mercoledì, Settembre 30

La Cina a Kyoto, la Russia in Ucraina La promessa sottoscrizione di Pechino del Protocollo di Kyoto e la presenza di truppe russe in Ucraina orientale

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Per una strana coincidenza, due notizie di segno opposto, e opposte anche geograficamente, si presentano sulla scena internazionale e meritano un breve commento, se non una analisi vera e propria.

La più, apparentemente, clamorosa è quella della sottoscrizione, o promessa sottoscrizione, di Pechino del cosiddetto Protocollo di Kyoto, cioè di quel documento contrattuale (ovvero, di quel Trattato internazionale) nel quale i Paesi sottoscrittori si impegnano a ridurre le emissioni dei cosiddetti gas serra nell’atmosfera, allo scopo di ridurre (non di annullare, per quello ci vuole ben altro) l’inquinamento e di rallentare i cambiamenti climatici che, finalmente, tutti i climatologi sembrano concordi nel ritenere prossimi ad essere irreversibili, dopo averli negati fino a ieri.

La seconda notizia, di fonte NATO, molto cautamente diffusa, è quella della presenza di truppe russe, esplicite truppe russe, in Ucraina orientale. La logica evoluzione di una crisi, condotta, occorre dirlo, in maniera superficiale e arrogante dal cosiddetto ‘Occidente’ è ora chiaramente irreversibile.

Il solo fatto che si possa parlare ancora di Occidente e, magari, di ‘Regno del Male’ è la prova della miopia di chi  si illude di governare il mondo.

L’accordo di Kyoto è un documento assai poco significativo nel merito, ma molto nella prospettiva, dato che si propone di ridurre progressivamente le emissioni, ma non indica dei veri e propri obblighi per gli Stati.
Propone, ma non dispone, nel senso che non si impongono agli Stati dei veri e propri obblighi, ma solo degli inviti, delle esortazioni. La cosa, in sé, è tutt’altro che rara nel diritto internazionale: si pensi solo all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e allo stesso Consiglio di Sicurezza, che possono chiedere agli Stati di fare certe cose, ma non imporle. Non a caso, con un termine da noi in Italia utilizzato moltissimo ad altri fini (non proprio nobilissimi), tali esortazioni si chiamano raccomandazioni‘.

Nel diritto internazionale, però, che è un sistema giuridico -checché ne dicano quelli che una volta noi internazionalisti definivamo con una certa paternalistica sopportazione i ‘pancivilisti’- privo di un potere centrale capace di imporre norme, ma le norme ci sono, eccome, uno dei modi per fare le norme è proprio quello di suggerirle, con educata insistenza, con qualche ‘pressione’, magari qualche ‘ricattuccio’ e, alla fine, i soggetti si convincono che è meglio rispettarle, per lo più con un contenuto non poco diverso da quello originario.

In questo senso, dunque, l’accettazione da parte della Cina di entrare nel gioco‘ (in cambio di benefici commerciali, che altrimenti non avrebbe avuto, appunto) è un fatto molto importante anche se, dal punto di vista climatico, se ben leggo la notizia, non c’è da stare allegri: la Cina inizierà a ridurre le emissioni, dopo il 2030, quando avràfinalmenteraggiunto il suo top.
In altre parole: per ora le emissioni le aumenta, poi, se saremo ancora vivi, comincerà a ridurle. Ma almeno una promessa c’è, se sarà onorata lo vedranno i nostri nipoti. E intanto potrà entrare a far parte del ‘mercato delle emissioni’, con qualche vantaggio collettivo.

L’altro fatto di cui parlavo -truppe russe in Ucraina orientale- all’inizio è solo (al di là del giudizio che non è qui il luogo di fare, sulla pochezza della politica estera statunitense in materia e sulla pessima, per non dire peggio, politica estera europea, legate a schemi superati e stra-superati) la logica evoluzione di un processo inarrestabile di ridefinizione di frontiere che le esigenze della politica avevano disegnate senza tenere conto dell’unica cosa di cui si dovrebbe tenere conto, ovvero la volontà reale (che significa anche cosciente) dei popoli.

Quando si è cercato, nel quadro del mantenimento di una politica antirussa, identica o quasi a quella antisovietica, di portare l’Ucraina (Paese in gran parte artificiale e largamente composito, per non parlare della Crimea, sballottata qua e là, fino alla ‘donazione’ all’Ucraina nel 1954!… Vi ricordate la vendita dell’Alaska? così usava nel diritto internazionale) nella NATO, alla Russia (e alle popolazioni in gran parte russe o filo russe da sempre dell’Ucraina orientale … le ricordate le anime morte di Gogol, no?) è saltata la mosca al naso, tanto più che quei territori, appunto, sono abitati da popolazioni di cultura e tradizioni russe.
È ovvio che ci sono anche motivi più seri, ma ciò ha dato l’occasione alla Russia di fare valere il principio di autodeterminazione dei popoli, in una versione che, per uno come me, che se ne è occupato per mestiere, suona a dir poco inaccettabile, nella misura in cui porta alla separazione (tecnicamente: secessione) di una parte del territorio da uno Stato, nel caso di specie, unitario, fatta eccezione per la provincia autonoma di Crimea.

Il diritto internazionale ha sempre ritenuto, e ritiene ancora oggi, che l’integrità territoriale dello Stato sia qualcosa di assolutamente intangibile e inattaccabile.
Non a caso, lo Statuto delle Nazioni Unite (art. 2.4) fa divieto di uso della forza (guerra non si dice più, non è chic, si fa ma non si dice, insomma) «contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica» degli Stati.

Il lungo e doloroso processo di decolonizzazione (durato almeno dalla fine degli anni ’50 ad oggi e non ancora del tutto concluso) ha visto il formarsi dei nuovi Stati nelle ‘frontiere ereditate dal colonialismo: odiatissime frontiere, ma l’unico modo per evitare sfracelli.
Anzi: i riferimenti etnici, nazionali e razziali, sono stati sempre nettamente esclusi! Non è nemmeno un caso, che il primo e unico intervento armato delle Nazioni Unite, sia avvenuto, nei primi anni ’60, per impedire (sia pure senza successo) la secessione del Katanga dal Congo ex belga, in formazione come nuovo Stato indipendente.
Gli unici dubbi in materia si sono posti per quei ‘Popoli’ che, negli Stati dei quali facevano parte, fossero sottoposti a particolari maltrattamenti (uso un termine volutamente … eufemistico).
Un esempio di ciò si ravvisa nell’intervento che fu voluto, dal solito Occidente, guidato da Francia e Germania per il Kosovo. La Russia e la Serbia (residua dallo scioglimento forzato della Iugoslavia) si opposero, ma la secessione andò in porto … o meglio si crede che stia andando in porto, grazie alla massiccia presenza militare europea: molti si domandano che accadrà, una volta che l’Europa (tendenzialmente più interessata alle botteghe che alle armi) se ne andrà.
Un precedente pericolosissimo: non si contano gli articoli di tanti di noi giuristi a criticare quella scelta, sostanzialmente illegittima come poche, anche se ‘approvata’ da una insulsa sentenza della Corte Internazionale di Giustizia. Ma tant’è.
Si usa dire: «chi di spada ferisce … ». La cultura popolare, la indovina sempre!

 

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.