sabato, Agosto 8

La continuità della politica Usa in Medio Oriente

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Il crollo del Muro di Berlino nel 1989 ha segnato uno spartiacque epocale, che giunse però al termine di una lunga fase di declino che colpiva l’Unione Sovietica. Gli Stati Uniti di George Bush sr. colsero allora l’occasione per far valere tutta la propria superiorità politica, economica e militare incrementando il proprio interventismo nelle aree cruciali del pianeta. Dopo aver posto le basi per la riunificazione tedesca, l’ingresso della Germania nella Nato e il progressivo spostamento verso i confini russi della macchina tecnico-militare Usa sotto l’ombrello atlantico, Washington decise di focalizzare l’attenzione sul Medio Oriente, macroregione che all’epoca conteneva oltre la metà delle riserve petrolifere accertate.

Il primo tassello inserito nel nuovo mosaico geopolitico concepito dagli Stati Uniti è costituito dall’aggressione all’Iraq di Saddam Hussein, che fino a un paio d’anni prima aveva usufruito dell’appoggio statunitense nell’ambito della guerra contro l’Iran khomeinista. Gli Usa appoggiarono però in forma coperta anche Teheran, fornendo armi attraverso una triangolazione che sarebbe salita agli onori della cronaca – facendo tremare i vertici dell’amministrazione Reagan – come Irangate. Quel sanguinoso conflitto, capace di mietere ben 1 milione di vittime in otto anni di combattimenti (1980-1988), rispondeva in pieno alla dottrina del ‘doppio contenimento’, finalizzata a impedire l’emergere di un’unica potenza egemone in Medio Oriente. Non a caso, la guerra terminò con un sostanziale pareggio che segnava di fatto un netto indebolimento di entrambi i Paesi, conformemente a ciò che gli Stati uniti auspicavano. Saddam Hussein si ritrovò oberato da 70 miliardi di dollari di debito contratto per sostenere il conflitto, in particolare con il piccolo emirato del Kuwait, ma disponeva ancora di un esercito ben armato ed equipaggiato che lo poneva nelle condizioni di coltivare progetti egemonici sgraditi a Washington.

I primi ammiccamenti nei confronti di Mosca lanciati da Saddam insinuarono fin da subito nel governo Usa il sospetto che il leader iracheno intendesse cambiare alleato, e puntasse alla costituzione di un asse Bagdad-Mosca ritenuto suscettibile di minacciare gli interessi statunitensi nell’area mediorientale. Washington si rivolse allora al fido governo del Kuwait, il quale dispose l’immediata attivazione del giacimento di Rumalia con l’esplicito obiettivo di elevare la produzione petrolifera oltre i limiti stabiliti dall’Opec. La sovrabbondanza energetica produce un forte deprezzamento del greggio che finì per aggravare la condizione economica dell’Iraq, dal quale lo stesso Kuwait iniziò parallelamente a pretendere l’immediata estinzione del debito precedentemente contratto. Saddam Hussein, ignaro delle oscure manovre statunitensi, ipotizzò di risolvere la situazione con un clamoroso colpo di spugna; uninvasione militare del Kuwait capace di attenuare la disastrosa condizione economica in cui versava lIraq e di estendere linfluenza irachena sullintera area del Golfo Persico. April Glaspie, ambasciatrice statunitense a Bagdad, rassicurò il governo di Baghdad ribadendo la volontà di Washington di mantenere buoni rapporti con l’Iraq e garantendo che diplomazia ed esercito statunitensi sarebbero rimasti fuori dal contenzioso, che si preannunciava come imminente. Ottenute le debite garanzie, Saddam Hussein ordinò linvasione del Kuwait, che scattò a cavallo tra l’1 e il 2 agosto del 1990. Poche ore dopo l’invasione, gli Stati Uniti inscenarono una campagna propagandistica atta a demonizzare il governo iracheno, che raggiunse il suo culmine con la famigerata – e altrettanto inventata – ricostruzione della presunta strage di neonati commessa dalle forze irachene resa da un’anonima cittadina kuwaitiana che si sarebbe successivamente rivelata la figlia di un ambasciatore del Kuwait, istruita a dovere sulla commedia da recitare da una agenzia di pubbliche relazioni statunitense. Una volta ottenuto – o strappato – il nulla osta dai Paesi mediorientali allineati al ‘Washington consensus’, gli Stati Uniti impiegarono le due settimane successive all’invasione del Kuwait per dar vita a una coalizione di 450.000 uomini guidata dal generale Norman Schwarzkopf. Il 17 gennaio 1991 scattò l’operazione Desert Storm, nell’ambito della quale i bombardamenti aerei spianarono la strada alle truppe di terra, che il 23 febbraio invasero il Paese arrestandosi cinque giorni dopo in corrispondenza della linea di cessate il fuoco provvisorio disposta dal presidente George Bush sr.. Riflettendo sulle ragioni che stanno alla base dell’aggressione statunitense, lo studioso Samuel Huntington nota lucidamente che: «la posta in gioco era stabilire se il grosso delle maggiori riserve petrolifere del mondo sarebbe stato controllato dai governi saudita e degli Emirati – la cui sicurezza era affidata alla potenza militare occidentale – oppure da regimi indipendenti anti-occidentali in grado e forse decisi a utilizzare l’arma del petrolio contro l’Occidente […]. Prima della guerra, Iran, Iraq, il Consiglio per la Cooperazione nel Golfo e gli Stati Uniti competevano per l’acquisizione di influenza nel Golfo. Al termine del conflitto, il Golfo Persico era diventato un lago americano».

Avendo raggiunto l’obiettivo segnalato da Huntington, gli Usa evitarono di rovesciare Saddam Hussein ma non esitarono ad applicare un durissimo embargo e a bombardare il Paese ogni qualvolta l’intelligence statunitense segnalava la presenza di depositi militari in territorio iracheno. Durante gli otto anni di mandato di Bill Clinton, questo modus operandi divenne la prassi comunemente adottata nei confronti dell’Iraq. Ma fu sotto l’amministrazione guidata da George Bush jr. che il Medio Oriente acquisì un’assoluta centralità strategica. Gli attentati dell’11 settembre 2001 fornirono al presidente e alla cerchia neoconservatrice che lo circondava di mettere in pratica le traiettorie di politica estera Usa teorizzate in documenti come il Rebuilding America’s Defenses e il Quadrennial Defense Review Report del 2001, in cui si legge che: «le armate statunitensi devono garantire l’imposizione, sotto la supervisione del presidente, dei piani statunitensi a qualsiasi avversario, a prescindere dal suo status di Nazione o di entità non-nazionale, rovesciare il regime di uno Stato nemico od occupare un territorio straniero finché le finalità strategiche statunitensi non siano state raggiunte».

L’invasione dell’Afghanistan, in cui viveva Osama Bin-Laden, fu il primo passo, a cui fece seguito l’attacco all’Iraq che portò alla rimozione definitiva di Saddam Hussein, accusato senza alcuna prova di intrattenere stretti rapporti con al-Qaeda e di aver sviluppato armi di distruzione di massa. Ma il ruolino di marcia non si limitava all’Iraq. Nel 2007, il generale in pensione Wesley Clark dichiarò di esser venuto a conoscenza di un piano elaborato dal governo Usa mirante a «far fuori sette Paesi in cinque anni, ovvero Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e per finire Iran». Il piano portava il nome di Greater Middle East Project, ed era stato annunciato da George Bush jr. in occasione del G8 del giugno 2004. Esso contemplava l’impiego di strumenti politici, economici e militari per scardinare gli assetti geopolitici dell’area geografica che si estende dal Marocco al Pakistan e sostituirli con strutture statali maggiormente confacenti agli interessi Usa.

Conformemente a questo progetto, gli Stati Uniti si mossero simultaneamente su più livelli, rinsaldando l’asse Washington-Tel Aviv al fine di concorrere all’affermazione di Israele al rango di potenza egemone della regione e confinare gli arabi di Palestina in appositi bantustan controllati dalle forze israeliane. Successivamente, riversarono benzina sul focolaio libanese promuovendo ed incoraggiando la sommossa anti-siriana scaturita dall’enigmatico super-attentato, datato 14 febbraio 2005 ed istantaneamente attribuito a Damasco per via della vicinanza tra Bashar al-Assad e il presidente libanese Emile Lahoud, che stroncò la vita del popolarissimo Rafik al-Hariri, dimessosi da poco dall’incarico di primo ministro in segno di protesta contro la svolta filo-siriana imboccata dal proprio Paese. La rivolta, prontamente ribattezzata come ‘Rivoluzione dei Cedri’, spianò la strada a Washington, i cui portavoce – che si guardano bene dall’esercitare pressioni analoghe su Tel Aviv affinché proceda al ritiro delle proprie forze militari dal Golan, sotto occupazione israeliana dal 1967 – intimarono minacciosamente che «gli Stati Uniti ordinano ai siriani di andarsene dal Libano», costringendo Damasco a dichiarare la fine del protettorato siriano sul Libano e il ritiro delle proprie forze armate dal territorio libanese. Sguarnito dalle protezione siriana, il Libano fu quasi subito preso di mira dal devastante attacco israeliano, che ridusse il sud del Paese a un cumulo di macerie ma non fu sufficiente a capitalizzare il vero obiettivo strategico, consistente nello sradicare Hezbollah per spezzate la ‘mezzaluna sciita’ che collegava (e collega ancora oggi) Libano, Siria ed Iran.

L’Iran rimaneva nel mirino sia degli Stati Uniti che di Israele, ufficialmente per via del suo ambiguo programma nucleare, ma la rapida ripresa della Russia e la crescente influenza cinese hanno sbarrato la strada a qualsiasi intervento militare diretto contro la Repubblica Islamica. Gli Usa di Barack Obama svilupparono allora una strategia operativa alternativa, consistente nell’indebolire l’alleanza tra Russia, Cina ed Iran attraverso una serie di concessioni (come la revoca delle sanzioni) a quest’ultimo Paese, ritenuto da un geopolitico del calibro di Zbigniew Brzezinski una pedina fondamentale per serrare l’accerchiamento al cosiddetto Heartland, il ‘cuore del mondo’ di mackinderiana memoria. Conformemente alle indicazioni dell’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale del presidente Jimmy Carter, l’amministrazione Obama riprese a ‘cavalcare la tigre islamica’ come aveva già fatto sostenendo sia i mujaheddin afghani in lotta contro l’occupazione sovietica protrattasi dal 1979 al 1989 che i guerriglieri ceceni negli anni ’90. L’appoggio alle cosiddette ‘primavere arabe’ si incasellava perfettamente in questo piano, in quanto suscettibile di provocare un ‘risveglio islamico’ nel Caucaso e nelle repubbliche centroasiatiche, così da creare instabilità ai confini della Federazione Russa – all’interno della quale vivono non meno di 20 milioni di musulmani.

Il rovesciamento dei regimi in Tunisia ed Egitto contribuì a innescare una rivolta di segno islamista anche in Libia, dove i Fratelli Musulmani di Cirenaica e altri gruppi armati appartenenti alla variegata galassia islamista si sollevarono contro Muhammar Gheddafi. Fu tuttavia necessario l’intervento diretto della Nato sotto egida statunitense, francese e britannica per permettere ai ribelli di avere la meglio sulle forze fedeli al colonnello. Uno scenario non troppo dissimile si è puntualmente riprodotto in Siria, dove le prime manifestazioni contro il governo di Bashar al-Assad furono immediatamente infiltrate da guerriglieri islamisti intenzionati a lanciare una crociata jihadista contro il regime (semi)laico e socialisteggiante del Baath. L’accanita resistenza opposta dall’esercito siriano, fiancheggiato da Hezbollah e dagli alleati russo e iraniano, ha impedito alle numerosissime milizie islamiste confluite in Siria da tutto l’universo sunnita (con il sostegno degli Usa, della Francia, della gran Bretagna, della Turchia e delle monarchie del Golfo) di rovesciare il governo in carica, mentre Mosca (spesso di concerto con Pechino) garantiva il proprio supporto aereo alle truppe governative e bloccava sistematicamente qualsiasi proposta di intervento militare da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati europei.

Si è così venuta a creare un’inerzia sostanzialmente favorevole alle forze schierate a fianco di Bashar al-Assad, che ha posto le condizioni per l’apertura di un tavolo negoziale ad Astana, in cui si cerca a tutt’oggi di definire per via diplomatica le linee di demarcazione tracciate con le armi. Secondo un documento stilato dai servizi segreti siriani e pervenuto in qualche modo nelle mani del generale libanese in pensione Amin Hoteit, è in tale contesto che il generale Michael Flynn, scelto da Donald Trump come proprio Consigliere per la Sicurezza Nazionale, avrebbe cercato di innestare il suo ingegnoso piano di riorganizzazione della Siria ‘pacificata’ mirante a istituire quattro aree di sicurezza per i profughi dotate di un’ampia autonomia dal governo centrale. Aree che verrebbero affidate alla ‘supervisione esterna’ di Turchia, Giordania e Russia. Secondo Hoteit, il progetto di Flynn pone le basi per lo smembramento della Siria pur tutelando alcuni dei sostanziosi interessi delle grandi potenze. Esso offrirebbe in primo luogo a Tel Aviv di blindare il proprio confine settentrionale grazie all’espulsione di Hezbollah da tutto il territorio siriano e all’istituzione di una zona-cuscinetto nei dintorni del Golan, con conseguente ridimensionamento della profondità strategica iraniana. Turchia ed Arabia Saudita manterrebbero invece la propria influenza (rispettivamente) su Aleppo e sulle regioni orientali del Paese, mentre la Russia, oltre a conservare le basi militari nelle aree occidentali della Siria, potrebbe ottenere dagli Stati Uniti sia il riconoscimento della Crimea come parte integrante del proprio territorio che la revoca dell’appoggio politico, militare e finanziario di Washington al regime russofobo di Kiev.

Il problema è che a Mosca vige il forte sospetto che i veri propositi del piano Flynn – poi dimessosi in seguito alle pressioni esercitate dalla fronda bipartisan del Congresso che gli contestava di ‘essere ricattabile dai russi’ – rimangano quelli individuati in ben due documenti redatti tra il 1983 e il 1986 dalla Cia e recentemente declassificati. Già allora il rovesciamento del governo baathista di Damasco rappresentava infatti un obiettivo strategico statunitense e israeliano, che in un caso (documento del 1986) si pensò di attuare fomentando le divisioni settarie per mezzo della Fratellanza Musulmana. L’altro scenario ipotizzato dalla Cia (documento del 1983) prevedeva invece di incoraggiare Israele e i Paesi arabi alleati degli Stati Uniti a prendere l’iniziativa militare con il fine ufficiale di rimettere in funzione l’oleodotto Kirkuk-Baniyas, che Damasco aveva chiuso nel 1980 come rappresaglia per l’attacco iracheno contro l’alleato iraniano. Come scrive l’analista Tony Cartalucci: «proprio come nel 1983 la Cia tentò di fare pressione sulla Siria istigando all’azione l’Iraq, la Turchia e Israele, così gli Usa stanno tentando di fare oggi […]. Si noti che, pur essendo il conflitto siriano cominciato nel 2011 sotto la presidenza Obama, l’addestramento delle opposizioni e la preparazione della guerra hanno avuto inizio nel 2007, con Bush alla Casa Bianca, come evidenziato dal giornalista Premio Pulitzer Seymour Hersh. Il fatto che una cospirazione così sfacciatamente rivolta a manipolare gli eventi nel Medio Oriente e in Nord Africa sia stata portata avanti ininterrottamente sotto ben sette diversi presidenti degli Stati Uniti costituisce la prova più evidente che a dettare la politica estera Usa non sono i rappresentanti eletti, bensì uno Stato occulto. L’idea che il nuovo presidente Donald Trump voglia o sia in grado di opporsi agli immensi interessi politico-finanziari che governano la politica americana da tre decenni è piuttosto astratta».

Il timore dei russi, anche alla luce del’attacco Usa dello scorso aprile contro la base militare siriana da cui Washington e alleati hanno affermato fosse partito un presunto attacco chimico (su cui gli stessi ispettori Onu hanno moltissimi dubbi), è quindi che l’amministrazione Trump non intenda realmente o non sia nelle condizioni – visto soprattutto il fortissimo ostruzionismo (mai così intenso dai tempi di Nixon) esercitato nei suoi confronti dallo ‘Stato profondo’ Usa – di introdurre significativi fattori di discontinuità rispetto alla strategia che vede gli Usa esasperare ormai da decenni la plurisecolare rivalità tra sciiti e sunniti al fine di perpetuare il caos ed evitare, come sempre, che emerga una potenza egemone in tutta l’area mediorientale.

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