sabato, Agosto 24

La Casa Bianca di nuovo all’assalto della Federal Reserve Si conclude la tregua tra Trump e Powell

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Dopo mesi di ‘non belligeranza’, si riaccende la sfida tra la Casa Bianca e la Federal Reserve. Negli scorsi giorni, Donald Trump ha infatti rivolto aspre critiche contro l’operato della Banca Centrale statunitense, nonostante il congelamento del processo di ‘normalizzazione monetaria’ varato dal governatore Jerome Powell in accordo con i membri del direttivo. Non basta; per il presidente, il rinvio del rialzo dei tassi e la sospensione del piano di riduzione del portafoglio titoli annunciata di recente dalla Fed sono del tutto insufficienti a permettere all’economia degli Stati Uniti di «tornare a volare come un razzo».

Occorre, a detta del tycoon newyorkese, procedere immediatamente al taglio del costo del denaro di almeno mezzo punto e rilanciare la politica iper-espansiva inaugurata sotto la guida di Ben Bernanke all’indomani del crack di Lehman Brothers. Una linea operativa che ha di fatto inondato i mercati azionari di liquidità a basso costo, consentendo ai tre principali indici di Wall Street – Dow Jones, Nasdaq e Standard & Poor’s 500 – di bruciare un record dopo l’altro, ma che ha allo stesso tempo provocato una colossale distorsione del mercato dei prestiti in tutti i settori dell’economia nazionale. Attualmente, il debito federale supera i 22 trilioni di dollari (più del doppio rispetto a quello registrato al momento della bancarotta di Lehman Brothers), quello societario a 6,3 trilioni e quello delle famiglie a 13,3 trilioni. Se a ciò si aggiunge l’incremento combinato dei debiti scolastici, di quelli per l’acquisto di automobili e di quelli legati alle carte di credito, è facile concludere che la situazione sia tutt’altro che stabile.

D’altro canto, i programmi di Quantitative Easing introdotti dalla Fed con l’accordo del Dipartimento del Tesoro sono riusciti a convogliare ben poche risorse a beneficio del tessuto produttivo nazionale. Lo dimostra lo stato dell’occupazione che nonostante i successi sbandierati in materia da governo e stampa,  indica che gli Stati Uniti, su una popolazione di 325 milioni di persone e una forza lavoro che annovera quasi 258 milioni di unitàcontano oltre 95,5 milioni di adulti inoccupati e 6 milioni sottoccupati. Il tasso di partecipazione della forza lavoro alla crescita economica (una percentuale che oscilla ormai da anni tra il 62 e il 63%) è ai livelli più bassi dalla fine degli anni ’70, quando ancora si avvertiva pesantemente l’impatto dello sganciamento del dollaro dall’oro e degli shock petroliferi. Stesso discorso vale per l’inflazione, che se misurata con i parametri rimasti in vigore fino al 1990 racconta una storia ben diversa da quella che emerge facendo riferimento ai dati ufficiali.

A ciò va sommato il progressivo calo di attrattività che negli scorsi mesi stavano conoscendo i Treasury Bond in conseguenza dell’aumento delle tensioni sul commercio internazionale e, soprattutto, del fatto che un decennio di tassi a zero aveva considerevolmente ridotto livello di remunerazione dei titoli di Stato Usa. Per restituire loro appetitibilità, così da permettere così al Dipartimento del Tesoro di ovviare al crollo delle entrate tributarie causato dalla radicale riforma fiscale introdotta dall’amministrazione Trump e finanziare il piano di riarmo messo in cantiere dal governo,  la Fed aveva optato per l’aumento dei tassi associato alla liquidazione di parte degli asset di cui era entrata in possesso nell’ambito dei programmi di Quantiative Easing. La stretta creditizia, varata attraverso l’inversione del Qe ha tuttavia ridotto il credito bancario disponibile, mentre il livello di remunerazione garantito dai titoli obbligazionari saliva in parallelo alla riduzione del loro prezzo di vendita. La ritrovata attrattività dei T-Bond, dovuta al rialzo dei tassi, ha provocato un forte trasferimento di capitali dai mercati azionari a quelli obbligazionari. Il che ha da un lato ha posto le basi per una colossale crisi borsistica, e dall’altro caricato il Tesoro di oneri finanziari aggiuntivi.

Coniugandosi con gli effetti della guerra commerciale che gli Stati Uniti hanno ingaggiato con Cina, Germania e Giappone, l’aumento dei costi per il servizio dei debiti sta gettando le basi per un rialzo dei tassi autonomo vale a dire non direttamente controllabile dalla Federal Reserve.

È forse alla luce di ciò che si spiegano sia l’ostinazione con cui la Casa Bianca si muove alla ricerca di un accordo commerciale con la Cina, sia gli attacchi di Trump contro la Federal Reserve, che più che sull’operato di Powell sembrano concentrasi sull’indipendenza stessa della Banca Centrale Usa. Nel cui board, non a caso, il presidente è riuscito a piazzare due personaggi a lui particolarmente vicini come Stephan Moore, ex leader del radicale Club for Growth, ed Herman Cain, esponente di punta del Tea Party con alle spalle decenni di carriere nell’industria dei fast-food. Dopo essersi battuti aspramente contro i programmi di Qe quando al governo c’era Barack Obama, ora entrambi i nuovi membri del direttivo della Fed si dicono favorevoli alle politiche espansive reclamate da Trump.

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