martedì, Agosto 4

La Cina dichiara guerra al mining per colpire il bitcoin La National Development and Reform Commission (NDRC) ha inserito il settore nell'elenco delle attività che potrebbero essere vietate

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Come riportato dal Global Times, «Lunedì, la principale agenzia di pianificazione economica della Cina, la National Development and Reform Commission (NDRC), ha pubblicato un catalogo di industrie che avrebbe supportato, limitato o eliminato. Il catalogo elencava le attività ‘minerarie’ per Bitcoin e altre valute virtuali come un’area da ‘eliminare’». In totale sarebbero 450. La lista è in realtà un aggiornamento rispetto a quella pubblicata nel 2011 e sebbene non siano state indicate scadenze specifiche, l’eliminazione del settore è data ormai per certa. Per questo, dato che la Cina è leader mondiale nelle attività di ‘estrazione’ di questa valuta, la mossa potrebbe avere un impatto importante sul mercato globale. La moneta, anche per le restrizione di Pechino, aveva perso valore tanto da esser passata, in due anni, da 20.000 dollari di fine 2017 a 4.000 a marzo 2019.

“La moneta virtuale chiamata criptovaluta si prefigge lo scopo di essere un sostituto della moneta cosiddetta tradizionale, considerata sicura come metodo di pagamento online , e si basa sulla crittografia come sistema per garantirne le transazioni” ci aveva spiegato Orlando Maiolo, Investor Advisors di EC SECURITIES

Un primo divieto di commercio di Bitcoin – sottolinea il quotidiano cinese – era stato già imposto a settembre 2017, ma l’attività era proseguita: molte aziende locali si erano spostate all’estero, ma altre avevano interrotto la loro attività, come BTC China e alcuni governi locali in aree come la Regione autonoma della Mongolia Interna della Cina settentrionale e la provincia dello Yunnan della Cina sudoccidentale, dove si concentra l’estrazione di bitcoin, si erano adeguate. Sempre a settembre 2017, la People’s Bank of China aveva annunciato la messa al bando delle prime offerte di monete (ICO) e le piattaforme di criptazione nel paese

L’anno scorso, l’Office of the Leading Group per l’Internet Financial Risks, che sovrintende gli sforzi del governo nell’attenuare i rischi finanziari online, ha rilasciato una direttiva politica per eliminare progressivamente le operazioni minerarie che non sono sicure visto che inquinano e sprecano risorse: a livello globale l’attività globale di mining consumerebbe 42 terawattora di elettricità l’anno. Questo renderebbe l’estrazione non in linea con le leggi vigenti.

I legislatori cinesi e i consulenti politici hanno anche chiesto regole più rigide sulle valute virtuali durante le sessioni di consulenza legislativa e politica di quest’anno tanto che Shi Guilu, un deputato del NPC della provincia di Shaanxi, Cina nord-occidentale, ha presentato una proposta che chiedeva una chiara definizione legale di valuta virtuale per eliminare le scappatoie e impedire il commercio illegale.

Ma come ricorda il Global Times, «li investitori cinesi sono disposti a pagare un extra, circa il 5% in più rispetto al prezzo di mercato tradizionale, per Bitcoin, visto che sono stati costretti ad andare per via illegale dopo il divieto di negoziazione».  L’obiettivo di Pechino è attribuibile di certo all’esigenza di mettere un freno al trading che si era trasformato in una modalità alla portata di tutti per esportare valuta. Per farlo, occorre innanzitutto colpire l’attività di estrazione che produce la valuta stessa. Bisognerà vedere quanto sarà efficace la misura imposta dalla Cina, visto che è proprio il colosso cinese Bitmain Technologies a controllare oltre i due terzi delle vendite mondiali.

I cinesi “sono contrari proprio perché previdenti, e continueranno ad ostacolarne il percorso interno rendendo difficile se non impossibile continuare transazioni in criptovalute” ci aveva già chiarito Orlando Maiolo, ma è anche vero che queste restrizioni potrebbero sganciare il mercato delle criptovalute dalle grandi riserve cinesi.

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