lunedì, Aprile 6

Trump e Cia, Davide contro Golia?

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Che tra Donald Trump a la cosiddetta intelligence community Usa non corra buon sangue è un fatto che nessuno finora ha avuto l’ardire di contestare. È stata infatti la Cia a denunciare presunti legami tra il tycoon newyorkese (e alcuni suoi collaboratori di primo piano) e il Cremlino, e a cavalcare il cosiddetto ‘Russiagate’ fino al punto di far apparire il presidente in carica come una sorta di Manchurian Candidate al soldo di Vladimir Putin. Ed era sempre la Cia, nella persona dell’ex direttore John O. Brennan, ad aver continuamente vagliato le intercettazioni che la National Security Agency (Nsa) aveva ‘accidentalmente’ realizzato nei confronti di Trump e di alcuni suoi dipendenti in piena campagna elettorale.

Vale la pena di scendere nel dettaglio della vicenda: «mentre sua presidenza giungeva al termine, Obama e i suoi principali collaboratori hanno iniziato a spulciare sistematicamente i rapporti di intelligence redatti dalla Nsa, in riferimento a intercettazioni incidentali  di americani all’estero» con l’obiettivo di scoprire qualche scheletro nell’armadio di Trump e dei suoi fidati aiutanti, «approfittando dell’elasticità delle norme che la stessa amministrazione Obama ha reso possibile a partire dal 2011 in nome della  lotta al terrorismo». Nella fattispecie, il direttore della Cia si è ripetutamente richiamato alle proprie prerogative, concesse per questioni strettamente legate alla tutela della sicurezza nazionale, per reclamare il ‘de-mascheraggio’ delle intercettazioni; una pratica che consiste nell’obbligare l’Nsa e qualsiasi altra agenzia governativa a rendere noti sia nomi e cognomi dei cittadini statunitensi intercettati in maniera non deliberata che le loro conversazioni private non attinenti a reati commessi e ad indagini in corso. Il giornalista investigativo Mike Cernovich ha scoperto che ad avvalersi in maniera tanto disinvolta di questa pratica era proprio John O. Brennan, assieme a Susan Rice, Consigliere per la Sicurezza Nazionale, e Loretta Lynch, procuratore generale. Il che significa che elementi di spicco dell’amministrazione Obama hanno impiegato gli strumenti a propria disposizione per finalità che non hanno nulla a che fare con la difesa degli Stati Uniti, ma che riguardano solo ed esclusivamente il condizionamento della lotta politica. Negli anno ’70, lo smascheramento di un abuso di potere paragonabile costrinse il presidente Richard Nixon a rassegnare le dimissioni per evitare di incorrere nell’impeachment, mentre lo scandalo che investe attualmente i vertici dell’amministrazione Obama non sembra suscitare alcun clamore.

Forse perché quello della ‘politicizzazione’ dell’intelligence è un problema che affligge gli Stati Uniti ormai da molto tempo; da molto prima che l’amministrazione guidata da George Bush jr. inserisse neocon radicali nei gangli vitali della Cia affinché certificassero l’autenticità delle false prove fabbricate ad arte per legittimare il ‘grande balzo’ in Medio Oriente. Per tutti gli anni ’50, quando al timone c’era il potentissimo Allen Dulles, la Cia si è abituata ad agire con estrema disinvoltura in ogni parte del mondo; la sua longa manus si è intravista in eventi cruciali come il rovesciamento del presidente iraniano Mahmoud Mossadeq, l’assassinio del leader congolese Patrice Lumumba, le decine di golpe in America centrale e meridionale, ecc. Durante l’amministrazione guidata dal generale Dwight Eisenhower, ‘Langley’ aveva insomma accumulato un enorme potere che, intrecciandosi molto spesso con gli interessi del complesso militar-industriale, tendeva a influenzare in maniera sempre più pesante la politica (non solo) estera Usa. Sotto John F. Kennedy nacquero i primi dissidi tra la Casa Bianca e la Cia, destinati a palesarsi nel fiasco della Baia dei Porci e nell’evidente divergenza di vedute riguardo all’approccio da tenere nei confronti dell’avanzata comunista in Vietnam. Circostanze che accrebbero notevolmente la diffidenza che il presidente cattolico nutriva nei confronti dell’agenzia, e che furono alla base dei tentativi di ridimensionarne il l’autonomia e ricondurla stabilmente sotto il controllo dell’esecutivo e del Congresso. Con l’assassinio di Kennedy, rispetto al quale molti sospettano che Langley abbia avuto un ruolo di primo piano, decaddero tutti i suoi progetti di riorganizzazione dei servizi di intelligence e la Cia ebbe modo di recuperare piena libertà d’azione. Fu l’agenzia a confezionare l’incidente del Golfo del Tonkino di cui l’amministrazione Johnson si avvalse per intensificare la pressione militare sul Vietnam del Nord, e furono sempre uomini dell’agenzia a prendere contatto con il generale cileno Augusto Pinochet per indurli a rovesciare il governo socialista di Salvador Allende.

Il vero ‘colpo grosso’ della Cia si realizzò tuttavia soltanto a partire dal 1979, quando Langley organizzò una rete di reclutamento – finanziata dall’Arabia Saudita e gestita logisticamente dall’Isi pakistano – di jihadisti provenienti dall’intera galassia sunnita da impiegare come forza d’urto contro le truppe sovietiche impegnate in Afghanistan. Un meccanismo che sarebbe poi stato impiegato contro la Libia di Muhammar Gheddafi e la Siria di Bashar al-Assad (con risultati non sempre soddisfacenti), rispetto al quale Riad svolse lo stesso ruolo di finanziatore dei mujaheddin, mentre le funzione che negli anni ’80 aveva svolto il Pakistan sono state esercitate dalla Turchia.

Il ‘Washington Postha rivelato che lo sforzo per rovesciare il governo siriano ha assorbito circa il 7% dei propri fondi complessivi della Cia, ma nonostante ciò Assad è riuscito a mantenere le redini del potere.  In campagna elettorale, Trump ha più volte posto l’accento sulla necessità di ridurre questo genere di interventismo, conformemente a un radicale ripensamento strategico che consentisse agli Stati Uniti di trovare una soluzione di compromesso con gli altri grandi attori internazionali e di impiegare le risorse a disposizione per correggere i propri scompensi strutturali. La campagna elettorale condotta dall’imprenditore di New York era infatti orientata a favorire un ripiegamento sulla politica interna, mirato a generare occupazione e ridare vigore alla sofferente middle-class (ormai in via di estinzione) attraverso l’applicazione di calibrate misure protezio­nistiche, nonché a ricostruire le logore infrastrutture del Paese con i fondi ricavabili da un progressivo disimpegno imperial-militare (ripensamento della Nato e dell’alleanza strategica con Giappone e Corea del Sud, ridu­zione delle basi militari all’estero ecc.). Un cambio di rotta destinato quasi sicuramente a risultare indigeribile – per un’economia mai riconvertita al tempo di pace, dal 1945 in poi, e ancora oggi strettamente dipendente dal colossale apparato di warfare come quella Usa – che però scaturisce da una realistica presa d’atto della condizione critica in cui versano gli Usa, desti­nata a porre implicitamente le basi per una (relativamente indolore, fatta eccezione per alcuni inevitabili colpi di coda) ridefinizione dei rapporti di forza internazionali.

A fianco di ciò, Trump pensava di ridimensionare ruolo e funzione della Cia in nome di un accentramento di poteri nelle mani della Casa Bianca. Si trattava, in buona sostanza, di limitare il raggio d’azione dell’Agenzia – e più in generale di tutte le strutture di intelligence – alla sola raccolta delle informazione, lasciando che fossero il presidente e i suoi più stretti collaboratori (come il Consigliere per la Sicurezza Nazionale e il consigliere strategico) a elaborare piani d’azione e strategie operative. Una visione che apre giocoforza la strada ad una marginalizzazione degli specialisti e a una ulteriore, simmetrica politicizzazione dei servizi segreti, come suggerito dalla nomina di un falco del Tea Party (Mike Pompeo) a direttore della Cia e di un iper-conservatore (il senatore dell’Indiana Dan Coats) a direttore dell’intelligence nazionale al posto del generale James Clapper. Il livello di diffidenza della Cia nei confronti di Trump, già elevato di per sé, ha a quel punto oltrepassato la soglia critica, spingendo Langley a passare all’azione.

Al lavoro oscuro per delegittimare il presidente (il già citato ‘Russiagate’) hanno fatto seguito una serie di prese di posizione di grande rilievo, a cominciare da quella dell’ex direttore Michael Hayden (che aveva guidato anche l’Nsa), il quale ha spiegato al ‘New York Times‘ chela transizione da Obama a Trump rappresentava una delle svolte più difficili e drammatiche che Langley si fosse mai trovata ad affrontare. Piuttosto clamorosa è apparsa anche l’uscita di Edward Prince, dipendente dell’Agenzia dal 2006 che ha deciso di rassegnare pubblicamente le dimissioni ammettendo di «non poter lavorare in buona fede per questa amministrazione come professionista dell’intelligence».

Trovandosi sotto il fuoco incrociato dei grandi media, della Cia, e degli stessi congressisti repubblicani, Trump ha optato per un parziale riallineamento della sua amministrazione, materializzatosi sotto forma di attacco alla base siriana, di prova di forza nei confronti della Corea del Nord, di allontanamento di due suoi fedelissimo sgraditi all’establishment (il generale Michael T. Flynn e l’eccentrico Stephen Bannon, fondatore di ‘Breitbart’) e di marginalizzazione di alcune tra le più autorevoli voci critiche nei confronti della politica estera condotta dagli Usa negli ultimi anni (i generali Stanley McChrystal e Joseph Dunford).

Manovre che hanno indubbiamente contribuito a mitigare le varie spinte isolazioniste, ma dietro alle quali si cela una radicalizzata diffidenza reciproca tra Trump e l’Agenzia, ritenuta dal tycoon responsabile, con il suo attivismo, di aver minato la sua autorità ed autorevolezza agli occhi del popolo statunitense e dell’opinione pubblica mondiale. Si va così approfondendo una crisi dagli esiti potenzialmente disastrosi, non solo per gli Stati Uniti.

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