lunedì, Novembre 11

La Cina a freno tirato in Europa Gli investimenti cinesi nell’area UE nel 2018 -17,3 miliardi di euro. - sono diminuiti del 40% rispetto al 2017 e del 50% rispetto al 2016

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La Cina in Europa sta tirando il freno a mano, e pure bruscamente: gli investimenti cinesi nell’area UE nel 2018 sono diminuiti del 40% rispetto al 2017 e del 50% rispetto al 2016. Nel 2018 gli investimenti della Cina nella UE ammontano a soli 17,3 miliardi di euro.
Il dato è frutto del lavoro del Rhodium Group e Mercator Institute for China Studies (Merics), pubblicato in questi giorni: ‘Chinese FDI in Europe: 2018 trends and impact of new screening policies’ .

Con questo pessimo dato alla base si terrà, a fine marzo, l’incontro con i vertici UE del Presidente cinese Xi Jinping, e, subito a seguire, il 9 aprile il  vertice UE-Cina.

Ufficialmente la Cina è benvenuta a Bruxelles, di fatto gli ostacoli sono molti e il ‘sentiment’ quanto meno disturbato, la diffidenza degli europei accompagna il cammino del dragone in quasi tutti i Paesi del continente, il che ha determinato la contrazione politica e normativa nei confronti del capitale cinese.

Alla base del passo indietro di Pechino in Europa, vi è, da una parte, la frenata generale della Cina in fatto di nuovi investimenti  -il report sottolinea  che il calo degli investimenti in Europa è in linea con il calo generale degli IDE   dalla Cina-, dall’altra gli ostacoli normativi che nel vecchio continente stanno avanzando, e, contestualmente, il clima per nulla positivo creato in particolare dagli Stati Uniti, quello che viene definito come il ‘pushback’ dell’Occidente nei confronti del dragone, che, secondo gli analisti che hanno redatto il rapporto, si starebbe rafforzando.

Ad avvelenare il clima c’è poi la questione Huawei e il tentativo degli Stati Uniti non solo di bloccare l’attività del colosso cinese nei diversi Pasi UE, ma anche gli accordi bilaterali dei Paesi europei con la Cina  -il caso del memorandum d’intesa tra Italia e Cina sul progetto cinese Belt and Road.

Secondo il rapporto, i 17 miliardi di Euro investiti dalla Cina in Europa, per la gran parte sono andati a Regno Unito, Germania, Francia, l’Italia si posiziona comunque al terzo posto nella classifica -grazie all’acquisizione di SMS di NMS Group e l’acquisizione da parte di un gruppo di investitori cinesi di Esaote.
Elemento di rilievo che emerge dalle ricerche di Rhodium Group e Merics è relativo ai settori di attrazione degli investimenti: servizi finanziari, salute, biotecnologie, prodotti di consumo e industria automobilistica hanno visto aumentare gli investimenti, mentre i così detti ‘obiettivi tradizionali’, a partire da trasporti, infrastrutture e immobili, hanno perso molta della loro attrattività.

Tornando alle problematiche alla base della riduzione degli investimenti, il report sottolinea in egual misura fattori interni alla Cina e fattori esterni (in territorio europeo).

Circa il fattore interno: nel 2018, Pechino ha ridotto i flussi di capitali in uscita; alle prese con aziende e banche altamente indebitate, ha approvato una legge per frenare le ingenti spese per fusioni e acquisizioni, ha messo in discussione il valore di alcune acquisizioni; ha fatto pressione sulle aziende per la svendita delle attività all’estero; ha ridotto la liquidità nel sistema finanziario con l’obiettivo di risanare il settore, riducendo molto i canali di finanziamento per gli investimenti all’estero -in tutto il mondo, non solo in Europa.

Nel 2018, rileva il report, per la prima volta gli investitori cinesi hanno venduto asset detenuti in Europa in maniera definitasignificativa’, per almeno 4 miliardi di Euro -in testa vendite di partecipazioni in Avolon, Deutsche Bank e TIP Trailer Services da parte di HNA, vendita di Wanda in One Nine Elms e di Nanjing Xinjiekou in House of Fraser.

Il fattore esterno, ovvero l’Europa, appare però quello più preoccupante guardando il futuro. Molte le situazioni ‘respingenti’

Gli Stati UE, nel 2017 e nel 2018,  hanno modernizzando i regimi di screening degli Ide, rileva la ricerca, hanno aggiornato o stabilito regimi di screening più rigidi, altri sono in procinto di farlo. Questo rafforzamento dei meccanismi di revisione ha già influenzato gli investimenti cinesi nel 2018. Le autorità hanno anche bloccato o impedito diverse acquisizioni cinesi che avrebbero consentito agli investitori di accedere a tecnologie critiche, informazioni sensibili o influenza sull’infrastruttura critica.

Alle azioni dei singoli Stati, si aggiunge la stretta centrale, nuovo quadro di screening a livello UE: nei giorni scorsi i Paesi dell’UE hanno approvato un regolamento sullo screening degli investimenti stranieri, che sarà pienamente applicabile entro ottobre 2020, e consentirà di bloccare le offerte nei settori strategici.

Si aggiunga che la Commissione è al lavoro anche per rivedere le norme sugli appalti, le politiche di protezione dei dati, le politiche di sicurezza e le regole di concorrenza, il tutto, secondo gli osservatori attenti di quel che accade a Bruxelles, per assicurarsi che l’Europa rafforzi il controllo sull’ingresso della Cina in Europa.

Il nuovo regolamento propone linee guida per lo scambio di informazioni, il coordinamento e l’empowerment per lo screening nazionale, determinando un incentivo perchè gli Stati membri  mettano in atto robusti meccanismi di monitoraggio degli investimenti diretti esteri. Al centro dell’attenzione i fattori che incidono sulla sicurezza e l’ordine pubblico che comprendono una gamma molto ampia di settori  -dall’energia, ai trasporti, all’intelligenza artificiale, ai finanziamenti, all’approvvigionamento idrico, alla salute e ai media, elenco, per altro, solo indicativo, non esaustivo, consentendo quindi di aggiungere più settori in futuro, qualora si ritenga che possano influire sulla ‘sicurezza o sull’ordine pubblico degli Stati membri’.
Il provvedimento consente alla Commissione europea di emettere pareri su transazioni che riguardano più Stati membri o di indirizzare un progetto o programma che riguardi gli interessi dell’UE nel suo insieme. 
Questo nuovo quadro di screening potrebbe incidere in modo particolare sugli investitori cinesi. Il regolamento dell’UE incoraggia gli Stati membri a esaminare in modo specifico gli investimenti in tecnologie sensibili e infrastrutture critiche. Questi criteri potrebbero coprire una larga parte delle attività cinesi di Merger & Acquisitions (M&A) in Europa.  Il rapporto stima che l’82% delle transazioni M&A cinesi in Europa nel 2018 rientrerebbero in almeno uno di questi criteri.

Queste restrizioni europee avranno, secondo gli analisti Rhodium Group e Merics, un impatto importante sugli investitori cinesi, anche perché secondo gli osservatori, alcuni Paesi vorrebbero adottare -o forse lo stanno già facendo- regimi che prevedano controlli più severi sulle esportazioni di tecnologie critiche ad uso duplice, sulla sicurezza dei dati e sulle norme sulla privacy, sugli appalti e sulla politica della concorrenza.

In questo inizio 2019, ci dice il report, gli investitori cinesi hanno in sospeso più di 15 miliardi di euro di transazioni proposte, il che dimostra che l’UE rimane una destinazione interessante per gli investimenti. Ma si tratta di investimenti a rischio, causa il nuovo regolamento UE visto in un contesto in cui l’UE e i suoi membri sembrano voler prendere una posizionedifensiva’ verso l’impegno economico con la Cina. I dibattiti europei sui rischi derivanti dall’impegno economico con la Cina, secondo gli analisti, si estendono ben oltre le revisioni degli investimenti diretti esteri. Le istituzioni dell’UE, i governi nazionali e le imprese stanno ripensando gli approcci del passato e invocando una posizione ‘meno ingenua’ nei confronti dell’impegno economico e politico con la Cina. Sebbene il dibattito sia ancora relativamente giovane in Europa, è rapido, e probabilmente rimodellerà la politica europea nei confronti della Cina. La controversia sul ruolo di Huawei nell’infrastruttura 5G in Europa, secondo i ricercatori, illustra bene questa tendenza.

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