mercoledì, Novembre 25

La Città Eterna non è immortale Qual'è il valore aggiunto che deriva a Roma dal comparire nella Lista Unesco?

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Roma monumenti

Parlare di Roma è davvero difficile, la letteratura esistente sulla città, sulla sua storia, sulle sue bellezze è immensa. Viene da dire, però, forse sfatando un mito, che “la Città Eterna non è immortale” (titolo del mio intervento alla Conferenza Nazionale dei Siti UNESCO, Paestum 2004). Perché viene definita eterna e perché non è immortale? Eterna lo è per antonomasia, non immortale per l’inevitabile, drammatica consunzione delle sue straordinarie ricchezze, un patrimonio incommensurabile. L’Umanità, a prescindere dall’inserimento della Capitale nella Lista del Patrimonio UNESCO, per indubitabile diritto possiede Roma. Qual’è, dunque, il significato, il valore aggiunto che deriva a Roma dal comparire nella Lista? Non certo lo stesso che altre città meno celebrate ne ricavano.

Roma caput mundi sembra essere una verità dogmatica, eppure la città perde colpi nelle classifiche delle Capitali europee che registrano il maggior afflusso turistico. Insomma, il valore di Roma viene dato troppo spesso per scontato. Non è in discussione l’organismo della città antica e monumentale concentrata nel cerchio delle Mura, non ciò che resta delle grandi opere di architettura di Apollodoro di Damasco, di Rabirio o di Gianlorenzo Bernini, quanto il recupero del sapore di quella realtà dimenticata fatta di vita quotidiana nei rioni storici, di case, botteghe, portici, servizi collettivi da restituire a un centro che, ad altezza di occhio umano, non si differenzia da altri del tutto simili: stesse vetrine, stessi manichini, stessi prodotti merceologici. Roma è una città dove ci si sente all’interno pur restando all’esterno. Le caratteristiche del tessuto urbano del sito di Roma fanno sì che il visitatore si senta abbracciato dalla personalità romantica e dall’idea di spazio chiuso che la città tuttora conserva.

Preservare l’identità di Roma dalle aggressioni, peraltro subite nel tempo soprattutto, come ben noto, nel periodo mussoliniano, è un imperativo da tramandare alle generazioni future. Il Colosseo è ancora lì, simbolo imperituro di una civiltà esemplare che ha dato origine a culture di diverse nazioni e popoli, ma il rispetto per i significati che esso incarna potrebbe andare perduto. Sono testimone di un episodio singolare e istruttivo. Durante una conferenza tenuta dagli esperti della Commissione Nazionale UNESCO in un liceo romano che ospitava studenti olandesi, si parlava proprio dell’identità partendo dall’esempio del Colosseo. Si cercava di stimolare i ragazzi affermando in tono serio ma, ovviamente, esasperato fino al ridicolo, che il Colosseo fosse sparito da un momento all’altro e li si interrogava su che cosa provassero ricevendo l’incredibile notizia. Le risposte furono tutte pertinenti e ben articolate, ma a un certo punto uno dei più giovani presenti chiese se davvero ci fosse in progetto di demolire il simbolo di Roma. Ecco, dunque, che la preoccupazione di perdere i riferimenti certi, gli emblemi di quel patrimonio che troppo spesso viene considerato come un tesoro a cielo aperto inviolabile e inalterabile, prende forma e non a torto. Ciò non significa che si debba intendere il sito di Roma come rigida cristallizzazione di testimonianze di epoche più o meno remote giunte fino a noi.

Roma è un organismo vivo, il suo processo di crescita va incanalato verso matrici di sviluppo che abbiano come sfondo l’unicità e l’irripetibilità della sua morfologia. Le strategie di intervento sono molteplici, ma in relazione alla presenza nella Lista del Patrimonio UNESCO risalta anzitutto una stonatura: un solo sito iscritto sembra essere riduttivo rispetto alla molteplicità di valori culturalmente emergenti da tutelare a Roma. Dunque, la prima operazione potrebbe essere la predisposizione della candidatura di un secondo e, perché no, di un terzo sito capitolino, idea non certo nuova ma ancora non concretizzatasi. È a dir poco disorientante, per esempio, che il Parco Archeologico di Ostia Antica non compaia nella Lista o che la via Appia Antica sia bene sotto la tutela dell’UNESCO solo fino alla Porta San Sebastiano, oltre la quale sono mirabilie rarissime, care non solo agli studiosi ma anche alla cittadinanza, che, dal 1997 grazie a un provvedimento dell’amministrazione Capitolina di divieto di transito di domenica e nei giorni festivi, può passeggiarvi liberamente. Con l’andare degli anni, tutte le indicazioni della storia dovrebbero essere correttamente assunte tenendo conto di essere sì nella capitale mondiale dell’antichità, ma anche in una  metropoli del terzo millennio, che reca in sé la somma dei problemi avvertiti in tutti gli insediamenti urbani di grandi dimensioni. Il legame sottile che Roma stabilisce tra antico, vetusto, moderno, post-moderno e attuale in un insieme inevitabilmente disomogeneo fa della città un campionario di contraddizioni non solo architettoniche e urbanistiche, ma anche socio-economiche che vanno risolte attraverso una attenta politica di tutela.  

Il sito di Roma ha bisogno di essere valorizzato? Per quanto strano possa sembrare, la risposta è semplice: sì. C’è bisogno, un bisogno interiore, di impegno soprattutto intellettuale da profondere in misura sempre maggiore per scongiurare di sottrarre spazio allo spazio, verde al verde, bellezza alla bellezza nella più grande concentrazione del mondo di ricchezze stratificate in tremila anni di storia.  

 

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