forte volatilità che durante la prima parte di febbraio ha messo fortemente in crisi i mercati finanziari. A suo dire, il mercato del lavoro ha ormai raggiunto una solidità tale da garantire la sostenibilità delle spese dei consumatori, cosa che indurrà le imprese ad effettuare investimenti produttivi. Powell ha inoltre dichiarato che la Fed sta lavorando per fissare un punto di equilibrio che consenta sia di evitare un surriscaldamento dell’economia, sia di favorire un costante innalzamento dei prezzi che si attesti sul 2%. Eppure, il metodo di calcolo rimasto in vigore fino al 1990 – che l’economista John Williams continua ad adottareindica che l’inflazione sia molto vicina alla soglia del 6%, a fronte di 50 milioni di persone che incombono in gravi difficoltà a mettere insieme pranzo e cena e di un potere d’acquisto che nel 2016 risultava del 32% inferiore rispetto al 1968. Senza contare che gli inoccupati in età da lavoro sono circa 100 milioni su una popolazione di 323 milioni, a cui vanno ad aggiungersi 6 milioni di sottoccupati che vorrebbero lavorare a tempo pieno ma il mercato del lavoro non offre loro questa possibilità. L’espressione “surriscaldare l’economia” ha quindi un significato piuttosto ambiguo se riferita a un Paese come gli Stati Uniti, che proprio nel 2017 ha chiuso l’anno con un deficit commerciale di 566 miliardi di dollari nonostante Powell abbia dichiarato che un’accelerazione della crescita all’estero ha rilanciato le esportazioni Usa e «fornito un supporto notevole al nostro settore manifatturiero». L’impressione sempre più diffusa è che le statistiche sulla base delle quali i ‘decisori’ di Washington impostano le loro traiettorie operative siano completamente sconnesse dalla realtà economica in cui versano gli Stati Uniti.

In tale contesto, un sensibile aumento dei tassi si tradurrebbe in stretta creditizia e in aumento degli interessi sul debito dei cittadini che nel 2017 hanno aumentato la spesa per i consumi del 2,7% a fronte di un reddito personale reale disponibile cresciuto soltanto dell’1,9%. L’incremento del indebitamento che ne è scaturito va peraltro ad accompagnarsi a un calo del tasso di risparmio per i consumatori dal 3,7% al 2,9% tra il 2016 e il 2017: il minimo da oltre 10 anni a questa parte. Ma anche a livello di Borsa l’impatto potrebbe essere devastante. Attualmente i Treasury Bond a 10 anni rendono il 2,91%, ma è pressoché scontato che la ‘normalizzazione monetaria’ della Fed li porterà al di sopra della soglia psicologica del 3%, riducendo ulteriormente il già esiguo margine di redditività che attualmente privilegia le azioni rispetto ai titoli di Stato. Attualmente, la remunerazione garantita dalle azioni e dell’1,66% superiore ai Treasury Bond decennali. Si tratta di una redditività che non era mai stata così bassa dal 2010, e che impallidisce rispetto agli oltre 4 punti percentuali di inizio 2016 e degli 11 punti percentuali del 2011. A differenza di oggi, i rischi per chi investiva sui mercati azionari erano all’epoca molto meglio remunerati rispetto a coloro che preferivano cautelarsi investendo in bond Usa.

Ragion per cui potrebbe verosimilmente verificarsi un esodo di capitali dal mercato azionario a quello obbligazionario, in particolare qualora «il rendimento reale dei titoli di Stato […] salisse sopra l’1%; allora per il mercato azionario il contraccolpo ci sarebbe», come ha dichiarato il manager di Pictet Am Marco Piersimoni al ‘Sole 24 Ore’, benché gli acquisti di massa faranno giocoforza scendere il margine di remunerazione dei bond e deprimere il loro prezzo. Un crack di Borsa può avere effetti letteralmente devastanti, se si considera che il margin debt (l’ammontare dei soldi presi in prestito per acquistare azioni impegnando le stesse come garanzia) ha sfondato la soglia dei 580 miliardi di dollari e che molte imprese quotate al New York Stock Exchange (in specie quelle prese in esame dallo Standard & Poor’s 500) sono solite riacquistare le proprie azioni per accrescerne artificiosamente il valore.

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