sabato, Agosto 8

La cena (sbagliata) di Violetta La prima della Scala, come ogni anno, scatena le polemiche più viperine

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Celebration To Mark 150th Anniversary Of Italy Unification 

 

 

Il tono fru fru dell’articolo del Corsera di sabato sul tardi era stonato come una marcia nuziale in un funerale: oltre alle foto degli invitati VIP appoltronati alla Scala nel giorno di Sant’Ambroeus, di cui alcuni addobbati in maniera improbabile (mentre lo sfoggio di pellicce e gioielli pare fosse insopportabile e irreale), era piuttosto irritante quell’ilare cronaca del menu del post Traviata, 450 invitati alla Società del Giardino.

Che gli ospiti si becchino la loro dose di contestazione ci sta tutta, dal ’68 in poi raramente l’hanno fatta franca: anzi, mi stupisce che ai giornali non sia venuto in mente un album di pomodori e uova marce sugli sciccosi delle prime scaligere di questi ultimi, mettiamo… per un periodo di 45 anni!.

Ma la descrizione particolareggiata dei piatti serviti agli unti dal Signore proprio non la reggiamo, quando lo stesso giornale, persino nel quiz del week end (si chiama ‘Fatti e misfatti settimanali’ e lo prepara a puntino Paolo Virtuani), certifica che i pensionati che vivono con meno di mille euro al mese sono oltre 7 milioni e che nell’ultimo anno è cresciuto del 29% il numero degli italiani trasferitisi all’estero.

Certo, per il momento non c’è l’emigrazione di massa che sparse fra Europa ed Americhe una sorta di Italia bis, ma sembra proprio che camminiamo sull’orlo del baratro.

E con tutta questa situazione dove lo spreco doveva essere bandito, ecco spuntare una cena (credo in place… quelle in piedi sono quanto di più penoso e simile ad un campo di battaglia possa immaginarsi, trasformando anche il Lord e la Lady Brummell della situazione in emuli di Attila; al proposito ho ricordi allucinanti, che magari un giorno mi scapperà di raccontarvi) che urla a squarciagola: ‘Crepi l’avarizia’.

Qualcuno l’avrà pagata la faraona avvolta nel culatello, piatto forte della serata, per sfamare la carica dei 450… o avrà saldato certe contaminazioni antico/moderno, fra Artusi e Vissani (bleh!), che hanno animato lo stomaco dei commensali.

Naturalmente, come in molti casi, ci avrà pensato lo sponsor di turno a non lasciare buffi. Ma sarebbe stato preferibile leggere, piuttosto, che le raffinatezze ingurgitate dai 450, che tutti avevano rinunciato ad aspettarsi di essere sfamati, tornandosene a casa propria a sorbirsi una minestrina (o la cassoeula… per rimanere in clima milanese…) e che la cifra destinata al banchetto era stata devoluta alle famiglie povere, quelle alla canna del gas – e non in senso metaforico -; anzi, senza neanche il gas che usciva dalla canna, in quanto da mesi morose.

E invece no, abbiamo assistito ad un’ennesima replica della sala da ballo del Titanic; i fischi dei loggionisti, invece che stigmatizzare questa cena-beffa, se la prendevano col regista Dmitri Tcherniakov, reo, a loro avviso, di aver fatto scelte troppo infedeli allo spirito dell’opera e di aver ambientato tutto il secondo atto in una cucina – magari serviva una dependance per cucinare tutto quel ben di Dio destinato alle voraci mascelle degli invitati -.

Il povero Presidente Giorgio Napolitano si è trovato a dover fare gli straordinari di mediatore anche per sottrarre il Maestro Tcherniakov dal dissenso dei suoi detrattori, escogitando frasi concilianti.

Certo, non ci aggrappiamo ad una logica passatista che invoca una messa in scena de’ La Traviata pedissequamente fatta con lo stampino rispetto a sue edizioni di successo, ad esempio quella mirabile di Luchino Visconti o quella più recente di Liliana Cavani.  

Volete consentire ad un regista che si trova a dirigere un’opera già affidata a veri Mostri Sacri lo spazio per un briciolo d’inventiva (anche se c’è sempre spazio scivolate ad orecchio nudo)… Invece, su FB, oltre al florilegio di frasi del defunto Nelson Mandela che tutti postano oltre all’anodino R.I.P. che, personalmente, non amo, c’è una pioggia di partigiani sia della critica più feroce alla Traviata à la maniere russa o sia degli entusiasti che si sciolgono in peana clamorosi.

Certo, un po’ lascia perplessi questa Violetta che muore su una sedia… quando un lussuoso letto a baldacchino ottocentesco ha sempre nutrito l’immaginario collettivo.

Se devo essere al vetriolo, un’abitudine che non riesco a governare, la poverina era la Regina del suo letto (e doni di Putin non ne arrivavano…) e le cene distinte le faceva a casa sua (sembra pagata da una coop di amanti perché per uno solo era insostenibile).

Un altro mugugno ben argomentato lo trovo nel mitico Paolo Isotta. Al di là di tutte le considerazioni di errori di direttore d’orchestra e cantanti in scena che solo un fine musicologo come lui poteva fare, mentre in tanti, dei trionfalisti, in materia sono ignoranti come le zucche, una, ‘tecnica’ di regia, mi colpisce e mi diverte.

Racconta nell’articolo Isotta che Violetta, di rimbalzo dal romanzo di Alexandre Dumas figlio La dame aux camélias’ da cui l’opera è tratta, aveva una sorta di ‘semaforo di accesso’ al suo talamo, un segnale originale e raffinato.

Noi donne, dalla colpa di Eva in poi, siamo oberate, in età fertile, da un risvolto mensile pesante o semplicemente noioso. Ebbene, Marguerite/Violetta aveva escogitato un ingegnoso metodo per indicare ai suoi utilizzatori finali la propria indisposizione mensile: camelie bianche indosso tutti i giorni, tranne quelli fatali, in cui le camelie diventavano rosso… sangue.

Anche in quel particolare la regia avrebbe tradito lo spirito dell’opera, addobbando a casaccio di camelie rosse la protagonista, che sembra avere un perenne ‘marchese’ (termine divertente, che si usa(va) per indicare il ‘periodo’ in corso).

Insomma, una sorta di menorragia perenne della soprano che le toglie fascino quale cortigiana e magari ne anticipa la morte: più che i polmoni, poté l’utero. Un ‘cambia verso’ renziano anche alla Traviata?  

 

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